Morte e resurrezione nel Vietnam dopo Ngo Dinh Diem (6)

Robert Capa © International Center of Photography/Magnum Photos

(Continua dalla Quinta parte)

Dopo l’eliminazione di Ngo Dinh Diem, a Saigon si succedettero numerosi governi di breve durata, nessuno dei quali mostrò maggiore determinazione di Diem. Finché, alla fine di aprile del 1975, Saigon capitolò, le truppe americane dovettero abbandonare il paese e si insediò il temuto regime comunista. Pochi mesi dopo fu arrestato Francesco Saverio Nguyên Van Thuan, nominato da papa Paolo VI arcivescovo coadiutore di Saigon appena qualche giorno prima della capitolazione della città. L’arcivescovo, arrestato “in odium fidei”, era l’ultimo importante esponente della famiglia Ngo Dinh.

Il regime comunista non riuscirà mai a piegare quest’uomo mite e umile, sebbene fossero durissime le condizioni di detenzione cui venne sottoposto per tredici lunghi anni. Ricorda Sandro Magister: «Il 15 agosto 1975, festa dell’Assunta, lo arrestarono. Aveva solo la tonaca e il rosario in tasca. Ma già nel mese di ottobre cominciò a scrivere messaggi dal carcere, su foglietti che gli procurava di nascosto un bambino di 7 anni, Quang. In carcere non poté portare con sé la Bibbia. Allora raccolse tutti i pezzetti di carta che trovava e compose un minuscolo libro sul quale trascrisse più di 300 frasi del Vangelo che ricordava a memoria. Celebrava messa ogni giorno con il palmo della mano a far da calice, con tre gocce di vino e una goccia d’acqua. Il vino se l’era procurato così. Appena arrestato gli avevano permesso di scrivere una lettera per chiedere ai parenti le cose più necessarie. Domandò allora un po’ di medicina per digerire. I famigliari compresero il significato vero della richiesta e gli mandarono una bottiglietta con il vino della messa e con l’etichetta: “medicina contro il mal di stomaco”. Le briciole di pane consacrato le conservava in pacchetti di sigarette».

In carcere a Nguyen Van Thuan era vietato celebrare la santa messa e perfino pregare. Nonostante ciò, scrive il biografo André Nguyen Van Chau, «pregava per un Vietnam in cui la tolleranza religiosa fosse la norma e le relazioni tra le religioni fossero fondate sul rispetto e l’aiuto reciproci. Prima e dopo la caduta del Vietnam del Sud i comunisti hanno tratto profitto dall’ostilità fra cristiani e buddhisti: se queste due comunità avessero operato congiuntamente forse i comunisti non avrebbero mai vinto».

Nonostante la persecuzione cui era sottoposto, l’arcivescovo non mancava di manifestare la sua benevolenza nei confronti dei carcerieri e spesso teneva delle lezioni per insegnare loro le lingue straniere. Un giorno il poliziotto che aveva l’incarico di controllarlo a vista gli chiese di insegnargli un canto in latino. L’arcivescovo gli insegnò il Te Deum, che piacque molto alla guardia e che questi canterà ogni mattina a squarcia gola, durante il tempo della prigionia. «Ecco» pensò l’arcivescovo, «in questo carcere non mi permettono di pregare, ma è venuto questo poliziotto che prega il Signore al posto mio».

In un suo intervento tenuto a un convegno e pubblicato sulla rivista 30Giorni nel maggio 2002, egli stesso ha raccontato: «Sono stato in prigione per tredici anni, e nove anni in isolamento senza mai una visita della famiglia – soltanto due lettere della mia mamma – e senza giornali e libri. È una tortura mentale. La prigione era completamente vuota, c’era soltanto un’équipe di cinque giovani poliziotti comunisti che mi sorvegliavano senza rivolgermi mai la parola. Io mi domandavo che cosa potessi aver fatto loro, ma eravamo agli antipodi e loro evitavano di parlarmi, di comunicare. C’era soltanto una cosa: io avevo deciso di amarli. Ma poiché non potevo dare niente – ero così povero –, come mostrare loro che li amavo? Allora cominciai a raccontare loro della vita in Italia, dove avevo studiato, della mia vita prima in Europa, poi in America, in Asia, in Australia e in Nuova Zelanda. E allora pian piano la loro curiosità si eccitava, si avvicinavano e mi domandavano varie cose. Io rispondevo sempre, rispondevo anche alle domande offensive. Pian piano diventarono miei amici, mi chiesero di insegnare loro il francese e l’inglese e mi portarono libri affinché potessi studiare il russo: eravamo, infatti, sotto il comunismo.

