Il paradiso di Alce Nero, sciamàno Sioux e diacono cristiano. (Prima parte)

La pubblicazione del libro di Maurizio Stefanini, Alce Nero: Un “Beato” tra i Sioux, apre a importanti considerazioni riguardo a una delle figure più interessanti del popolo degli indiani americani, una figura che oggi potrebbe essere presentata forse in una dimensione più universale, che va oltre cioè l’interesse etnografico che la sua storia ha rappresentato in passato.

«Vengo davanti a voi oggi a cercare il sostegno delle vostre preghiere per portare avanti il processo di beatificazione e canonizzazione di Nicholas Black Elk. Le informazioni sulla sua vita sono state incluse nelle vostre cartelle. Mi è stato chiesto di condividere con voi alcune parole su Nicholas Black Elk e di spiegare perché ciò sia importante per la Chiesa oggi».

Con queste parole, mons. Robert Gruss, vescovo di Rapid City, chiedeva e otteneva il consenso della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, riunita il 14 novembre del 2017 a Baltimora, riguardo al processo di beatificazione di Black Elk, sciamàno degli indiani Sioux nato nel Montana nel 1863, conosciuto in Italia col nome di Alce Nero.

A un certo punto della sua vita, lo sciamàno chiederà di essere accolto nella Chiesa cattolica. Riceverà il battesimo nel 1904, il giorno della festa di San Nicola di Bari, santo che amava per la grande umanità e generosità, di cui egli volle prendere anche il nome.

A ciascuno dei vescovi riuniti in assemblea, mons. Gruss aveva consegnato un dossier sulla vita e la convesione di Alce Nero, insieme a una preghiera formulata per propiziare il riconoscimento della santità, come è consuetudine in questi casi. Nel testo della preghiera ci si rivolge a Dio come “Grande Padre e Grande Spirito”. “Grande spirito” è l’espressione con cui viene invocato Dio nella tradizione indiana atavica.

Nonostante l’unanimità espressa dalla Conferenza episcopale, la richiesta susciterà reazioni contrastanti nel variegato mondo cattolico. Da parte di alcuni si temeva che la spiritualità del capo indiano potesse essere espressione di una forma di sincretismo. In quanto, in occasione della sua conversione, Alce Nero non aveva rimarcato una netta separazione tra la religione cristiana e il senso religioso del suo popolo, affermando al contrario la positività dell’esperienza religiosa seguita dagli avi, pur riconoscendo di essere diventato un indiano migliore, dopo l’incontro con i missionari cattolici.

Tra le cose che non ha mai rinnegato della sua vita pre-cristiana, vi sono certe esperienze mistiche, ad alcune delle quali attribuiva carattere premonitore. Anche riguardo a presunti poteri magici il dibattito è molto acceso. Alcuni studiosi attribuiscono ad Alce Nero i poteri di guaritore propri di uno sciamàno ed effettivamente così era visto nella sua tribù. Soprattutto dopo che in un’occasione, intervenuto con un rituale magico al capezzale di un bambino moribondo, si assistette a una pronta, inspiegabile e completa remissione della malattia.

Alce Nero non poteva certamente sottrarsi al ruolo di guaritore che, a torto o a ragione, gli era stato attribuito. Un compito che cercava di assolvere con grande partecipazione, soprattutto nei casi in cui era chiamato a “guarire” dei bambini. E fu proprio in una di queste circostanze che avvenne l’incontro con il cristianesimo. Un evento travolgente non soltanto per la vita di Alce Nero ma che secondo il vescovo Robert Gruss potrebbe rappresentare anche qualcosa di estremamente importante per la Chiesa oggi.

Ai suoi “poteri magici” lo sciamàno Alce Nero credeva davvero? Precisamente, a parte l’inspiegabile caso citato del bambino guarito improvvisamente, questi rituali non raramente gli apparivano inefficaci e gli procuravano un senso di grande frustrazione nel doverne constatare i fallimenti, al punto da causargli una brutta ulcera gastrica. Non si trattava, in altre parole, di rituali cui aderisse acriticamente.

