Morte e resurrezione nel Vietnam dopo Ngo Dinh Diem (3)

Robert Capa © International Center of Photography/Magnum Photos

(Continua dalla Seconda parte)

Il Vietnam, dopo il barbaro assassinio del presidente Ngo Dinh Diem e di suo fratello, avvenuto nel novembre del 1963, non troverà pace. E non l’avrà per molti anni, durante i quali naufragherà ogni tentativo per porre fine alla crisi nell’area. La difficoltà maggiore, a questo proposito, derivava probabilmente dalla novità del carattere “asimmetrico” della guerra del Vietnam per il ruolo della guerriglia, in questo caso particolarmente attiva. Fino a pochi decenni prima non si era mai assistito a una guerra senza un fronte ben definito.

Vi erano, inoltre, i continui cambi di scena all’interno del blocco dei paesi comunisti impegnati nella guerra, conseguenti alla crisi dei rapporti tra Cina e URSS. In questo quadro così confuso Giorgio La Pira portava avanti il suo difficile tentativo di mediazione.

Anche questo, ovviamente, sembrava destinato a naufragare al pari degli altri tentativi, soprattutto in considerazione della condizione preliminare posta dai nordvietnamiti per sedersi al tavolo della pace: il totale ritiro delle truppe americane dal Sud del Vietnam. E invece sulla mediazione italiana si apriranno delle porte che nessuno si sarebbe aspettato si aprissero. Principalmente perché La Pira si ritroverà ad avere un inatteso alleato a Pechino. La ragione è in un certo senso paradossale, ma in fondo questo è uno di quei casi in cui proprio chi sembrava voler soffiare sul fuoco della guerra, finiva indirettamente per favorire la pace.

Mao Zedong, per esempio, pensava di ricavare un vantaggio dalla presenza militare degli USA in Vietnam perché, in questa maniera, ai danni degli americani avrebbe potuto usare l’arma della ritorsione nel caso la Casa Bianca avesse bombardato gli impianti di Lop Nur dove si sviluppavano i progetti nucleari cinesi. E sarà proprio questo a porre un freno alle pretese dei comunisti vietnamiti di un ritiro unilaterale degli americani.

Il ritiro delle truppe USA da Saigon era una condizione di pacificazione oggettivamente poco realistica in quanto era evidente a tutti che ciò non avrebbe riportato affatto la pace nel Vietnam, ma avrebbe aperto le porte del Sud a un’invasione comunista tutt’altro che pacifica. E con tante incognite, a cominciare da quelle relative al sinistro attivismo di Mao Zedong nell’area.

Probabilmente questo era ben chiaro a La Pira perché proprio sulla stabilizzazione dei rapporti con i cinesi concentrerà i suoi sforzi. Non si sa se La Pira fosse anche consapevole del fatto che, rispetto alla richiesta nordvietnamita di un ritiro delle truppe USA, Mao Zedong avesse l’interesse opposto.

Questo è anche sostenuto – è già stato accennato – da J. Chang e J. Holliday nel volume Mao, la storia sconosciuta: «Alla fine del 1963, nel Vietnam del Sud c’erano circa 15.000 consiglieri militari americani. Il piano di Mao consisteva nell’indurre gli Stati Uniti a inviare altri soldati nel Vietnam del Sud, o ancora meglio a invadere il Vietnam del Nord, confinante con la Cina. In questo modo, se Washington avesse colpito i suoi impianti nucleari, l’esercito cinese avrebbe invaso il Vietnam e schiacciato le truppe americane così come era accaduto nella guerra in Corea».

Ciò poteva portare a catastrofiche conseguenze, ma poteva anche spingere i cinesi a far pressione sui nordvietnamiti perché rinunciassero alla loro intransigenza riguardo al ritiro delle truppe USA. I cinesi, in sintesi, pensavano di ricavare un vantaggio strategico dalla presenza militare americana nel Sud-est asiatico, perché indirettamente questo favoriva la loro affermazione come potenza atomica. Come detto, non si sa con certezza se La Pira fosse di questo consapevole, ma colpisce che in una lettera, finalizzata all’avvio delle trattative e inviata il 9 luglio 1965 al Primo ministro cinese Zhou Enlai, La Pira proponga «una conferenza a cinque: America, Cina, Urss, Francia, Gran Bretagna (le 5 potenze atomiche)».

