Morte e resurrezione nel Vietnam dopo Ngo Dinh Diem (4)

Robert Capa © International Center of Photography/Magnum Photos

(Continua dalla Terza parte)

Per la pace in Vietnam, dopo il tentativo di mediazione di La Pira compromesso da imbarazzanti fughe di notizie, Amintore Fanfani si fece promotore di altre iniziative diplomatiche tra il ’65 e il ’68. Si trattava però di attività che, essendo condotte su un piano istituzionale, erano destinate a non avere la stessa efficacia del lavoro di La Pira orientato prevalentemente a un coinvolgimento delle forze sociali, determinante nel caso specifico di una realtà socialista come quella di Hanoi.

Il sacerdote vietnamita François Xavier Nguyen Van Thuan, futuro cardinale, in quegli anni puntava a favorire iniziative ecumeniche come quelle di campi scout comuni tra ragazzi buddisti e cattolici. Si può notare anche qui il metodo “lapiriano” che privilegiava “un lavoro di base”, come si diceva allora, di carattere sociale, diverso e in un certo senso più promettente di quello istituzionale e diplomatico, come fu il caso del Consiglio delle religioni promosso dalla Chiesa cattolica.

Scrive Elisa Giunipero nel volume “Il contributo italiano alla pace in Vietnam”: «Mons. Palmas si era adoperato per applicare le direttive della Santa Sede sulla situazione nordvietnamita: favorire il dialogo tra cattolici e buddisti per dare stabilità e indipendenza ad un Vietnam meridionale che diventasse capace dì trattare con il Vietnam del nord. Per questo, all’inizio del suo mandato, mons. Palmas aveva istituito a Saigon il Consiglio delle religioni. Nella prospettiva di Paolo VI, una Chiesa sudvietnamita unita, non nostalgica del regime di Diem e non desiderosa di appoggiarsi a soluzioni autoritarie, nella quale gli ecclesiastici fossero estranei alla politica, doveva orientare il cambiamento del Vietnam meridionale perché sapesse trattare alla pari con i comunisti. La visita di mons. Sergio Pignedoli, ecclesiastico molto vicino a papa Montini, veniva a rafforzare questo lavoro».

Concretamente, il delegato pontificio portava in Vietnam una duplice proposta: conservare l’unità dell’episcopato vietnamita, con un’unica conferenza episcopale, per il Nord e il Sud, e tenere aperto un tavolo di dialogo tra le autorità religiose buddiste e cattoliche. Nei disegni vaticani, ciò avrebbe potuto rappresentare un presupposto per una pacificazione nazionale. Continua Giunipero: «Il 1° ottobre dello stesso anno D’Orlandi riportò nel suo diario la richiesta di informazioni rivoltagli da Fanfani sull’ipotesi di una visita di mons. Pignedoli a Hanoi. [..] D’Orlandi giudicò ingenuo questo tentativo e, quanto a mons. Pignedoli, incontrandolo durante una serata alla delegazione apostolica di Saigon, annotò: «Mi sembra energico e mi sembra avere idee abbastanza precise (che poi queste siano buone o meno non ho potuto capirlo)».

Questa esperienza giovanile interreligiosa, portata avanti da Thuan, sarà stata suggerita dalle indicazioni del Concilio Vaticano II, non aveva la pretesa di cancellare come un colpo di bacchetta magica le radicate ostilità tra cattolici e buddisti vietnamiti; poteva costituire però, come ha scritto André Nguyen Van Chau, «un primo piccolo passo verso la riconciliazione».

Un’idea come questa può far sorridere per il suo candore e certamente faceva sorridere François Xavier Nguyen Van Thuan il quale vedeva, nella situazione che si viveva nel paese, la possibilità di rivisitare in salsa vietnamita le divertenti scaramucce tra don Camillo e Peppone com’erano immaginate da Giovannino Guareschi, di cui era un grande lettore. Nei racconti del Mondo piccolo di Guareschi, esplodevano le stesse ostilità che poi però, come è noto, trovavano sempre il modo per essere superate. E chissà che questo non avrebbe potuto stemperare un po’ le tensioni sociali in Vietnam.

Non si dispone a questo riguardo di molte informazioni. Del resto, è passato tanto tempo e difficilmente qualcuno potrebbe aver conservato memoria di questi aspetti che però non furono del tutto marginali nel terribile contesto della guerra in Vietnam, se pensiamo che anche il presidente Diem, nonostante sia comunemente considerato un cattolico ostile al buddismo, aveva voluto  provare a seguire la strada di questo dialogo, con il suo concreto contributo alla costruzione di centinaia di pagode buddiste.

Allora, tutto ciò avrebbe potuto favorire una migliore considerazione delle opposte ragioni. E questo non è poco, se si considera che pur su posizioni molto diverse e in un certo senso inconciliabili, due uomini come Ho Chi Minh e Ngo Dinh Diem puntavano, alla stessa maniera, all’indipendenza del Vietnam. Così purtroppo non fu e la storia della guerra in Vietnam rimarrà, nei fatti, un triste succedersi di occasioni mancate.