A prescindere da ciò, l’idea di un sincretismo religioso è difficilmente sostenibile. La cultura indiana respinge categoricamente ogni tentativo di contaminazione della propria religiosità con qualsiasi altra espressione religiosa. Anche in tempi più recenti, nel 1993, le tribù indiane Sioux, in una riunione ufficiale dei propri rappresentanti hanno emanato una formale “dichiarazione di guerra” contro «le abominevoli e oscene imitazioni dei nostri sacri riti». È impensabile, pertanto, che Alce Nero possa aver vissuto il proprio cristianesimo come rivisitazione, come accomodamento di una spiritualità pre-cristiana.

Altro aspetto che porta a escludere l’ipotesi di un sincretismo è il percorso cristiano di Alce Nero che una volta ricevuto il battesimo, fu impegnato attivamente nell’opera missionaria della Chiesa locale, prima come catechista poi nel diaconato, di cui ricevette l’ordine sacro. Un percorso che fu certamente passato al vaglio del discernimento cristiano, nel caso specifico condotto verosimilmente dai gesuiti che reggevano la missione. E si sa quanto scrupolosi siano i gesuiti nell’opera del discernimento. Su questo, comunque, bisognerà attendere il giudizio definitivo della Chiesa.

Ovviamente, nella sua vita, Black Elk non si pose problemi di questo tipo che, in realtà, devono essere fatti risalire ad alcune interpretazioni “creative” del suo personaggio. Particolarmente al caso del libro di John Neihardt, intitolato Alce Nero parla, pubblicato nel 1932. Neihardt, che non aveva alcuna competenza antropologica di carattere scientifico e forse nemmeno l’intenzione di scrivere un’opera con queste caratteristiche, nel libro ricorre all’espediente di invecchiare la reale età dello sciamàno, omettendo in questa maniera la seconda parte della sua vita, quella che riguarda il periodo dopo il battesimo.

Probabilmente quella di Neihardt non voleva essere una censura. L’autore del libro era principalmente un poeta e forse il suo progetto iniziale era quello di creare un’opera sull’epopea indiana come veniva fuori dai racconti di Black Elk. Non doveva essere, dunque, un’opera propriamente biografica sul testimone di questa epopea.

Saranno poi le circostanze storiche, negli anni Settanta della contestazione, a conferire al testo tutt’altro significato, quasi fosse una ricerca etnografica finalizzata a denunciare le violenze ai danni delle popolazioni native americane. Da questo momento, Alce Nero parla avrà un seccesso enorme, non si conteranno le edizioni e le traduzioni; sarà adottato anche come libro di testo in molte università.

Dopo questo libro, altri studiosi trattarono il tema della religiosità indiana, facendo ricorso ai racconti di Alce Nero. Un altro importante testo sarà La sacra pipa, pubblicato da Joseph Brown nel 1953, quasi vent’anni dopo Neihardt. Si dovrà attendere però un allievo di Brown per vedere la pubblicazione di Black Elk. Holy Man of the Oglala, sugli anni successivi al battesimo. L’autore era Michael Steltenkamp, un ricercatore che, dopo aver incontrato un po’ casualmente Lucy Looks Twice, figlia del grande Black Elk, mentre era seduta su una panchina davanti alla scuola egli dove insegnava, aveva deciso di assecondare il desiderio della donna di raccontare gli anni della vita di suo padre che erano stati trascurati fino a quel momento.

Più recentemente, con l’intento evidente di raccogliere in un saggio completo l’intera vita di Alce Nero, lo stesso Steltenkamp ha pubblicato Nicholas Black Elk: Medicine Man, Missionary, Mystic. Nel 2019 veniva infine pubblicato in Italia da Maurizio Stefanini, Alce Nero, un “beato” tra i Sioux. Lo sciamano indiano convertito al cattolicesimo, un libro che ha il pregio di essere stato scritto dopo il pronunciamento dei vescovi americani riguardo alla causa di beatificazione dello sciamàno indiano.