«Un giorno dovevo tagliare della legna e chiesi ad uno di loro se mi poteva fare il favore di lasciarmi tagliare un pezzo di legno a forma di croce. “È vietato!”, rispose. Poi aggiunse: “È vietato, non si può avere nessun segno religioso in prigione, ma lei è mio amico”, e mi lasciò fare. “È impossibile”, disse ancora, “andrò in prigione per questo”, ma chiuse gli occhi e mi lasciò fare. “Sono tuo amico” mi disse; non poté più resistere. Ed andò via. Così mi lasciò il tempo per tagliare un pezzo di legno in forma di croce, che io nascosi nel sapone per tanti anni, fino alla mia liberazione, per evitare che i capi lo scoprissero durante i controlli. Poi lo incastonai nel metallo e ne feci la mia croce pettorale. Questa croce che oggi porto è fatta con il legno preso dalla prigione ed è stata costruita con la complicità dei poliziotti comunisti.

«In un’altra prigione un giorno domandai ad un poliziotto se mi poteva dare un filo elettrico. “Che cosa vuole fare con il filo elettrico?” mi chiese, “vuole suicidarsi?”; “No”, risposi. “E allora a cosa le serve il filo elettrico?”; “vorrei fare una catena per portare la mia croce”. “Ma come si può fare una catena con il filo elettrico?”. In effetti i vescovi hanno almeno delle catene d’argento, ma un filo elettrico… Risposi che lo potevo fare. “Prestami due piccole tenaglie e ti mostrerò”. “È contro la sicurezza” mi disse, “non posso”. Ma pochi giorni dopo tornò per dirmi: “Lei è un buon amico, non posso rifiutare, domani è il mio turno di guardia ed io verrò con il filo elettrico. Ma in quattro ore bisogna finire il lavoro, dalle sette alle undici, altrimenti, se qualcuno ci vede, può denunciarci”. Allora mi aiutò. Con pezzi di fiammiferi misurammo il filo elettrico per tagliarlo, e con le piccole tenaglie facemmo in quattro ore la catena per portare la croce. Anche questo con la complicità di poliziotti comunisti diventati amici di un vescovo.

«Loro poi mi raccontarono: “Quando il capo ci ha convocati per mandarci a controllarla, ci ha detto: ‘Andate a sorvegliare questo pericoloso vescovo. Non parlategli, altrimenti lui vi contaminerà e sarò costretto a cambiarvi dopo due settimane con un altro gruppo’.” Il capo però li seguiva per controllare i loro atteggiamenti. Alla fine li riconvocò e disse loro: “Ormai non vi cambierò più, perché se vi cambio ogni due settimane, questo pericoloso vescovo contaminerà tutta la polizia”.

«Ciò di cui avevano paura è l’amore cristiano. Questi poliziotti mi domandavano spesso: “Lei ci ama o no?”. “Sì, io vi amo, ho vissuto con voi tanti anni”. “È veramente molto bello, ma impossibile. La mettiamo in prigione per più di dieci anni senza giudizio, senza sentenza, e lei ci ama?”. “Io vi amo”. “Perché?”. “Perché Gesù mi ha insegnato ad amarvi e se voi volete uccidermi io continuo ad amarvi”. “Noi abbiamo imparato soltanto l’odio e la vendetta, è impossibile amare i nemici”. “Ma siamo insieme, voi siete miei amici”. “È vero, ma è incomprensibile”».