Colpisce che questa ventilata conferenza a cinque ricalchi esattamente la formazione del Consiglio di sicurezza dell’ONU dell’epoca; con un’unica differenza: la presenza di Pechino al posto della Cina nazionalista di Taiwan. In quel 1965 Amintore Fanfani, cui era strettamente legato Giorgio La Pira, era Presidente dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Per cui, la proposta contenuta nella lettera indirizzata il 9 luglio al Primo ministro cinese Zhou Enlai poteva sembrare la promessa di un impegno da parte di Fanfani affinché la Cina fosse accolta nelle Nazioni Unite e quindi nel Consiglio di sicurezza ONU.

Questa doveva sembrare tutt’altro che una prospettiva vaga. In seno alle Nazioni Unite stava concretamente maturando un clima favorevole riguardo a ciò. Anche il rappresentante permanente degli USA all’ONU Adlai Stevenson appoggiava l’ingresso della Cina nelle Nazioni Unite; al riguardo, Mario Primicerio riporta una lettera di La Pira a papa Paolo VI, nella quale si conferma il particolare che Stevenson «era invece favorevole (lo disse a me, nel 1963) all’ingresso della Cina all’Onu».

Come è noto, il massimo organismo di governo delle Nazioni Unite era composto dalle potenze vincitrici della Seconda Guerra mondiale, tra le quali la repubblica cinese di Chiang Kai-shek che dopo la rivoluzione comunista di Mao Zedong era riparato a Taiwan. È evidente anche, però, che dopo la Seconda guerra mondiale la posizione dominante nel mondo era di fatto determinata non tanto dall’aver vinto la guerra, ma dal possesso di armamenti nucleari. La Cina comunista pensava, per questo, di aver diritto a sostituire Taiwan nel Consiglio di sicurezza ONU e di poter entrare finalmente a far parte di quelle che La Pira indicava significativamente come “le 5 potenze atomiche”.

Con ogni probabilità, sarà stata questa circostanza, oltre al carattere allusivo della proposta di La Pira, ad aprire una breccia nell’intransigenza del Vietnam del Nord. Il 14 ottobre del ‘65, il Segretario del Partito Comunista nordvietnamita, Le Duan, inviò a Giorgio La Pira un invito formale ad Hanoi. L’invito, come riporta nel suo diario Mario Primicerio che accompagnerà La Pira nel viaggio, gli viene consegnato il 20 ottobre personalmente da Carlo Galluzzi, responsabile esteri del PCI, fiorentino e – ricorda ancora Primicerio – «molto affezionato a La Pira».

Nelle sue note, che verranno pubblicate in Con La Pira in Viet Nam, Primicerio scrive a questo proposito: «Si possono notare due cose: la prima che l’invito viene rivolto dal Partito e non dal Governo, per mantenere l’iniziativa comunque esterna ad ogni operazione diplomatica; la seconda è che esso non è la risposta alla lettera di La Pira (né ad altre richieste che erano arrivate da Firenze attraverso gli altri canali attivati) in quanto questa parlava esplicitamente di negoziati; ma al tempo stesso era evidente che Le Duan non ignorava che la ricerca di una soluzione politica alla crisi era lo scopo dell’iniziativa e del viaggio di La Pira».

Un mese più tardi, il 17 novembre, il leader nordvietnamita Ho Chi Minh, risponde a una lettera inviatagli precedentemente da otto premi Nobel. Dove, sempre secondo la ricostruzione di Primicerio, «malgrado un linguaggio estremamente duro nei confronti degli Americani, non vengono in alcun modo poste condizioni preliminari all’inizio dei negoziati, se non l’esplicita accettazione dei trattati ginevrini come base del negoziato».

