Morte e resurrezione nel Vietnam dopo Ngo Dinh Diem (5)

Robert Capa © International Center of Photography/Magnum Photos

(Continua dalla Quarta parte)

Riguardo al colpo di stato del 1963 e all’esecuzione dei fratelli Ngo Dinh, un ruolo non marginale ebbe l’instabilità indotta dalla presenza militare americana nell’area. È significativo, a questo proposito, quello che accadde qualche anno dopo, come possiamo leggere nei diari dell’ambasciatore italiano a Saigon, Giovanni d’Orlandi. Dopo lo sfortunato tentativo di pacificazione portato avanti da Giorgio La Pira, la diplomazia italiana e quella polacca si erano fatte carico nel 1966 di avviare nuovamente delle trattative ufficiali che portarono a quella che fu chiamata l’Operazione Marigold. Anche in questo caso, il Vietnam del Nord aveva mostrato una certa disponibilità a un percorso per porre termine alla guerra.

All’ambasciatore d’Orlandi era attribuita grande autorevolezza, sia per il suo prestigio personale, sia per la credibilità della diplomazia italiana che aveva allora come ministro degli Esteri Amintore Fanfani, sia per il suo ruolo di decano del corpo diplomatico accreditato a Saigon. Il 1° dicembre 1966, l’ambasciatore italiano scriverà: «Presto stamane è venuto Lewandowsky [ambasciatore polacco a Saigon], era raggiante. Ci siamo subito chiusi nel mio studio e ho avvertito Cabot Lodge [ambasciatore USA] che la riunione avrebbe avuto luogo qui alle 5 questo pomeriggio. Lewandowsky mi ha subito detto che la sua visita al Nord era stata oltremodo fruttuosa. Ha incontrato grosse difficoltà da ogni parte. Per incominciare ha dovuto disarmare la sfiducia del governo polacco e strapparne il consenso di puntare ogni carta sul tentativo tripartito [Polonia, Italia, USA]. Poi è stata necessaria una riunione del Presidium nordvietnamita, che dopo una lunga e animata discussione ha consentito a dargli mandato segretissimo di proseguire le trattative tripartite. Questo è un vero trionfo, non mi si potrà più obiettare che si tratta di iniziativa personale nata dalla sbrigliata fantasia di un diplomatico polacco».

Nonostante i promettenti presupposti creati da questa trattativa, che d’Orlandi ricorderà come i più esaltanti della sua carriera diplomatica, appena quindici giorni dopo, l’ambasciatore tornerà ad appuntare nel suo diario: «16 dicembre 1966 (venerdì). XX anniversario dell’insurrezione di Hanoi (16/12/1946). Molti attentati. Le notizie di agenzia circa il bombardamento assai pesante di Hanoi di ieri hanno provocato viva emozione in tutti gli ambienti saigonesi. I miei amici vietnamiti che conoscono bene Hanoi hanno cercato in base alle varie notizie di localizzare i quartieri bombardati. Essi sono stati categorici: si tratta dei quartieri centrali. Sarebbe stata anche colpita l’Ambasciata di Cina. Gli americani sono diventati matti!»

Le conseguenze del bombardamento americano sulla capitale nordvietnamita saranno fatali. «Stamane» scriverà ancora d’Orlandi il 17 dicembre, «è venuto a vedermi Lewandowsky e mi ha detto che, il 15 dicembre, il primo ministro Pham Van Dong, a seguito del bombardamento di Hanoi da parte americana del 14 dicembre, ha telegrafato al ministro Rapacki che, a seguito della nuova scalata della guerra da parte americana, la situazione doveva considerarsi cambiata. Il telegramma di Pham Van Dong continua sottolineando che dal 2 al 14 dicembre Hanoi era stata assoggettata a tre pesanti bombardamenti e che in particolare quello del 13 dicembre era stato gravissimo; tale azione decisa dagli Stati Uniti, mentre sono in corso conversazioni tripartite a Saigon (mi sembra degno di nota che il messaggio del primo ministro nord-vietnamita menzioni noi tre) e proseguono i colloqui tra il ministro Rapacki e l’ambasciatore degli Stati Uniti a Varsavia, è da qualificarsi “cinica” e chiarisce le vere intenzioni degli Stati Uniti. Pertanto, conclude Pham Van Dong, riteniamo che, in queste condizioni, i contatti debbano essere interrotti».