C’è un dialogo molto illuminante, riportato nel libro di Nguyen Van Chau, tra il presidente Diem e suo nipote Thuan nel quale il presidente mostra di non preoccuparsi molto della minaccia nordvietnamita e che, invece, «l’altro fronte» dice, «è più pericoloso. Gli statunitensi vogliono che accettiamo i loro consigli e il loro personale, che introduciamo immediatamente la loro forma di democrazia. Vogliono che includiamo nelle nostre strutture governative individui che finora hanno operato solo per il loro interesse personale. Vogliono che mi sottometta al loro ambasciatore, ma io sono il capo di Stato: se cedo al volere degli Stati Uniti, il Vietnam del Sud avrà perduto la sua sovranità».

Dovranno comunque passare quasi dieci anni dal colpo di stato contro Ngo Dinh Diem perché si arrivasse al ritiro degli americani. Un fatto che purtroppo determinerà in Vietnam soltanto un cambiamento di scena, niente che possa essere nemmeno lontanamente paragonato alla pace. Anzi, sarà piuttosto per il Vietnam l’inizio di una opprimente e interminabile maledizione comunista.

La caduta di Saigon del 30 aprile 1975 e la conseguente occupazione comunista del Vietnam avrebbero avuto pesanti conseguenze nella vita di François Xavier Nguyen Van Thuan, oltre che su quella di milioni di vietnamiti. Thuan era stato nominato vescovo di Nha Trang otto anni prima e da poco era diventato vescovo coadiutore di Saigon, con diritto di successione. Scrive il biografo André Nguyen Van Chau: «il 23 aprile, mentre il Vietnam del Sud era in rovina, Thuan ricevette la notizia di essere stato nominato arcivescovo coadiutore di Saigon, rinominata Ho Chi Minh City dai conquistatori. La decisione di Paolo VI di elevare Thuan alla dignità arcivescovile, con diritto di succedere automaticamente all’arcivescovo Nguyen Van Binh, avrebbe avuto tremende conseguenze».

Le autorità comuniste non potevano accettare che, dopo l’esecuzione dei due fratelli cattolici Ngo Dinh Diem e Ngo Dinh Nhu, a un altro membro della loro famiglia fosse conferito un ruolo eminente nel paese, come quello di arcivescovo di Saigon. François Xavier Nguyen Van Thuan era vescovo coadiutore di Saigon e avrebbe potuto succedere al vescovo titolare soltanto in caso di decesso. Van Thuan provò a rassicurare le autorità che si trattava di una eventualità scarsamente probabile dal momento che il suo vescovo godeva di buona salute – mons. Nguyen Van Binh vivrà infatti a lungo – ma queste assicurazioni non bastarono.

Né Thuan si era mai fatto illusioni al riguardo. Il comunismo – pensava – non era mai riuscito a migliorare la società, in nessuna parte del mondo, rivelandosi anzi il regime più repressivo. Scrive il suo biografo: «Thuan stava per iniziare a vivere sotto un regime comunista. In passato non aveva mai celato la sua opposizione alle menzogne e agli errori del comunismo e alcune sue lettere pastorali contenevano vigorose condanne del marxismo. Il fatto che le truppe comuniste stessero dilagando nella diocesi non mutava la sua opposizione alla teoria e alla prassi comuniste. Sapeva che avrebbe dovuto pagare per le sue convinzioni». Nonostante ciò, mons. Thuan non era triste. Prima dell’arrivo dei carri armati comunisti, anticipando i tempi, era riuscito a impartire l’ordinazione sacerdotale ai suoi seminaristi ed era contento perché questo avrebbe potuto garantire il futuro della Chiesa in Vietnam.

Nella vita di questo vescovo gioie e dolori sono sempre andati di pari passo. E la sua fede lo spingeva a credere che in uno scenario come quello del Vietnam in guerra, alla morte si associava in maniera inscindibile la resurrezione. Nota André Nguyen Van Chau: «Era pronto ad affrontare le conseguenze delle sue parole e azioni passate. Era disposto a pagare per l’onore di essere membro della famiglia Ngo Dinh e di servire Dio e la Chiesa. Mentre viaggiava verso Saigon gli venne in mente che ogni volta che accadeva qualcosa di bello nella sua vita, sembrava che seguisse sempre qualcosa di brutto. Subito dopo l’ordinazione si era ammalato gravemente, dopo che gli zii erano divenuti gli uomini più potenti nel paese, erano stati uccisi. Quando era vescovo il Vietnam del Sud era caduto in mano ai comunisti. Non poté fare a meno di chiedersi che cosa sarebbe avvenuto ora. Sorrise e decise di non preoccuparsi, perché avrebbe lasciato il futuro nelle mani di Dio. Pregò e si sentì pronto per la tempesta che si addensava su di lui».

paolotritto@alice.it

(Continua)

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