Un giorno, racconta André Nguyen Van Chau nel suo libro, «la porta della cella si spalancò di scatto e due guardie carcerarie entrarono in fretta e chiesero: “Ha finito di mangiare?”. Thuan inghiottì l’ultima cucchiaiata e rispose: “Sì, ho finito”. “Si prepari, – ordinò una delle guardie – dobbiamo condurla a incontrare un alto dirigente del governo”».

Poco dopo Thuan era di fronte al ministro dell’Interno vietnamita Mai Chi Tho il quale, a un certo punto, gli chiese: «Sa perché è qui?» Thuan fece un cenno del capo e rispose di no. Il ministro continuò: «Che grado di parentela ha con Ngo Dhin Diem?». «Sono suo nipote» rispose. «Dovevamo combatterlo allora» commentò il ministro. Poi questi, scrive André Nguyen Van Chau, «Guardò Thuan e sorrise: “Ha qualche desiderio oggi?”. Prima di rendersi conto di ciò che diceva, Thuan rispose subito: “Desidero essere libero”. Sembrò che Tho fosse divertito dalla risposta e chiese: “Vuole essere liberato così, semplicemente?”. Thuan annuì non sapendo che altro dire. Tho continuò concretamente: “Bene, quando vuole essere liberato?”. Questa volta Thuan dovette fare appello a tutto il suo coraggio per pronunciare la parola: “Oggi”».

Quando Nguyen Van Thuan fu liberato, tolse la piccola croce dalla saponetta e la incorniciò; da quel momento, diventerà la sua croce pettorale di vescovo. La portò sempre sul suo petto, anche quando il papa lo creò cardinale.

Tra i vari libri che Nguyen Van Thuan ha pubblicato, tutti sul tema della speranza cristiana, c’è il testo degli esercizi spirituali che ha tenuto in Vaticano nei giorni della quaresima dell’anno 2000, Testimoni della speranza – Esercizi spirituali tenuti alla presenza di Giovanni Paolo II. Ricordando quei giorni, Giovanni Paolo II disse di lui: «Testimone egli stesso della croce nei lunghi anni di carcerazione in Viet Nam, ci ha raccontato frequentemente fatti ed episodi della sua sofferta prigionia, rafforzandoci così nella consolante certezza che quando tutto crolla attorno a noi e forse anche dentro di noi, Cristo resta indefettibile nostro sostegno».

Quel Cristo, che Nguyen Van Thuan, ai tempi del campo di concentramento, aveva racchiuso nella sua saponetta, era la vittoria sul male; su quel male che si era scatenato, in tutta la sua enormità, sul popolo vietnamita. Quella croce era anche la resurrezione di Thuan e del suo popolo. Il papa chiamò il cardinale Nguyen Van Thuan in Vaticano, affidandogli l’incarico di presidente del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace. In questa veste lavorò alla formulazione di un Compendio della dottrina sociale della Chiesa. Il cardinale formulò anche quelle che vennero chiamate Le beatitudini del politico: «Beato il politico che ha un’alta consapevolezza e una profonda coscienza del suo ruolo. Beato il politico la cui persona rispecchia la credibilità. Beato il politico che lavora per il bene comune e non per il proprio interesse. Beato il politico che si mantiene fedelmente coerente. Beato il politico che realizza l’unità. Beato il politico che è impegnato nella realizzazione di un cambiamento radicale. Beato il politico che sa ascoltare. Beato il politico che non ha paura».

Negli anni della sua prigionia, Nguyen Van Thuan si era ammalato gravemente. Morì lunedì 16 settembre dell’anno 2002. Sul petto aveva ancora quella piccola croce di legno che aveva realizzato furtivamente in carcere. Un povero segno di morte e di risurrezione. In quella piccola croce, Van Thuan aveva trovato quella pace che sembrava essere stata negata per sempre al suo popolo vietnamita. Nel suo libro, Testimoni della speranza, aveva scritto: «Nell’abisso delle mie sofferenze non ho mai cessato di amare tutti, non ho escluso nessuno dal mio cuore».

paolotritto@alice.it

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Se vuoli leggere dall’inizio Morte e resurrezione nel Vietnam dopo Ngo Dinh Diem, vai al link

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