La notte di San Lorenzo, notte senza oscurità.

Silvia Ronchey, scrivendo oggi su Repubblica, ricorda le parole dell’antifona dei Vespri di San Lorenzo che recitano: «La mia notte non ha oscurità, ma tutto nella luce diventa chiaro». Mea nox obscurum non habet, sed omnia in luce clarescunt. Nel giorno, anzi nella notte di San Lorenzo l’uomo rivolge lo sguardo alle stelle. Con questo suo gesto, egli vuole ricordare, soprattutto a se stesso, che nessuna delle cose terrene può veramente rischiarare il suo cuore, può assicurare una piena felicità. «Forse s’avess’io l’ale / Da volar su le nubi, / E noverar le stelle ad una ad una, / O come il tuono errar di giogo in giogo, / Più felice sarei». Così canta Leopardi nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia.

L’uomo contemporaneo ha purtroppo smarrito la percezione della luminosità propria della notte. L’illuminazione artificiale delle città e delle strade rende difficile osservare la luce del cielo notturno. Chi ha mai visto la Via Lattea che rischiara il firmamento o chi percepisce più il chiarore lunare che dirada le tenebre nei campi?

Ma in una notte come quella di San Lorenzo, gli uomini sembrano voler tornare a cercare le stelle. Si allontanano dalle luci delle città perché, nell’oscurità, possano contemplare il cielo stellato e ammirare l’annuale spettacolo delle stelle cadenti. Nel quale c’è tutto il dramma e la bellezza della vita: quanto più buia è la notte tanto più vivide risplendono le stelle. E se è impossibile, per Leopardi, “volar su le nubi”, è possibile invece, in questa notte almeno, assistere al cadere delle stelle sul nostro opaco mondo.

Ricorda ancora Ronchey: «Che si tratti di Ulisse o del pastore errante nell’Asia, del salmista o di Elia rapito sul carro, da sempre lo sguardo umano è rivolto al cielo». Di un cielo che non rimane indifferente alle sorti dell’uomo. E infatti «Secondo la tradizione popolare sono le lacrime di san Lorenzo, o le scintille di fuoco sprigionate in alto dalla graticola, le scie luminose dello sciame meteorico più visibile dell’anno, che la Terra nella sua rivoluzione si trova ad attraversare tra la fine di luglio e la seconda metà di agosto, con un picco di visibilità concentrato, appunto, questa notte».

Sul Sussidiario.net, Laura Cioni ripropone, sempre a questo proposito, del parole di Paolo di Tarso che ricorda ai Romani che “la creazione geme e soffre”. Per l’Apostolo, spiega Cioni, la natura partecipa attivamente e con commozione alla dolorosa esistenza degli uomini. «È possibile guardare le stelle, così lontane e fredde, con la consapevolezza che qualcosa ci unisce a loro. Non solo la conoscenza scientifica del cosmo sempre più evoluta, non solo l’astrologia che l’ha preceduta, non solo i miti antichi che hanno dato il nome alle costellazioni, non solo l’osservazione del cielo per la navigazione. Non solo l’utilità. Soprattutto la gioia di essere parte piccolissima di un mistero grande, al quale offrire il tributo di una dedizione ammirata e perciò commossa».

Sia Silvia Ronchey, sia Laura Cioni ripetono le parole di Giovanni Pascoli nella poesia X Agosto: «E tu, Cielo, dall’alto dei mondi / sereni, infinito, immortale, / oh! D’un pianto di stelle lo inondi / quest’atomo opaco del male». Dove si vede, commenta Cioni, che «tra il cosmo e la storia, tra l’Infinito e il Male, si può ipotizzare a ragion veduta un legame che va oltre l’analogia poetica».

Pur nella sua dolorosa realtà, «la mia notte non ha oscurità». Conclude Laura Cioni: «La gioia sgorga dal dolore, non è a buon prezzo. È cara: costa talvolta il sacrificio della vita, spesso quello di una ricerca incessante, più sovente ancora quello della vita quotidiana nella sua pazienza e nella sua opacità. Ma premia chi la persegue con il bagliore di una conferma, con l’ardore di un corpo bruciato per amore o con la serenità in cui traluce la sua grazia».

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