Cosa spingeva gli americani a ostinarsi a continuare una guerra, tra l’altro mai dichiarata ufficialmente, e nonostante le resistenze interne sia da parte della società americana, sia da parte della stessa Casa Bianca? Prima con JF Kennedy, poi con Lyndon Johnson che, con un’espressione divenuta celebre, confesserà: «Mi sento come un autostoppista colto da una grandinata su un’autostrada del Texas. Non posso scappare. Non posso nascondermi. E non posso farla cessare». La ragione di tutto ciò potrebbe essere soltanto una: per gli americani lo scopo della guerra in Vietnam non era tanto combattere, quanto semplicemente esserci. Era un obiettivo che andava al di là della guerra stessa: destabilizzare l’area del Sud Est asiatico, presidiandola militarmente, e alimentare così i fattori di crisi dell’unità nel blocco comunista formato da URSS e Cina. Da questo punto di vista la strategia americana centrerà l’obiettivo, anche se con un grave ritardo, soltanto dopo cioè che Mao Zedong era riuscito a ottenere dai sovietici il trasferimento in Cina delle tecnologie per la produzione della bomba atomica.

Per tornare ai fatti del ’63, non si può negare che, rispetto alla situazione in Vietnam, gli americani non avevano una posizione chiara e unitaria. Molto significativo a questo proposito è quanto riportato da Neil Sheehan nel fortunato volume Vietnam, una sporca bugia, dove riporta la decisione del Consiglio di Sicurezza della Casa Bianca di inviare in Vietnam due osservatori, ognuno dei quali avrebbe dovuto presentare un rapporto con le proprie valutazioni. Al ritorno, gli inviati consegnarono al presidente Kennedy i loro rapporti, ma i documenti erano talmente divergenti che il Presidente commentò: «Siete sicuri di aver visitato lo stesso Paese?»

Tutto quello che succederà dopo si potrebbe considerare una conseguenza di questa mancanza di chiarezza. Il 1° novembre 1963 il generale Dinh riuscì a rovesciare Ngo Dinh Diem e ad assumere il controllo del paese. Scrive Neil Sheehan: «Allora Diem telefonò a Lodge: “Alcune unità si sono ribellate. Vorrei conoscere la posizione degli Stati Uniti”. L’ambasciatore prese tempo, rispondendo che temeva per l’incolumità di Diem. “Mi dicono che offrono a lei e a suo fratello un salvacondotto se si dimette. Lo sa?” […] Diem rispose che non sapeva di alcun salvacondotto, per far capire a Lodge che non intendeva assolutamente dimettersi».

Nonostante ciò, Diem nelle prime ore del mattino successivo telefonò a Dinh per comunicargli la sua decisione di arrendersi. Non essendosi presentato però alla firma delle dimissioni – questa almeno fu la versione fornita dalla controparte – fu catturato e ucciso insieme al fratello. Conclude Sheehan: «Lodge non era affatto dispiaciuto che Diem e Nhu avessero rifiutato il salvacondotto. “Cosa avremmo fatto se non fossero morti?”»

Con l’eliminazione di Diem si spazzava via l’ultimo, per quanto debole, ostacolo a un’escalation militare americana nel Vietnam. Nella conferenza di Honolulu del 20 novembre gli americani, fermamente convinti di ottenere una facile vittoria in breve tempo, misero a punto una tattica decisamente più aggressiva. Appena due giorni dopo, John F. Kennedy veniva assassinato a Dallas. Le responsabilità dell’inaudito attentato vennero ricercate nel gesto di un folle, nella mano della mafia, negli ambienti della politica americana che più potevano trarre giovamento dalla morte di Kennedy – questo “cui prodest?” perseguiterà a lungo il presidente Lyndon Johnson.

