Giovanni Paolo II, il terremoto dell’Irpinia e il gesto di Balvano.

Giovanni Paolo II a Balvano il 25.11.1980. Immagine dal sito del Comune di Balvano.

Nella ricorrenza dei quarant’anni del disastroso terremoto che colpì l’Irpinia e la Basilicata, tra le molte rievocazioni che in questa circostanza si sono susseguite, io vorrei richiamare un articolo di Angelo Scelso, storico giornalista di Avvenire, pubblicato qualche mese fa su questo quotidiano, dal titolo Papa Wojtyla. Quando a Balvano fece suo il dolore dei terremotati. Come tanti altri hanno fatto giustamente, anche Scelso si sofferma sul nome di Balvano, un nome che ha finito per essere associato più di altri alla lacerante ferita provocata dal sisma. Sia perché Balvano richiamava già un altro terribile disastro, avvenuto una quarantina di anni prima, quando in un incidente ferroviario perirono oltre 500 viaggiatori, sia per lo sconfortante bilancio del terremoto.

A Balvano ci fu il numero più alto di morti che si registrarono nei paesi della Basilicata, ma quello che sconvolse tutti fu che quasi tutte queste vittime erano bambini. Il terremoto aveva sorpreso queste giovani vite mentre assistevano a una funzione religiosa in chiesa. Occupavano le prime file dei banchi e questo fu il punto che maggiormente fu investito dai crolli.

C’è chi da allora, a Balvano, non ha voluto più mettere piede in chiesa. Perché non può esserci un Dio se può accadere tutto questo. Sarà stato per questo motivo che il papa Giovanni Paolo II, appena due giorni dopo, volle accorrere sul posto.

Una fotografia dell’epoca mostra un gruppo di persone che si accalca attorno al papa tra le rovine del paese. Ma le immagini talvolta non possono descrivere adeguatamente la realtà dei fatti. Nessuna fotografia poteva del resto riuscire a rendere l’idea del dolore, dell’angoscia che in quel momento si viveva a Balvano.

Angelo Scelso, nell’articolo citato precedentemente, ci presenta un papa che pure, nel corso del suo lungo pontificato, vedremo spesso circondato da folle oceaniche che in tutto il mondo accorreranno al suo passaggio. Un papa che però a Balvano viene accolto con freddezza. Una freddezza comprensibile e che vuol dire tante cose, forse anche un’aperta ostilità nei confronti di quello stesso Dio in nome del quale quel papa parlava.

Tutto sembrava irreale quel giorno a Balvano. In fondo in questo paese non c’erano stati quei grandi crolli che si potevano vedere negli altri centri dell’Irpinia. Nemmeno la chiesa del paese sembrava aver subito particolari danni se non nella parte retrostante, dal lato del campanile.

«Quando arrivò in paese» scrive Scelso, «il Papa delle grandi folle, eletto meno di due anni prima, si trovò quasi senza nessuno intorno. Irreale il paese che assurdamente, per chi veniva da altri centri colpiti, quasi allontanava la realtà del disastro. Irreale quel vuoto intorno al Papa che volle compiere a piedi gli ultimi tornanti che portavano alla piazza. Da un lato e l’altro della strada, la voce dolente delle anziane donne del paese, avvolte negli scialli neri, intonavano nenie e lamenti come un requiem collettivo davanti a una tragedia che, per andare a colpire, aveva dovuto violare e quasi snidare un’antica e appartata quiete. Giovanni Paolo II proseguiva nei suoi passi in direzione della piazza».

A un certo punto il papa entrò in una delle case del paese che come tante altre non sembrava avesse subito molti danni, quando uscì riprese il suo cammino senza che la sua presenza riuscisse a ridestare qualche segno di vita. «Al suo passaggio» prosegue il racconto del giornalista, «s’infittiva soltanto il dolore: passava il Papa, ma l’angoscia impediva a molti anche di sollevare appena il capo. Il dolore impietriva ogni gesto. Erano spaesati anche gli uomini del seguito, il solo piccolo assembramento che poteva farsi, in quel momento, intorno a Giovanni Paolo II, pellegrino nel cratere del terremoto, pochi giorni dopo quel drammatico 23 novembre dell’Ottanta. L’elicottero lo aveva condotto a Balvano da Potenza dove aveva portato conforto ai feriti. A Balvano fu difficile trovare un posto per l’atterraggio. Mancavano spazi, che il piccolo centro aveva ritagliato a fatica, al fondovalle dai monti intorno, per un insediamento già in partenza precario e disagiato. La piazza stessa, che interrompeva filiere di case addossate come per proteggersi l’una con l’altra, sembrava fuori luogo; un respiro troppo ampio per quelle distanze strozzate. A pochi passi era anche la chiesa».

Giunto in piazza, Giovanni Paolo II notò davanti a sé un banco di scuola che chissà come era finito lì. «Il Papa lo vide» ricorda Angelo Scelso, «si accostò, e da solo, scostando la veste, vi salì sopra, tra la preoccupazione di chi era intorno. Un gesto risoluto e vigoroso, come una sferzata di vita e di energia in un paese attonito e smarrito». Come appariva irreale l’immagine di un papa che sembrava volersi rivolgere a un vuoto, a un’assenza.

A Balvano il papa improvvisò un discorso, disse poche parole: «Qualcuno mi ha detto: “Ma questa gente non può più pregare”. La mia risposta è questa: “Voi, carissimi, pregate con la vostra sofferenza”. E spero, sono convinto, che voi pregate più di tanti altri che pregano».

Oggi che il papa polacco è diventato santo c’è chi sostiene che sarebbe stato fatto santo troppo presto, sull’onda del favore mediatico e dell’emotività popolare. Chi dice questo non conosce questa drammatica pagina lucana del papa polacco, nella quale ha avuto l’onestà di mettersi in silenzio di fronte al più acuto dolore umano, di accettare l’umiliazione di una sordità umana, di un sentimento ostile, di un’accoglienza fredda.

Salendo su quel banco nella piazzetta di Balvano il papa ha voluto esporre la propria persona come bersaglio a un grido diretto contro Dio. Perché quella povera gente avesse almeno qualcuno contro cui urlare. Non c’è amore più grande che dare se stessi.

Giovanni Paolo II, con il gesto di Balvano, ci dice anche quanta presenza di Dio ci sia nella sua assenza. E che quando l’uomo, sconfitto e umiliato, capisce di non avere più nemmeno la forza di pregare, proprio questa è la sua più ardente preghiera.

paolotritto@alice.it

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