«La nostra casa è altrove». Conversioni cristiane nella cultura inglese del XX Secolo.

Chi lo sa se Joseph Pearce, quando scrisse Literary Converts, avesse presente la questione posta da Dostoevskij ne I Demoni e poi rilanciata, per la sua stringente attualità, nel volume All’origine della pretesa cristiana da don Luigi Giussani, Servo di Dio e fondatore del movimento di Comunione e Liberazione. Ne I Demoni, Dostoevskij fa dire a Stavrogin: «La fede si riduce a questo problema angoscioso: un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere, credere proprio, alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo?»

Nonostante non siamo a conoscenza delle ragioni che avrebbero spinto Pearce a scrivere il suo libro, si può comunque affermare che l’autore offre una pertinente risposta alla grande domanda dello scrittore russo. Literary Converts: Spiritual Inspiration in an Age of Unbelief, pubblicato nel 1999, e poi rielaborato in una successiva edizione, è un libro che passa in rassegna le circostanze che hanno spinto verso la fede cristiana tanti esponenti di spicco della cultura inglese.

Cosa può indirizzare l’uomo colto europeo dei nostri giorni, di cui parla Dostoevskij, verso il cristianesimo? Pearce ci rivela, nel suo libro, che la domanda ha interessato un numero insospettabile di personalità eminenti, approdate alla Chiesa cattolica dopo essere vissuti nel contesto della Chiesa anglicana, in alcuni casi come membri del clero, per vivere più intensamente una vita di fede. È il caso per esempio di Gilbert Keith Chesterton, Hilaire Belloc, Maurice Baring, Robert Hugh Benson, Ronald Knock, Siegfried Sassoon, Arnold Lunn, Muriel Spark, Edith Sitwell, Graham Greene, Alec Guinness, Christopher Derrick, Malcom Muggeridge e tanti altri.

A questi, Pearce aggiunge Thomas Stearns Eliot, premio Nobel nel 1948, e Clive Staples Lewis, i quali intrapresero il loro percorso di conversione da posizioni agnostiche, preferendo però rimanere nella comunione anglicana. L’autore non vedrebbe comunque discontinuità tra il gruppo dei convertiti alla Chiesa di Roma rispetto a Eliot e Lewis. Per la ragione che, di fronte al successivo aggravarsi della deriva modernista, rimanere all’interno della Chiesa anglicana «sarebbe stato estremamente improbabile per entrambi, ma in particolare per Eliot», come ha affermato Russell Kirk, filosofo e studioso del pensiero di Eliot. Un giudizio condiviso anche da Walter Hooper, principale discepolo di Lewis e suo segretario personale.

Alcune delle ragioni che hanno determinato queste conversioni religiose sono senza dubbio legate a qualche contingenza. In molti di coloro che si sono orientati verso il cattolicesimo romano, oltre al citato problema rappresentato dal modernismo, si avvertiva la necessità di salvaguardare il carattere universale della Chiesa. Oppure la necessità di separare l’esperienza di fede da un determinato sistema economico, necessità evidenziata in quegli anni anche dal magistero del Papa. Accogliendo gli insegnamenti pontifici, l’impegno politico di Chesterton e compagni, per esempio, con le loro teorie del distributismo, si proporrà di cercare le condizioni perché siano garantite a ciascuno una piccola proprietà e la disponibilità di un minimo dei mezzi di produzione.

Tra queste circostanze contingenti, o apparentemente tali, vediamo farsi largo alcuni personaggi, sempre presenti laddove si avvertiva odore di conversione religiosa. Uno di questi è stato padre Cyril Martindale, un prete gesuita, scrittore e commentatore radiofonico. Come padre Martindale e compagni hanno potuto determinare un così grande interesse verso il cristianesimo da parte di un tale numero di esponenti della cultura inglese?

A una domanda di questo tipo ha risposto bene la scrittrice Muriel Spark in un’intervista televisiva del 2 giugno 1961, con un’espressione che è stata riportata in Literary Converts: «La ragione che mi ha fatto aderire alla Chiesa di Roma è perché questa spiega me stessa». Dietro questa nuova idea di conversione vi era probabilmente l’insegnamento di John Henry Newman. Don Giussani, nel citato volume, scrive infatti che «Newman osserva che la “conversione” altro non è che la scoperta più profonda e più autentica di ciò cui si aderiva prima».

