Veniamo al mondo per cambiare il mondo. “Noi tutti” di Mario Capanna.

Con la pubblicazione di Noi tutti, libro edito da Garzanti nel 2018, l’autore Mario Capanna vuole riproporre l’attualità feconda di quel messaggio di grande speranza che ha rappresentato il movimento del Sessantotto, un movimento che all’epoca – cinquant’anni fa – ha interessato un’intera generazione di giovani. E, oltre i giovani, la società intera.

Noi tutti è uno di quei libri vivi che sono capaci di porre delle domande, di interrogare le coscienze. Come ho scritto in un altro post, riprendendo il pensiero del grande teologo contemporaneo Romano Guardini, un libro, o almeno un buon libro, benché inanimato, ci parla. E non ci parla semplicemente. Il libro con noi dialoga.

Ovviamente, la prima delle domande che pone Noi tutti è: realmente è ancora viva quella speranza che ha animato una generazione ormai mezzo secolo fa? Che l’ha sostenuta nell’impatto con la vita e con la realtà, non priva di asperità, che si aveva di fronte? Ho avuto la fortuna di poter porre direttamente a Mario Capanna queste domande che la lettura mi suscitava.

L’urgenza di ciò mi scaturiva da una sua impegnativa dichiarazione, posta già nelle prime pagine del libro, dove si afferma che noi «veniamo al mondo per cambiarlo». Ciascuno è consapevole di essere venuto al mondo per cambiarlo. E questo già dal momento in cui, in età giovanile, l’uomo prende coscienza delle contraddizioni dell’esistenza nella quale si trova a vivere. Ogni epoca ha le sue specifiche contraddizioni, che si aggiungono a quelle contraddizioni che sono permanenti nella storia. E l’uomo contemporaneo vive in un triste contesto storico nel quale, come denuncia Capanna, si ritiene che «quand’anche quello attuale non sia il migliore dei mondi possibili, ci dobbiamo accontentare, perché a esso non c’è, appunto, alternativa».

Il principio, formalizzato negli anni Ottanta dal primo ministro inglese, la signora Margaret Thatcher, è dunque questo: “There is no alternative”. È un principio non negoziabile che definisce, in sostanza, quello che può sembrare un ossimoro: una dittatura democratica. Cos’è infatti una dittatura se non l’affermazione di un sistema che non accetta di essere messo in discussione? Ma è accettabile un contesto nel quale l’uomo deve tradire la sua vocazione a cambiare il mondo? Sarebbe questo un mondo nel quale, concretamente, l’uomo dovrebbe rinunciare a sperare. Dovrebbe, in altre parole, rinunciare a essere uomo. Perché non è sostenibile una vita senza speranza.

Io non condivido la visione di Capanna quando rappresenta il mondo come una contrapposizione del “noi”, riferito a noi che componiamo l’umanità, e il NOI acronimo – come egli dice – di «Nuovo Ordine Internazionale o, che è lo stesso, Nord Ovest Imperante». Io sono scettico riguardo all’idea che possa esistere un soggetto, una entità, capace di muovere la storia dell’umanità nella sua totalità. Ma questo ha poca importanza. Ciò che davvero importa è poter condividere con qualcuno un’umana speranza. Qualcuno che ti sostenga nel compito della vita: «veniamo al mondo per cambiarlo».

Per Capanna, il ’68 era qualcosa che non aveva previsto nessuno ma che la storia va avanti così, per imprevisti. E questo mi ricorda Montale quando diceva che «un imprevisto è la sola speranza». Gli ho chiesto allora se questa speranza si è esaurita con il ’68. O se può anche riguardare il futuro. Più precisamente: quella speranza del ’68 può anche riguardare i giovani di oggi?