Tutto questo riguarda temi di una storiografia piuttosto controversa, come si è detto. Altra cosa è però la storia di Alce Nero che si impone per la sua semplicità e immediatezza.

I lakota sono stati uno dei più importanti gruppi della nazione Sioux e a questo gruppo appartenevano alcuni dei più noti esponenti del popolo indiano come Cavallo Pazzo e Toro Seduto. I lakota furono in prima fila, il 25 giugno 1876, nella battaglia che impegnò e sconfisse a Little Big Horn il generale Custer, all’epoca tenente colonnello del Settimo Cavalleria. Tra le fila dei guerrieri Sioux c’era anche un ragazzino di dodici anni, conosciuto tra gli indiani col nome di Hehaka Sápa e che per il resto del mondo sarà Black Elk, Alce Nero.

Black Elk era cugino di Cavallo Pazzo, capo Sioux, e già questo bastò a consacrare la sua come una figura leggendaria. Tanto che Buffalo Bill lo vorrà poi nel suo circo, cosa che Alce Nero accetterà di buon grado, e col quale, come fenomeno da baraccone, girerà l’America e l’Europa, apprezzatissimo perfino in Inghilterra dalla stessa regina Vittoria che volle conoscerlo personalmente.

Ma tra le tante cose degne di nota della vita di Black Elk, la più clamorosa fu un’esperienza mistica che ebbe all’età di nove anni. Fu una visione nella quale alcune “voci” gli avrebbero rivelato che egli sarebbe stato dotato di poteri di “uomo-medicina” coi quali guarire “tutto ciò che si ammala”. Alcune precise circostanze convinsero la sua tribù che il piccolo indiano avesse effettivamente questi poteri, tanto che negli anni successivi Alce Nero si dedicherà all’attività di “uomo-medicina” a tempo pieno.

Quando Alce Nero aveva sedici anni si ebbe un inverno molto rigido, con abbondanti nevicate. La servaggina scarseggiava. La tribù aveva esaurito tutte le scorte di carne stagionata e si cominciò a soffrire seriamente la fame. Gruppi di caccitori furono inviati perciò in varie direzioni alla ricerca di cibo, compresi Alce Nero e suo padre. In questa occasione, successe qualcosa di straordinario.

Maurizio Stefanini in Alce Nero, un “beato” tra i Sioux descrive così la scena: «Il ragazzo sta sdraiato avvolto in un mantello di bisonte, quando un coyote inizia ad ululare. A un tratto Alce Nero percepisce che quel suono fatto dal coyote ha un significato. “Non che formasse delle parole, ma quello che diceva era ancor più chiaro delle parole, ed era questo: ‘Ascolta bipede, su quella cresta della montagna ad ovest ci sono dei bisonti; ma prima vedrai lassù due altri bipedi’”. Il ragazzo sveglia il padre. “Ormai mio padre si era accorto che io possedevo una specie di potere strano, e mi credette. Con l’alba si levò di nuovo il vento e quando ci avviammo verso ovest, quel mattino, non si vedeva che a pochi passi di distanza. Prima di arrivare sulla cresta della montagna scorgemmo due cavalli, quasi invisibili nella bufera di neve vicino a certi cespugli. Erano accoccolati l’uno accanto all’altro, con la coda contro vento e le teste molto chine. Quando ci avvicinammo, vedemmo tra i cespugli un riparo di mantelli di bisonte, e sotto c’erano un vecchio e un ragazzo, molto infreddoliti, affamati e scoraggiati. Erano due Lakota, ed erano contenti di vederci, ma si sentivano molto deboli, perché da diversi giorni non vedevano altro che neve. Ci accampammo con loro nella boscaglia, e poi salimmo a piedi fin sulla cresta della montagna. Lassù c’erano molti alberi. Dall’altra parte trovammo un posto al riparo dal vento, ma non si vedeva niente. Mentre stavamo lì ad aspettare, parlavamo della nostra gente che moriva di fame nel villaggio, e tutt’e quattro eravamo tristi. Di tanto in tanto il velo di neve si apriva un poco e si poteva vedere abbastanza lontano, poi si richiudeva di nuovo. Mentre stavamo parlando della nostra gente affamata, la neve si diradò un poco, e vedemmo apparire tra i mulinelli di neve la testa irsuta di un bisonte maschio, che risaliva il canalone proprio sotto di noi. Poi apparvero sette altri bisonti, e il velo di neve si richiuse e non vedemmo più nulla. Loro non ci potevano vedere, e siccome avanzavano nella direzione del vento non potevano annusarci”. La caccia frutta ben otto bisonti, che permettono finalmente alla affamata gente di Alce Nero di fare un banchetto, dopo tanto tempo».