Dietro queste conversioni, dunque, non vi era mai un tentativo di indottrinamento da parte della Chiesa cattolica, quanto un’esigenza personale e una personale scoperta scaturita da fatti concreti che accadevano nella vita.

Il caso più curioso è indubbiamente quello che ha riguardato l’eccentrico scrittore Evelyn Waugh, autore del celebre romanzo Una manciata di polvere. Il quale, di fronte al deludente epilogo di una vita di eccessi, aveva deciso di farla finita. E così in una notte, spinto da un impulso suicida e approfittando del chiarore lunare, raggiunse il mare e si tuffò. Ma mentre era tutto intento a trovare il modo di annegarsi, avvertì un forte bruciore alla spalla; era stato attaccato dalle meduse. Cercò di resistere a un primo assalto, ma al secondo dovette battere in ritirata e affrettarsi a raggiungere la riva, dove si rivestì; nella tasca dei pantaloni, al momento del tuffo, aveva inserito un biglietto con le motivazioni dell’insano gesto.

Waugh intuì che quelle meduse potevano essere un segno del destino e andò a confrontarsi con padre Martin D’Arcy, un gesuita confratello di padre Martindale, che nei suoi scritti riporta questa nota: «Era venuto per imparare, per rendersi conto di ciò che credeva essere una rivelazione di Dio». Evelyn Waugh chiederà poi di essere accolto nella Chiesa cattolica, per la commozione provata di fronte a quel sacerdote che, come scrisse, aveva creduto che potesse venir fuori qualcosa di buono “anche da un’anima arida” come era la sua.

Sorprende che questi “uomini colti” – per riprendere l’espressione di Dostoevskij – non siano andati dietro, come ci si poteva aspettare da degli intellettuali, a complessi ragionamenti, ma abbiano aderito alla Chiesa con semplicità. La poetessa Edith Sitwell, nonostante fosse tra gli intellettuali più inquieti del tempo, dichiarava di essere rimasta attratta dalla Chiesa cattolica osservando «la serenità nei volti delle contadine in preghiera nelle chiese italiane». Parlando anche di Roy Campbell, un altro poeta che aveva chiesto di essere ricevuto nella Chiesa di Roma, la Sitwell disse che dietro quella decisione c’era «la semplicità del cuore e la fede di un bambino».

Negli anni Trenta il flusso di questi convertiti era diventato davvero un fiume in piena: nel corso di quel decennio vi furono circa dodicimila conversioni ogni anno, soltanto in Inghilterra. E qualcosa di simile succedeva anche negli Stati Uniti. Del resto, ricorda nel suo libro Joseph Pearce, anche in altre parti del mondo culturale europeo si poteva assistere a un fenomeno analogo, con le conversioni per esempio di Francois Mauriac, Léon Bloy, Jacques Maritain, Charles Peguy, Giovanni Papini, Gertrude von le Fort, Sigrid Undset. Come sarebbe stato contento Fëdor Dostoevskij di poter leggere il libro di Pearce!

Chi ha seguito queste note fino a questo punto, potrebbe aver tratto conclusioni affrettate riguardo all’accoglienza riservata a questi convertiti nella Chiesa di Roma. Qualcuno potrebbe aver immaginato un ingresso trionfale di questi “uomini colti” nell’ovile cattolico. La realtà fu indubbiamente diversa da quella della parabola evangelica del padre che accoglie festosamente il figliol prodigo che fa ritorno a casa.

Già Robert Hugh Benson, conosciuto in Italia soprattutto per il romanzo Il padrone del mondo, dovette sperimentare sulla sua pelle la freddezza dell’accoglienza riservatagli dai cattolici romani. Quando si diffuse la notizia della sua adesione alla Chiesa di Roma, Benson ricevette un gran numero di lettere di approvazione, tanto che ne perse il conto; ma, «fu deluso nel constatare che pochissimi di queste provenivano dai cattolici» che, nota Pearce, mostrarono generalmente molta indifferenza nei suoi confronti. Eppure, quella di Benson era una decisione sommamente sofferta, oltre che certamente clamorosa: era un autorevole membro del clero anglicano e anche figlio dell’arcivescovo di Canterbury, massima autorità della Chiesa d’Inghilterra, per la quale per ragioni più che ovvie la sua decisione poteva apparire non tanto come una conversione, quanto un vero tradimento.