«Senz’altro riguarda anche il futuro» ha risposto. «Il Sessantotto ha permesso di ottenere risultati di cui ancora oggi godiamo i frutti: dallo Statuto dei diritti dei lavoratori – l’unica vera riforma sociale, in 50 anni, degna di questo nome (nonostante l’ignobile manomissione dell’art. 18 operata dal governo Renzi) – al sistema sanitario nazionale, dal divorzio al nuovo diritto di famiglia,  che sancisce la parità giuridica uomo-donna, ecc. A riprova che la lotta, intelligente e corale, paga. Mentre oggi, prevalendo la delega e la passività, la politica non tira fuori un ragno dal buco. Ma l’importanza maggiore del Sessantotto è che c’è stato. Perché, da allora, l’umanità sa, per diretta esperienza, che cambiare il mondo è possibile.

«Certo, in parte lo sapevamo anche prima, ma dai libri. Avevano cominciato a dircelo Platone e Aristotele, per altra parte Gesù, poi i filosofi utopisti, quindi Marx ed Engels ecc. Il fatto inedito e fondamentale è che, da 50 anni a questa parte, lo sappiamo perché a costruire il cambiamento, con simultaneità planetaria, sopra ogni continente e sotto ogni cielo, sono stati milioni di giovani, di donne e di uomini, vaste frazioni dell’umanità che il mutamento l’hanno costruito con nuove idee e lotte coinvolgenti, per cui, da allora, lo sguardo sulle cose della Terra non è più uguale a prima.

«Oggi ci troviamo di fronte a problemi ancora più gravi e urgenti: dalla “terza guerra mondiale a pezzi”, secondo la pertinente definizione di Papa Francesco, ai mutamenti climatici, che stanno mettendo a repentaglio la sopravvivenza della specie; dalla società dell’1 per cento (l’1 per cento dell’umanità che è arrivata a possedere beni e ricchezze superiori a quelli del 99 per cento!), al precariato planetario costruito dalla globalizzazione prepotente dei più forti contro i più deboli. Ci illudiamo, se pensiamo che a risolvere tali giganteschi problemi siano i governi che li hanno determinati. Né ci riuscirebbe una… riedizione del Sessantotto. È necessario qualcosa di più e di meglio, se l’umanità vuole avere un futuro. E questo dipende dalla nostra coscienza, dipende da noi, da noi tutti».

Ho detto che non condivido questa visione di Capanna con la quale s’immagina un conflitto su scala planetaria tra il “noi”, inteso come noi uomini, e un NOI riferito al potere che ci dominerebbe. Non posso comunque sottrarmi ad alcune evidenze. Il Muro di Berlino fu l’esito della Guerra Fredda. Così, certamente dietro i nuovi muri che sorgono un po’ dappertutto nel mondo ci dovrà pur essere una reale conflittualità. Scrive Mario Capanna nel suo libro: «mai come oggi, si sono visti tanti muratori al lavoro… Muri in Palestina (senza considerare l’edificazione illegale di case e insediamenti a Gerusalemme Est e in Cisgiordania da parte di Israele), muri in Ungheria, muri in Francia di fronte al canale della Manica, e il muro, lungo ben 3000 chilometri – circa un terzo della Grande Muraglia cinese! – sulla frontiera Stati Uniti e Messico». Indubbiamente, sono proprio questi Muri il tracciato di quella “terza guerra mondiale a pezzi” che si sta combattendo e di cui parlava Papa Francesco.

Non condivido – anzi, in un certo senso, rifiuto categoricamente – l’idea di Capanna per la quale l’olocausto nazista non sia soltanto «una parentesi di ignominiosa crudeltà» ma l’esito di un processo cominciato con le crociate e finalizzato al predominio dell’Occidente, con i suoi interessi economici; un processo nel quale convivevano – uno giustificando l’altro – metodi violenti e valori cristiani.

