Le ultime sette parole di Cristo e il dolore della Maddalena. Un libro del maestro Muti

Uno straordinario dialogo del maestro Riccardo Muti con il filosofo Massimo Cacciari è stato pubblicato dall’editore Il Mulino con il titolo Le sette parole di Cristo. Nel libro vengono accostate l’icona della Crocifissione del Masaccio che è custodita presso il Museo di Capodimonte e Le sette ultime parole del nostro Redentore in croce, composizione per orchestra di Joseph Haydn.

È un dialogo che apre il lettore a un fiume incontenibile di riflessioni.

Il direttore d’orchestra e il filosofo si pongono di fronte al dipinto del Masaccio, dove si vede irromere sulla scena del Calvario la figura della Maddalena che urla disperatamente ai piedi di Cristo in croce. «Con la Maddalena» aggiungono, «ci protendiamo verso di lui, non sopportiamo che lui possa abbandonarci».

«Che suono può avere quell’attimo?» si domandano, «Come si può raffigurare il grido dell’anima, lo spalancarsi dell’abisso di solitudine e di abbandono in cui la Maddalena, in cui noi stiamo precipitando?»

Da quell’attimo, fa notare il maestro Muti, proviene un grido che non può essere percepito dagli uomini perché risale «da un abisso senza fondo, così profondo che non si può udire dal di fuori, ma per così dire solo dal di dentro». Gli uomini non riescono a percepire alcun suono da queste profondità abissali.

Ma la croce ha questo potere. Cristo scende fin nelle profondità insondabili degli inferi. E con questo suo gesto riporta via via il grido iniziale dell’uomo verso un’armonica espressione, carica di umanità. Ed è per questo che Dante, ricorda Muti, recita: «s’accogliea per la croce una melode / che mi rapiva, senza intender l’inno».

Non c’è vera melodia che non scaturisca dalla croce. È dunque alla potenza di questa croce che si rivolge Joseph Haydn con Le sette ultime parole del nostro Redentore in croce, una composizione scandita da sette frasi pronunciate da Cristo nella sua passione. Sono esclamazioni che rivelano tutta l’umanità di Cristo morente: “Padre, perdonali”, “Oggi sarai con me nel paradiso”, “Ecco tua madre, ecco tuo figlio”, “Perché mi hai abbandonato?”, “Ho sete”, “Tutto è compiuto”, “Nelle tue mani rimetto lo spirito mio”.

È l’uomo Cristo che parla come uomo, che muore come uomo.

Tutto sembra umano, tutto sembra seguire la via di una vita umana, tutto è portato alla sua naturale conclusione. “Tutto è compiuto”. Niente fa trasparire in questo momento la prevalenza del divino, che sembra anzi capitolare di fronte all’ineluttabilità del destino umano cui Cristo, pur essendo Dio, sembra non avere il potere di sottrarsi.

Lo avevano capito bene quei passanti che per questo, dice il Vangelo, ai piedi della croce lo insultavano scuotendo il capo: «Salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!»

Ma, senza questo fatale epilogo che lo portava addirittura a negare se stesso, Cristo non avrebbe potuto dire di aver veramente assunto la condizione umana.

La vita terrena di Cristo avrebbe potuto concludersi così e l’incarnazione avrebbe potuto essere una semplice parentesi seguita all’annuncio di Nazareth, dopo la quale il Figlio sarebbe ritornato al Padre, com’era in fondo fin dall’eternità.

Dai Vangeli apprendiamo che anche i discepoli, negli ultimi tempi, erano consapevoli che tutto si sarebbe concluso così, che non c’era niente da fare se non ciò che espresse Tommaso con la sua irruenza: “Andiamo anche noi a morire con lui”. Che altro avrebbero potuto fare?

Tutto si avviava alla sua naturale conclusione. Anche Pietro, del resto, una volta invitato da Cristo a mettere via la spada, aveva dovuto rinunciare a ogni gesto di ribellione. Si era anche lui rassegnato.

Non così però Maria Maddalena. Nell’icona del Masaccio la vediamo irrompere sulla scena. Come a non voler accettare che tutto finisca così. È una scena nella quale il divino ha ceduto tutto il suo spazio, una scena dove l’umano si impone nella sua assoluta nudità. Al Calvario anche Dio è umanità nuda e su questa scena si attende il momento in cui calerà il definitivo silenzio. E invece sul silenzio dell’impotenza umana, si impone l’inatteso, sovrumano, straziante urlo della Maddalena.

Se l’icona del Masaccio fosse stata una fotografia, avremmo potuto dire che è una fotografia venuta male. È come se al momento dello scatto, un intruso si fosse improvvisamente intromesso a rovinare la scena. E infatti sembra essere proprio questa l’intenzione della Maddalena, che vediamo in una posa decisamente scomposta mentre col suo mantello tenta di coprire, di occultare il Calvario, di impedire che l’osservatore ne veda lo scempio.

A questa e a tante altre riflessioni rimanda la lettura di questo bel libro. La potente immagine della Maddalena, confessa Muti, «mi ha sempre profondamente “toccato”: è l’amore verso Cristo – non vi è dubbio –, rappresentato anche da quel mantello rosso e da quei capelli biondi e dalle sue braccia e mani tese “dirette” verso Cristo. Sembra che lei sia piombata in quel momento nel quadro. Sembra che irrompa nel quadro per occuparne inesorabilmente tutta la scena».

Nel dialogo riportato nel libro, rivolgendosi al maestro Muti, Massimo Cacciari dice: «Vorrei riportare il tuo discorso al rapporto suono-immagine partendo da un mio ricordo personale della tua esecuzione delle Sette ultime parole a Ravenna, quando prima dell’attacco ti sei rivolto al pubblico dicendo: “Adesso io vi invito tutti all’ascolto… Vi ritroverete ciascuno con la propria vita, le proprie speranze, tutti uniti in Cristo; cioè, l’umanità di Cristo è l’umanità di voi che ascoltate”. In quella Introduzione c’era l’evocare la croce, l’immagine della croce; lì le tue parole, la musica che hai diretto, sono diventate anche carne».

Gli uomini hanno estromesso Cristo dalla propria vita. Con determinazione, hanno cercato di espellerlo in ogni modo, cancellando ogni traccia della sua divina presenza. Bisogna dire anche che, da un certo punto di vista, ci sono riusciti.

Ma la Maddalena irrompe in questo sinistro quadro con prepotenza, fino a impadronirsi della scena. Il suo urlo rivela la desolazione, l’abisso di solitudine e di abbandono verso cui lei stessa, verso cui il mondo intero sta rovinosamente scivolando. Con questo suo dolore, la Maddalena associa ogni uomo al suo dolore, in un unico e imponente coro. La donna implora e ogni uomo implora con lei, attraverso lei. E questo ha il potere di capovolgere la colpevole posizione dell’uomo di fronte a Cristo.

Adesso, giunti al momento estremo, «con la Maddalena ci protendiamo verso di lui, non sopportiamo che lui possa abbandonarci».

paolotritto@alice.it

1 Comment

  1. Grazie, Paolo, non conoscevo questo libro, la cui bellezza e profondità si percepisce molto bene dal tuo articolo CinziaInviato dal mio Galaxy

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