Non fu facile nemmeno l’inserimento del resto dei convertiti nel mondo cattolico. Per molti di loro, la conversione era avvenuta nel momento – erano gli anni Sessanta del Novecento – in cui rischiava di farsi strada anche nella Chiesa cattolica quella deriva modernista che aveva investito l’anglicanesimo. In molti casi, il motivo che li aveva spinti ad avvicinarsi a Roma erano state proprio le forti perplessità verso la tendenza di allineare la Chiesa anglicana allo “spirito dell’epoca”. A questo proposito è interessante, come esempio, il giudizio di Waugh poco benevolo riguardo a “un pericoloso sacerdote” – come lo definì – che, nonostante il nome Küng, “non è cinese”. Hans Küng, di cui sono note le tesi poco ortodosse, secondo Waugh, è il caso di un vero eretico che «in tempi migliori, avrebbero arrostito».

Al di là di questo giudizio così categorico, vorrei riportare una testimonianza personale riguardo a un episodio piuttosto eloquente, riferito anche da Pearce in Literary Converts. Nel luglio del 1984 ero in Inghilterra e il caso volle che mi trovassi a passare davanti al Minster di York nei giorni in cui veniva ordinato vescovo David Jenkins il quale aveva messo in discussione l’immacolata concezione della santa Vergine e l’atto concreto della resurrezione di Cristo. Ricordo che proprio all’ingresso della cattedrale c’era uno sparuto gruppo di sostenitori delle tesi del vescovo che riuscii a fotografare e che, innalzando un cartello, protestavano “contro la resurrezione nella carne e contro la fede cristiana”.

©1984 – Paolo Tritto, York

Sono stato testimone anche di quello che Pearce riferisce nel suo libro, che cioè quando tre giorni dopo l’ordinazione di Jenkins successe che un fulmine provocò un terribile incendio nel Minster, un po’ tutti a York mettevano in relazione le blasfeme tesi del vescovo con la “punizione” divina del fulmine. Nella chiesa anglicana, come dimostrava il caso del vescovo Jenkins, cominciava a farsi strada qualcosa di ben più pericoloso di una semplice apertura allo “spirito dell’epoca”.

Sebbene il dibattito tra progressisti e conservatori negli anni del cosiddetto dopoconcilio durerà ancora a lungo, nei fatti perderà gran parte dell’interesse che aveva suscitato in un primo momento. Le questioni vere della vita erano altre. Col tramonto del XX Secolo, per ragioni diverse, gli uomini vedevano svanire la possibilità di trovare pace sia in un progresso capace di cambiare radicalmente la vita degli uomini sia in un’intransigente difesa delle tradizioni più consolidate.

Commentando, alla fine dei suoi giorni, la decisione di abbracciare la Chiesa di Roma, il giornalista inglese Malcom Muggeridge scrisse: «La nostra casa è altrove. Ora, verso la fine del mio pellegrinaggio, ho trovato nella Chiesa cattolica un posto dove riposare e da dove posso vedere le Porte celesti che si aprono nel Muro di Gerusalemme più chiaramente che da qualsiasi altro posto, sebbene soltanto attraverso un vetro scuro». Se la vita è un lungo pellegrinaggio, scrive Pearce, l’uomo non può intendere se stesso se non come homo viator, come un uomo in perenne cammino.

Alec Guinness, è stato indubbiamente uno dei più importanti attori inglesi, premio Oscar per il film Il ponte sul fiume Kwai. Il film era del 1957 e, tre anni prima, Guinness ne aveva interpretato un altro, Uno strano detective, Padre Brown, tratto dai famosi racconti di Chesterton, nel quale film Guinness compariva nei panni del sacerdote-detective. Le riprese si svolgevano in una remota località rurale della Francia centrale. Un giorno l’attore se ne tornava a piedi in albergo con addosso ancora gli abiti di scena quando un bambino gli si avvicinò, lo prese per mano e gli fece compagnia lungo tutto il tragitto. Il bambino si esprimeva in francese, una lingua che Guinness non conosceva, il quale continuò a camminare in silenzio, per non spaventare il bambino con la sua lingua straniera. Sicché, per tutto il tempo, il bambino continuò a parlare chissà di cosa con questo sconosciuto sacerdote, che tra l’altro non era nemmeno tale.

