L’uomo mandato da Dio in un campo di arachidi. George Washington Carver

Talvolta si crede che nel mondo, per cambiare veramente le cose, bisogna imbracciare il fucile e fare una rivoluzione. Ci sono uomini che, invece, hanno fatto grandi rivoluzioni completamente disarmati o avendo tra le mani armi improbabili. Per tutta la sua vita, George Washington Carver non ebbe a disposizione molto altro delle povere cose che poteva trovare in un campo di arachidi.

Lo studio delle arachidi fu la sua grande passione. E quante cose, grazie al suo interesse per questa pianta in fondo trascurabile, riuscì a cambiare! Si potrebbe dire che questa ebbe dei risvolti addirittura sovversivi. Potrebbe sembrare questa un’esagerazione. Dovrebbe essere stato Tommaso d’Aquino a dire che quando la passione porta l’uomo ad applicarsi a qualcosa di buono, non ne può derivare che un bene.

Carver nacque in un villaggio del Missouri – America profonda – probabilmente nel 1864. La sua data di nascita non è certa perché Carver nacque schiavo e gli schiavi non venivano registrati all’anagrafe. Per giunta, il cognome con cui era conosciuto George Washington, non stava a indicarne la paternità; era il nome di Moses Carver, il padrone di sua madre, anche lei schiava. La vita di George Washington, inoltre, sarà condizionata non poco anche dal colore scuro della pelle.

Stefano Mancuso, scienziato e docente universitario, ha dedicato a George Washington Carver un affettuoso ritratto, pubblicato nel suo libro Uomini che amano le piante. Storie di scienziati del mondo vegetale. Scrive Mancuso: «L’avventurosa esistenza di Carver, che già non era iniziata bene, come schiavo e figlio di schiavi in una fattoria del profondo sud degli Stati Uniti, sembra destinata rapidamente a peggiorare quando, neonato di appena sei settimane, è rapito insieme alla madre e a una sorella da un gruppo di razziatori, dedito, indistintamente, alla sottrazione di bestiame e schiavi, e venduto in Arkansas. Fortunatamente Moses Carver è un padrone premuroso e soprattutto non sopporta che qualcuno gli porti via qualcosa che gli appartiene. Così si mette alla ricerca dei razziatori, li trova dopo poche settimane e dopo una rapida contrattazione ottiene che George possa essere riscattato in cambio di un cavallo da corsa del valore di 300 dollari; della madre e della sorella, invece, non si saprà più nulla».

Qualche anno dopo, negli Stati Uniti viene abolita la schiavitù e Craver, ancora bambino, lascia la casa del suo padrone cercando di sbarcare il lunario come meglio può e di frequentare la scuola. Ma è allora che, pur in un contesto di estrema precarietà, si manifesta il grande interesse che dominerà tutta la sua vita: la botanica. Pertanto, per seguire gli studi di botanica, quando arriva il momento presenta la domanda di ammissione all’università.

La sua domanda di ammissione viene prontamente accettata, ma quando lo vedono agli uffici dell’amministrazione universitaria e notano il colore della sua pelle, gli fanno capire che per l’istituzione ciò costituisce un problema. In parole povere, lo mandano via. George però non si perde d’animo e, nella sua innocenza, ci riprova con un altro istituto dove – non si sa per quale motivo – sfugge alle maglie della selezione razziale e può quindi iniziare a frequentare le lezioni.

È il primo studente nero a essere accettato in un’università americana, aprendo di fatto, in questa maniera, le porte degli studi universitari agli studenti di colore, ben prima del riconoscimento di questo diritto che avverrà, con un pronunciamento della Corte Suprema degli Stati Uniti, soltanto 65 anni dopo. Per pagare le tasse d’immatricolazione, scrive Stefano Mancuso, «si adatta a fare qualunque cosa: il pulitore di tappeti, il lavandaio, lo stalliere, il cuoco di prima categoria in un albergo e nel breve tempo di un anno riesce a mettere da parte i soldi necessari per pagare la retta di ammissione».

Successivamente, in università, continua Mancuso, «Carver inizia a lavorare come assistente botanico (è, di nuovo, il primo nero) sotto l’ala protettrice del professor James Wilson, più tardi ministro dell’Agricoltura con i presidenti McKinley, Roosevelt e Taft. Così, quando nel 1897 lo stato dell’Alabama emana una legge per promuovere una scuola agricola e stazione sperimentale per neri presso il Tuskegee Institute, George Washington Carver è pronto. Quando il rettore di Tuskegee lo invita con una lettera a far parte del corpo docente della scuola di agraria e a dirigerne il programma, Carver risponde con orgoglio: “È sempre stato il grande sogno della mia vita poter fare il maggior bene possibile al maggior numero possibile di persone del mio popolo e a tal fine ho preparato la mia vita in questi molti anni, credendo che questo sistema d’istruzione è la chiave per aprire la porta d’oro della libertà al nostro popolo”. A Tuskegee, Carver rimarrà per i successivi 47 anni, fino alla morte avvenuta nel 1943».