Nessun inquirente, nelle pur numerose inchieste sulla violenta morte di questo presidente, ebbe mai la curiosità di collegare l’attentato alle vicende vietnamite, nonostante la stringente successione degli eventi. Eppure c’è almeno un fatto che avrebbe dovuto far riflettere: l’ostinazione con cui il regime comunista di Hanoi perseguitò un membro della famiglia di Diem, l’arcivescovo Van Thuan, il quale sarà arrestato proprio con questa motivazione: aver celebrato a Saigon una messa in suffragio del presidente Kennedy, un gesto nel quale si poteva scorgere la denuncia di un legame tra questa morte e i fatti vietnamiti.

Un sospetto che sembra avvalorato dalle enigmatiche pagine del romanzo di  Ken Follett, I giorni dell’eternità. Scrive Follett: «Durante la riunione entrò un assistente con un cablogramma in cui si diceva che entrambi i fratelli Ngo Dinh si erano suicidati. George non aveva mai visto il presidente Kennedy così sconvolto. Sembrava affranto. Impallidì sotto l’abbronzatura, si alzò in piedi di scatto e uscì di corsa dalla sala». Per quale motivo – se bisogna credere alle parole di Follett – Kennedy era sconvolto? C’era in lui il presentimento di un pericolo imminente per la propria vita?

Come fu sbrigativamente eliminato, così Diem Ngo Dinh fu sbrigativamente giudicato. Ma, senza nulla togliere alle sue responsabilità e alle sue colpe, non si può certo dire che sia stato un cinico tiranno. Anche il presidente Kennedy pensava questo dei fratelli Ngo Dinh: «hanno fatto del loro meglio per il loro paese». Gran parte degli errori di Diem potrebbero essere ricondotti al suo eccessivo schematismo. Egli era convinto che non vi potesse essere pacifica coesistenza in Vietnam tra cattolici e comunisti. Pensava pertanto di riportare tutti i cattolici nel Vietnam del sud e ripulire questo dai vietcong “infiltrati”. Il suo schematismo lo portava anche a sorvolare sui metodi “occhio per occhio, dente per dente” usati da suo fratello Nhu contro i guerriglieri comunisti.

Senza voler sminuire quelle che sono le oggettive responsabilità, bisogna dire che Diem era un figlio del suo tempo. In quegli anni era molto diffusa, soprattutto in ambienti cattolici, la ricerca di una terza via tra capitalismo e comunismo. L’esperimento vietnamita consisteva proprio in questo. Sul numero di maggio 2005 di 30Giorni, rivista internazionale diretta da Giulio Andreotti, Roberto Rotondi scrive: «per la famiglia Diem, come il nemico vietminh utilizzava tattiche di guerriglia desunte dalla dottrina di Mao Tse-tung, così i villaggi strategici, nati per difendere il contadino dai comunisti, ma trasformatisi in prigioni, traevano ispirazione dalla filosofia personalista francese».

Questi villaggi fortificati nel sud Vietnam controllato da Diem, villaggi abitati prevalentemente dalla popolazione cattolica, compresi i profughi provenienti dal nord, dovevano rappresentare un modello di vita comunitaria, alternativa sia alla società capitalistica sia a quella comunista. Come tutte le realizzazioni viziate da un fondamento ideologico, le cose non andarono però come previsto, anzi presero una piega molto diversa: i contadini, che aspettavano un’equa ripartizione delle terre, videro invece accrescersi enormemente la concentrazione della proprietà terriera nelle mani di pochi, oltre a dover fronteggiare un insostenibile regime fiscale derivante dai costi esorbitanti di questo progetto solidaristico. La situazione in breve tempo degenerò, anche per la repressione esercitata dalla forza pubblica, e questo spalancò le porte alle infiltrazioni comuniste nel sud del paese e alle mire di conquista di Hanoi.

paolotritto@alice.it

(Continua)

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