Ma non hai mai pensato, gli ho chiesto, «che Cristo, fondando la Chiesa, abbia fatto la stessa cosa che hai voluto fare tu quando hai scritto questo nuovo libro che si intitola “Noi tutti”? Anche Cristo cioè, guardando l’uomo, ha voluto pronunciare questo pronome amoroso “noi”. E in questo “noi” divino, Egli ha voluto inserire l’uomo. Anche l’uomo con quei disvalori, quei peccati che inevitabilmente si porta dietro. Perché negare a Cristo di essere parte di questo “noi”?» Mi ha risposto: «Non nego affatto a Dio – e dunque anche a Cristo – di “essere parte di noi”.  A patto di renderci conto che sono stati gli uomini a creare prima gli dei e poi Dio, nelle diverse varianti di religioni».

Continuo comunque a seguire Capanna nel suo ragionamento. Giungo, per esempio, alla pagina del suo libro dove scrive: «L’industria farmaceutica produce in genere medicine per curare la salute. Ma il suo scopo principale è trarre profitto, quello di guarire è secondario, ed è subordinato al primo. Imponendo il brevetto e rafforzando una simulazione di oligopolio (quando non di monopolio), i farmaci vengono fatti pagare, di solito molto al di sopra del loro valore reale. In questa logica non desta meraviglia, sebbene l’aberrazione sia emersa con evidenza, che quando alcuni governi africani decisero di produrre farmaci per curare l’AIDS a prezzi accessibili ai poveri, le multinazionali del settore li abbiano citati in giudizio. Di colpo, i loro conclamati fini filantropici si sono dileguati».

Qui la riflessione di Capanna va oltre la semplice denuncia di un’ingiustizia. Queste aberrazioni, sostiene, non feriscono soltanto chi le subisce ma anche chi le provoca. Perché – e qui riprende un dimenticato concetto della filosofia greca – bisogna guardare all’universo «come la totalità degli esistenti e dei nessi che li congiungono, per cui esso non sarebbe più tale se anche uno solo, magari il più piccolo (degli esseri e delle relazioni) venisse meno». L’uomo contemporaneo ha perso questa consapevolezza di essere, oltre che persona che agisce liberamente, anche espressione di una totalità indivisibile. «Al di fuori di una totalità, non saremmo» scrive Capanna, «non ci saremmo».

Perdendo la coscienza di essere parte di questa totalità, l’uomo si consegna alla dittatura della tecnica, accettando di rapportarsi esclusivamente con le verità parziali della scienza. Soltanto l’uomo, per Capanna, può relazionarsi alla verità, perché soltanto l’uomo può accedere alla conoscenza di ciò che va oltre la parzialità. Ed è questo che genera un processo di liberazione, come abbiamo potuto vedere nel movimento del Sessantotto. Scrive Capanna: «La verità ci appartiene perché, fino a prova contraria, solo gli esseri umani possono attingerla. Siccome noi siamo parte del tutto, mentre ricerchiamo la verità, la verità cerca noi, palesandosi alla nostra mente».

Proprio per questo il movimento del Sessantotto è stato qualcosa di diverso dalle altre rivoluzioni. In questa esperienza, forse perché guidata da giovani, c’è stata la scoperta dell’altro. È stato come accorgersi per la prima volta che la speranza che animava la singola persona era comune a tutti. Ma proprio a tutti, fino agli estremi confini della terra. E di questa corrispondenza chiunque poteva fare esperienza.

Perciò, per questa esperienza, si poteva dire che quello che si stava vivendo era vero. Che era una verità anche che si viene al mondo per cambiarlo.

Si possono fare le rivoluzioni perché si è in tanti, si è una moltitudine capace di rovesciare i regimi. Si possono fare le rivoluzioni perché si è più forti, perché si ha una superiorità militare. O anche perché ci si ritrova, per un motivo qualsiasi, ad avere un certo consenso. Il Sessantotto non è stato questo. Il Sessantotto è stato animato piuttosto dalla forza liberante della verità.

«Il Sessantotto è un filo che collega il passato al futuro» ha scritto Mario Capanna in questo libro che si intitola Noi tutti. Se questo è vero, vedremo un mondo dove si faranno le rivoluzioni spinti semplicemente dalla sete di verità. Ma forse quel futuro è già cominciato.

 

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