In realtà, una condizione era stata posta in maniera tassativa: questa fase di apertura al dialogo doveva svolgersi nella più assoluta riservatezza. I nordvietnamiti infatti stavano facendo una concessione rispetto a un principio che avevano presentato come inderogabile: la resa degli americani. E la volontà di fare un passo indietro, esaurito l’interesse iniziale ad essere presenti militarmente, cominciava a farsi strada tra gli stessi americani che, dal canto loro, non è detto che dietro la loro aggressività non nascondessero intenzioni di pace.

Il tentativo di La Pira meritava di essere affrontato con un’adeguata dose di razionalità. Ma si sa quanto sino convulsi i tempi di guerra. Non sono i momenti migliori per affrontare le cose con la fredda ragione. Sono tempi così caotici che è perfino difficile distinguere tra chi cerca la pace e chi, invece, la guerra.

Non sappiamo pertanto chi precisamente abbia pensato di far saltare il tentativo di mediazione italiano, ma di fatto si riuscì a mandare tutto all’aria. È più che ovvio che quando si profila una soluzione politica per mettere fine a uno scontro militare, ci sia qualcuno che si metta di traverso. Ma, nel caso di La Pira, fu scelta la maniera meno onorevole: il ricorso alla diffamazione.

«La stampa imperversa contro di me» si lamenterà La Pira, «“La Nazione” ha raggiunto i limiti dell’infamia!». E non c’era soltanto la stampa italiana. Il 17 dicembre, il giornale americano St. Louis Post Dispacted aveva infranto la riservatezza delle trattative, riportando, oltre all’esistenza di un segretissimo negoziato con Hanoi, anche pesanti giudizi di La Pira sull’amministrazione americana che avrebbe operato, secondo lui, per sabotare l’operazione.

Per la verità, al di là di dichiarazioni di rito da parte di Hanoi che smentiva l’esistenza delle trattative – non avrebbe potuto dire il contrario – dopo questo incidente non si erano manifestate vere e proprie chiusure. Per cui, non si capisce se nel fatto che la stampa italiana “imperversasse” contro La Pira non ci fosse il tentativo di rincarare la dose. Resta il fatto che i giornali italiani scesero in campo contro l’iniziativa di La Pira. La cosa è inspiegabile, al di là del vezzo provocatorio di certa stampa dell’epoca.

Comunque, una domenica mattina di quel dicembre, La Pira riceve una telefonata da Ettore Bernabei, direttore generale della RAI e notoriamente “uomo di fiducia” di Fanfani, il quale gli preannuncia una telefonata della signora Fanfani, con l’intenzione evidentemente di accreditare la richiesta che la signora gli avrebbe rivolto.

La richiesta non tardò a pervenire telefonicamente: «Caro Professore, venga da me in mattinata, perché c’è una persona che ha dei dubbi (sulla religione, sul comunismo, sull’ateismo etc.) e desidera averli chiariti da lei». In realtà si trattava di una vera trappola di cui non era consapevole nemmeno la signora Fanfani.

La persona in questione che aveva necessità di fare chiarezza sugli interrogativi riguardo alla fede era Gianni Preda, sconosciuta a La Pira nonostante fosse una giornalista molto famosa. Le sue reali intenzioni, come si vedrà, erano molto diverse da quelle dichiarate.

In una lettera inviata in quei giorni a papa Paolo VI, La Pira si era lasciato andare a pesanti giudizi sul conto dell’amministrazione americana: «questo attuale gruppo dirigente americano ha perso la testa: Jonhson è malato, senza più idee e senza più volontà; i suoi collaboratori sono “consumati” (Rusk, McNamara), senza speranza». Si trattava di una lettera riservata e certamente anche la conversazione con Gianna Preda per La Pira doveva avere un carattere riservato. Purtroppo non lo fu, anzi il 30 dicembre le sue confidenze venivano pubblicate con grande clamore sul giornale di destra Il Borghese.

