Nella Magna Grecia le radici della civiltà occidentale

La colonizzazione della Magna Grecia è stato uno di quei processi storici che hanno contribuito in maniera determinante alla nascita della civiltà occidentale.

Come mai i popoli della Grecia, e comprendendo con questi le diverse popolazioni elleniche, puntarono le loro imbarcazioni verso il sud della penisola italiana quando, per estendere la propria rete commerciale, sarebbe stato più semplice e meno rischioso costeggiare l’Adriatico dalla parte dei Balcani?

Certo, anche questa strada fu seguita e anche attraverso questa i greci raggiungeranno l’Italia, ma si trattò di qualcosa di gran lunga meno significativo dal punto di vista storico. Perché i greci preferirono avventurarsi al di là del mare, verso l’ignoto?

Certamente, già nella notte dei tempi, qualche montanaro del Karaburun, dall’alto delle cime montuose dell’attuale Albania, deve avere notato oltre il mare Adriatico l’esistenza di un altro mondo, il lembo estremo della penisola salentina. Una realtà che però cozzava con la convinzione che egli aveva e che lo portava a escludere potesse esserci un mondo diverso dal proprio. Nel suo universo popolato di spiriti e fantasmi, non di tutto ciò che appariva ai propri occhi si poteva essere sicuri che facesse parte del mondo reale. Nemmeno, evidentemente, quella costa che baluginava al di là del mare.

Ma, un tempo, la scoperta dei montanari del Karaburun dev’essere giunta in qualche modo all’orecchio dei vicini greci i quali, invece, avevano già assimilato l’idea dell’infinito. Questi credevano, cioè, che oltre la propria ristretta realtà ci fosse realmente qualcosa. Non soltanto qualcosa d’altro, ma qualcosa di infinitamente più grande. Più grande del proprio piccolo mondo.

All’uomo moderno può sembrare scontata questa idea dell’infinitamente grande che convive col proprio infinitamente piccolo, ma nell’antichità fu una vera scoperta. I popoli della Mesopotamia, per esempio, non concepivano che potessero esserci mondi oltre i mari.

Sicché, quando le acque del Diluvio, sciaguratamente, inondarono il delta dei grandi fiumi mesopotamici in tutta la sua immensa estensione, non ritenendo possibile che potessero esserci territori d’oltremare, i sopravvissuti conclusero che le acque avevano ricoperto interamente la Terra. Ciò che fu chiamato Diluvio Universale. La grande inondazione passò poi nella narrazione biblica e così è giunta fino a noi.

Come ci rivela Omero, i greci si muovevano in un orizzonte diverso, in una nuova dimensione, quella dell’infinito. Era l’idea di un mondo non delimitato, nemmeno da quello che era considerato il limite estremo e invalicabile: le Colonne d‘Ercole.

Così, col sentimento di essere partecipi di un misterioso oltre, probabilmente già mille anni prima dell’era cristiana, e certamente già nel IX secolo, salparono fiduciosi alla volta del Mezzogiorno d’Italia.

Il Mistero non tradisce mai. E con la colonizzazione della Magna Grecia avvenne il miracolo. Racconta lo storico francese Fernand Braudel, nel celebre libro Memorie del Mediterraneo: «La colonizzazione accelera lo sviluppo generale. Il meccanismo del commercio fa miracoli o, per lo meno, crea situazioni nuove».

Quale fu il contributo dato dalla Magna Grecia a questo sviluppo economico? «Il fatto più importante» spiega Braudel, «è probabilmente l’arrivo nei porti della Grecia continentale del grano d’oltremare, proveniente sia dalla Magna Grecia e dalla Sicilia, distribuito da Corinto, sia dal Ponto Eusino, con l’intervento dei mercanti e delle imbarcazioni di Mileto, e più tardi di Atene».

Prima bisognava produrre il grano negli spazi ristretti del Peloponneso o della Tessaglia. Troppo poco, per una popolazione in costante espansione. Per cui a un certo punto la Grecia si ritrovò nella necessità di importare il grano a caro prezzo dall’Egitto o, peggio, dai persiani che pretendevano pagamenti addirittura in argento.

Il grano magnogreco, pertanto, insieme a quello proveniente dal Ponto, dal Mar Nero, fu una manna dal cielo. Scrive sempre Braudel: «Questo grano estero, a buon mercato, rappresenta di per sé una rivoluzione il cui significato fa diminuire quelle che oggi un economista chiamerebbe volentieri attività del settore primario, che non sono mai troppo redditizie. Grazie al grano trasportato dalle “navi a pancia rotonda” al porto di Zea (in realtà una rada del Pireo riservata al commercio delle granaglie), l’Attica potrà specializzare le campagne, a partire dall’epoca di Pisistrato, nella più vantaggiosa coltivazione della vite e dell’olivo».