Come si sa, la popolazione di colore del sud degli Stati Uniti veniva solitamente occupata nella coltivazione dei campi di cotone. Di conseguenza, anche la sua emancipazione doveva essere strettamente legata ai modi di produzione del cotone. Carver fu il primo a mettere in discussione la pratica, largamente diffusa, della monocoltura del cotone. Una pratica che portava i terreni a un rapido depauperamento e i raccolti inevitabilmente a scarseggiare. Chi ne faceva le spese era ovviamente il contadino nero, costretto a una vita di stenti.

Per risolvere questo problema, Carver propose l’alternanza della coltivazione del cotone a quello delle arachidi. Tra le proprietà della pianta di arachidi vi è anche quella di fissare l’azoto dell’aria che poi rilascia in abbondanza nel terreno, aumentandone significativamente la fertilità. L’idea di Carver fu una vera rivoluzione nel mondo agricolo americano e la pratica dell’alternanza cotone-arachidi si diffuse nella nazione rapidamente e con successo.

In America la produzione delle arachidi crebbe a tal punto che divenne un grosso problema lo smaltimento delle eccedenze, problema cui Carver non si mostrò insensibile. Fu ciò a spingerlo a trovare oltre 300 modi di utilizzare le arachidi, fino a quel momento utilizzate soltanto nell’alimentazione animale.

Non brevettò mai nessuna di queste sue invenzioni, a parte tre brevetti di prodotti cosmetici, perché diceva: «Dio non ci ha mica presentato il conto quando ha creato le arachidi. Perché dovrei guadagnarci io con i loro derivati?»

Dio fu un’altra realtà che dominò la vita di George Washington Carver e che diede al suo impegno il carattere di una vera missione. Credeva che fosse Dio a volerlo in un campo di arachidi per poi passare in laboratorio per i suoi esperimenti, tanto era convinto che proprio in quel campo avrebbe trovato il tesoro nascosto di cui parla il Vangelo. All’ingresso del suo studio campeggiava una targa: “Piccolo laboratorio di Dio”.

Cosa possono rappresentare le arachidi ai nostri occhi? Poco più di niente. Ma Carver sapeva che il Creatore è colui che ha tratto dal nulla tutte le cose. Dal “piccolo laboratorio” di Carver, uscirono un’infinità di prodotti ricavati dalle arachidi, come sapone, creme per il viso, crema da barba, inchiostro, carta, plastica, vernici, maionese, oli medicinali, brillantina, smacchiatori per legno, lucido da scarpe. E questo non è che un piccolissimo elenco. Come Craver scrisse una volta, «le molte cose buone che il Signore ha affidato alle mie cure sono troppo numerose per essere menzionate qui».

Carver ricordava spesso l’invito di Gesù a tornare come bambini. Aveva preso proprio alla lettera queste parole e davvero quando la mattina si svegliava guardava la realtà con gli occhi meravigliati di un bambino che si affaccia per la priva volta alla vita. «Il mio lavoro, la mia vita» diceva, «deve essere nello spirito di un bambino piccolo che cerca solo di conoscere la verità e seguirla. Il mio scopo deve essere soltanto lo scopo di Dio – aumentare il benessere e la felicità del Suo popolo».

Nel suo lavoro era spinto dalla meraviglia verso la creazione operata da Dio e dalla compassione verso i fratelli uomini. Due cose che non sono poi tanto divergenti, dal momento che in entrambi i casi si tende alla ricerca del bene. E sono state queste due cose a determinare i tratti della sua grande umanità. Una sua celebre massima, che oggi viene riproposta in tanti post che circolano sui social media, recita così: «Tutta la strada che faremo nella vita dipende dalla nostra tenerezza verso i giovani, dalla nostra compassione per i vecchi, dalla nostra simpatia per chi lotta, dalla nostra tolleranza per i deboli e per i forti; perché un giorno noi saremo stati tutto questo».

Ricorda il suo biografo William J. Federer che spesso Carver andava a dormire con un problema apparentemente insolubile. E la mattina, svegliandosi, trovava che la risposta miracolosamente era lì davanti ai suoi occhi. «Noi che crediamo in Cristo» diceva, «come possiamo non sorprenderci di ciò che Dio può fare con un uomo di buona volontà in un laboratorio?»

Con la sua “buona volontà” George Washington Carver aveva aperto le porte degli studi universitari agli studenti di colore; aveva scoperto la bontà delle arachidi, che prima di lui ancora non erano utilizzate nemmeno nell’alimentazione umana, quelle arachidi che oltre a risollevare l’agricoltura americana diventeranno uno dei segni distintivi dell’America stessa. Carver aveva capito inoltre l’importanza di un corretto smaltimento delle scorte alimentari, aveva capito il grande significato della rinuncia ai profitti derivanti dai brevetti e quanti benefici il popolo può trarre da ciò. Dopo di lui e grazie alle sue innovazioni, le condizioni dei contadini neri americani cominciarono a migliorare sensibilmente. La popolazione di colore inizierà così ad assaporare i primi frutti dell’emancipazione.

Quanti uomini pensano di cambiare il mondo con la forza delle armi e della violenza. I loro risultati spesso non sono minimamente sono paragonabili a quelli ottenuti da George Washington Carver con l’amorevole dedizione al benessere del suo popolo, con l’umile lavoro nel suo laboratorio e con la sua profonda fede. Perché diceva: «Dio ci rivelerà cose che prima non ha mai rivelato se metteremo le nostre mani nelle sue».

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