È questo un altro episodio che consolidò nel popolo lakota la convinzione che Alce Nero avesse poteri straordinari, come quello della premonizione. Ma, come si è detto, sarà apprezzato soprattutto come “uomo-medicina”.

Un giorno era stato chiamato al capezzale di un bambino in pericolo di vita, circostanza piuttosto frequente dato l’elevato livello di mortalità infantile che si registrava allora. Improvvisamente, mentre Alce Nero era intento a eseguire un rituale propiziatorio, nella tenda fece irruzione un uomo. Si trattava di padre Joseph Lindebner, un prete tedesco proveniente da Magonza, che svolgeva il suo ministero nella vicina missione cattolica.

È sempre Maurizio Stefanini che racconta: «padre Lindebner era soprannominato per la sua bassa statura Ate Ptecela: “Piccolo Padre”. Un nomignolo che comunque rivelava da parte dei suoi “parrocchiani” una grande componente di affetto e familiarità ad un tempo. Per il fisico minuto no, ma come carattere il “Piccolo Padre” magontino doveva assomigliare un po’ all’impetuoso Don Camillo descritto da Guareschi. Quel bambino era lui che lo aveva battezzato, si sentiva fortemente responsabile nei suoi confronti, e, sapendo che si trovava messo male, si era precipitato a rotta di collo per impartirgli l’estrema unzione. Quando, entrando nella tenda, vide la cerimonia “pagana” in corso, si infuriò. Come racconta Lucy, “prese tutto quello che mio padre aveva preparato per terra e lo lanciò nella stufa. Prese anche il tamburo e il sonaglio e li gettò fuori della tenda”. Quindi afferrò Alce Nero per il collo e gli lanciò un grido da esorcista: “Satana vai fuori!”. Non molto, ma un po’ di inglese Alce Nero lo aveva imparato. Comunque, abbastanza da permettergli di capire».

Alce Nero, secondo quello che raccontava spiritosamente sua figlia, non provò neanche a fare resistenza o controbattere, ma se ne andò fuori “come se avesse perso tutti i suoi poteri” intanto che il sacerdote impartiva al ragazzo i sacramenti e si raccoglieva in preghiera.

Quando ebbe finito, il prete rivolse lo sguardo verso lo sciamàno. In quel momento si accorse di averlo ferito, per avergli forse rovinato la reputazione di uomo dotato di poteri magici e certamente per avergli distrutto gli attrezzi che usava per le sue magie, buttandoli nella stufa.

Padre Lindebner deve essersi pentito per il modo rude con cui aveva trattato quel povero indiano che, del resto, non faceva altro che eseguire il servizio cui era stato chiamato e che, soprattutto quando si trattava di “guarire” i bambini, ci metteva tutto il suo impegno tanto che tutto questo lo faceva stare molto male, procurandogli l’ulcera allo stomaco.

Il prete perciò, rivolgendosi ad Alce Nero e forse per farsi perdonare, gli disse con dolcezza: “seguimi”. Fu così che l’indiano salì sul calesse del missionario e lo seguì verso la missione, incamminandosi così sulla strada che porta a Cristo.

(Continua)

paolotritto@alice.it

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