Evidentemente, non ci fu soltanto questo a generare questo processo virtuoso di sviluppo. Vi agirono, contemporaneamente, altri formidabili acceleratori, principalmente la scrittura e la moneta. Due strumenti che la democratica civiltà greca mise a disposizione della generalità dei cittadini, a differenza di altre civiltà che ne limitarono l’uso a ristrette classi di scribi. La scrittura, come si può ben comprendere, ebbe un ruolo primario nella nascita della cultura greca. Ma anche la possibilità di maneggiare denaro contante fu una grande rivoluzione democratica perché affrancò la società dal potere dei contabili di corte, i quali custodivano in esclusiva i registri degli scambi commerciali.

Nelle economie fisiocratiche dell’antichità erano le attività agricole che rappresentavano il fattore primario dello sviluppo economico. C’è da chiedersi pertanto se ci sarebbe stata comunque la letteratura greca, l’arte, la filosofia senza le importazioni di grano dalla Magna Grecia e dal Mar Nero. Sono domande destinate a rimanere senza risposta perché, come sappiamo, la storia non corre dietro alle ipotesi.

Nonostante ciò, queste sono domande che è utile porsi, perché si sono ripresentate poi nel corso della storia. La stessa cosa infatti avvenne nel secondo dopoguerra italiano, quando il Mezzogiorno d’Italia mise la propria forza economica al servizio del progetto di sviluppo del Nord. Con la Riforma agraria degli anni Cinquanta del secolo scorso, si rafforzò il potenziale dell’agricoltura meridionale per consentire alle regioni settentrionali di accelerare l’industrializzazione nell’area padana.

È interessante capire fino a quale punto questo processo moderno di industrializzazione regga il paragone con l’esperienza storica della colonizzazione della Magna Grecia. In questo caso, infatti, non vediamo da parte dei colonizzatori un vero tentativo di affermare la propria supremazia. La Grecia utilizzò il valore aggiunto ricavato dalle importazioni di grano estero per migliorare la resa dei propri terreni agricoli, mettendo a coltura l’ulivo e la vite.

Ciò determinò una crescita considerevole della ricchezza interna. Ma nello stesso tempo, i greci seppero ricambiare il favore ricevuto, rendendo anche le terre “al di là del mare” – Metaponto – partecipi del proprio benessere. Trasferendo anche a questi agricoltori il segreto della coltivazione delle viti e degli ulivi.

Ancora oggi tanti vini italiani portano impresso nel nome la traccia dell’origine greca dei propri vitigni. Come il Greco di Tufo, il Grechetto, il Greco bianco, il passito di Greco. Ma anche la Malvasia, dal nome italianizzato dai veneziani della città greca di Monemvasia. Per finire al principe dei rossi meridionali, il vino del Vulture, dall’evidente derivazione etimologica di “ellenico”, l’Aglianico.

La simbiosi con la Magna Grecia non fu per i greci un fenomeno limitato soltanto agli scambi commerciali. Fu un rapporto che fecondò anche lo stesso pensiero greco classico. Pensiamo a Pitagora e alla sua scuola di Crotone, ma anche alla scuola Eleatica di Parmenide e Zenone, nella Lucania antica, che tanta influenza esercitò sul pensiero filosofico di Socrate. A questi si sarebbe potuto aggiungere anche Archita di Taranto, che Cicerone riteneva uno massimi filosofi dell’antichità, se in Grecia il suo pensiero non fosse stato censurato da Platone.

«La Grecia antica è ancora viva» scrive Fernand Braudel, «l’uomo greco possiede una certa umanità di fondo, che è variata di poco nel corso del tempo. E il pensiero greco vola verso di noi, si reincarna ostinatamente, come le anime dei morti che il sacrificio di Ulisse riportava in vita. Si trova a Mileto, ai tempi dei grandi ioni; a Atene, quando parla Socrate; a Alessandra d’Egitto, prima di brillare a Siracusa, con Archimede; sarà a Roma, poiché la derisoria riduzione della Grecia a provincia romana (146 a.C.) si conclude con la conquista spirituale del vincitore; sarà un prezioso fiore di serra a Bisanzio, la seconda Roma; fiorirà di nuovo nella Firenze di Lorenzo de’ Medici e di Pico della Mirandola. E ancora oggi giunge fino a noi».

 

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