Successivamente, Alec Guinness ripensò più volte a questo strano episodio, sorpreso di come un bambino si fidasse così di un sacerdote cattolico, tra l’altro mai visto prima, tanto da accompagnarlo e confidandosi lungamente con lui. Guinness stava vivendo allora un momento molto difficile della sua vita. Il suo unico figlio era stato colpito dalla poliomielite e si temeva per la sua vita. Cominciò a frequentare la chiesetta cattolica di Petersfield che si trovava vicino casa e qui, lui che fino a quel momento riteneva di essere ateo, si sorprese a pregare per la guarigione del figlio con la stessa fiducia che aveva notato in quel bambino francese che lo aveva scambiato per un prete. Qualche mese dopo – era il 1954 – al parroco di Peterfield, padre Henry Clarke, chiese di essere accolto nella Chiesa cattolica e di ricevere il battesimo.

È bello che Joseph Pearce abbia inserito nel novero di questi convertiti anche lo scrittore Graham Greene, un uomo che per la verità non voleva affatto essere cattolico. Si era convertito da giovane, ma con il trascorrere degli anni avvertiva sempre più la sua avversione a una vita cristiana. Chi ha letto i suoi romanzi ha ben presente tutto questo. I suoi personaggi sono uomini immorali, incoerenti, sleali, infedeli, schiavi del vizio. Un giorno Greene, come disse, scomunicò se stesso allontanandosi definitivamente dai sacramenti.

Green non abbandonò comunque la fede. Come i suoi editori sapevano bene, non vi era coerenza alcuna né in quello che scriveva nei suoi racconti né nella sua vita. Pertanto, lo scrittore non riusciva a prescindere dalla fede ma nello stesso tempo si ostinava a voler prendere le distanze dalla Chiesa. Spiegava di aver messo la fede in secondo piano, ma proprio per questo la fede era qualcosa di imprescindibile dalla sua vita.

Una volta si recò insieme ai suoi amici a San Giovanni Rotondo da padre Pio, ma quando si trattò di avvicinare il frate si tirò indietro. Sapeva che quell’incontro gli avrebbe cambiato una vita immersa nel peccato e lui non voleva cambiarla, soprattutto non voleva perdere la sua amante. Nonostante ciò, da quel momento portò sempre nel suo portafoglio un’immagine di padre Pio; forse era rimasto impressionato dal fatto che nonostante non avesse voluto incontrare il frate, questo gli aveva comunque cambiato la vita. Tornando da San Giovanni Rotondo infatti, quello che avrebbe voluto evitare era accaduto ugualmente: la sua amante lo aveva abbandonato.

Tra la Grazia e il peccato, Greene diceva di preferire vivere nel peccato. Un giornalista gli chiese se non temesse per questo di finire all’inferno. «Ho cominciato a dubitare dell’inferno» rispose. Al che fu facile insinuare umoristicamente che Graham Greene si era deciso a dubitare dell’inferno quando cominciò a essere sicuro di finirci dentro.

Al di là delle battute che si possano fare sul conto di Greene, impressiona notare quanto simile a lui sia l’uomo contemporaneo. Come ogni uomo, la vita di Greene era fortemente condizionata dal dubbio. Dubbi sulla verità della vita, dubbi su Dio, dubbi su se stesso. Ma Greene ebbe anche la fortuna – come ha concluso Joseph Pearce in Literary Converts – di avere un ultimo dubbio anche sui suoi stessi dubbi. E questa forse fu la sua salvezza. Per cui, dopo aver tanto cercato di allontanarsi dalla Chiesa, alla fine, nel vortice della più totale confusione, si era ritrovato con la stessa domanda pronunciata da San Pietro davanti a Cristo: se ti abbandono, dove altro potrei andare?

«Forse è stata la debolezza di Greene» ha spiegato il suo biografo Norman Shelly, «piuttosto che la sua forza, che lo ha tenuto dentro la Chiesa. Si accorgeva di come il cattolicesimo, rispetto a quelle che vedeva essere le sue debolezze, sempre prevaleva».

paolotritto@alice.it

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