Fu un vero terremoto. Sotto il titolo La Pira parla in libertà, nell’intervista si rendevano note alcune taglienti espressioni del professore con le quali, per esempio, si diceva che Dean Rusk, segretario di Stato americano, «non capisce molto». Mentre La Pira non nasconde simpatie per i guerriglieri vietnamiti, che egli chiama bonariamente “compagni” come si usava, in quei tempi, tra comunisti. Per non parlare degli esponenti del governo italiano, a cominciare dal povero Aldo Moro, allora presidente del Consiglio, dipinto come un poco di buono.

Mario Primicerio nel suo libro, che pure è molto dettagliato, non riporta granché dei contenuti di questa sconcertante intervista con la quale il professor La Pira mandava all’aria tutto il suo faticosissimo lavoro di diplomazia personale – per riprendere la pungente espressione di Andreotti. Nel libro sono riportate però alcune pagine del diario di Fanfani nel quale il giorno 27 dicembre 1965 si annota: «I giornali annunciano un’intervista di La Pira al Borghese con i giudizi più arrischiati ed assurdi su mezzo mondo, dal Papa a me. Mi pare sia una cosa da matti».

Certo, una follia doveva sembrare a Fanfani l’incontinenza verbale di La Pira, ma la cosa davvero per lui deleteria fu il luogo in cui l’incontro di La Pira con Gianna Preda avvenne: casa sua. Era una cosa davvero imbarazzante per Fanfani perché Gianna Prada poteva lasciare intendere – e ne era indubbiamente capace – di essere stata ricevuta a casa Fanfani proprio per raccogliere voci di quel genere.

Come mai La Pira aveva distrutto in quella tremenda mattinata di dicembre tutto il suo lavoro di pacificazione del Vietnam? È una domanda senza risposta. Si può dire soltanto che la prudenza non era una virtù nella quale brillasse particolarmente La Pira che pure era un uomo di grandi virtù. Il 28 dicembre Amintore Fanfani si dimette da Ministro degli Esteri. Da quel momento Fanfani prenderà le distanze dal suo amico La Pira e dal suo tentativo di mediazione in Vietnam.

Intanto il Concilio Vaticano II si era concluso. La proclamazione, tanto attesa da Giorgio La Pira, della pace in Vietnam da parte del papa Paolo VI non c’era stata, se mai avesse potuto esserci. A settembre, alle salme del presidente Ngo Dinh Diem e di suo fratello Nhu era stata data una migliore sepoltura nel tentativo di placare l’ira celeste che la  credenza popolare vedeva come conseguenza della morte violenta subita dai fratelli. Delle trattative di pace portate avanti da La Pira nessuno voleva più sentirne. Eppure, proprio allora, qualcuno nella famiglia Ngo Dinh cominciò a parlare di un “nuovo inizio” per il Vietnam.

François Xavier Nguyen Van Thuan, nipote del presidente Diem e di Nhu, era un giovane sacerdote. Dopo il trasferimento delle salme degli zii nel cimitero di Saigon, Van Thuan cominciò a guardare con meno angoscia alle dolorose vicende della sua famiglia. Scrive André Nguyen Van Chau nella biografia che ha dedicato al religioso: «Avvertì che la rabbia che ancora aveva nel cuore cominciava a svanire. Chiese a Dio di perdonarlo per la prolungata ira e amarezza. Era particolarmente lieto per i risultati del Concilio, diversamente dallo zio mons. Ngo Dinh Thuc che nei confronti dell’assise vaticana assumerà una posizione fortemente critica, nonostante al Concilio avesse partecipato personalmente.

Van Thuan vedeva, in particolare, nell’impulso all’ecumenismo dato dal Concilio Vaticano II una straordinaria opportunità per avviare una fase di dialogo interreligioso in Vietnam, dialogo che avrebbe potuto sicuramente favorire un clima più disteso. Ricorda André Nguyen Van Chau: «Il “nuovo inizio” della Chiesa risollevò il morale di Thuan, che leggeva con gioia le quattro costituzioni, i nove decreti e le tre dichiarazioni approvati dal concilio. Riconosceva specialmente il valore della costituzione pastorale Gaudium et spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Sentì in sé un nuovo impeto di energia e si rese conto che il suo periodo di lutto era davvero superato. Era pronto a lavorare di nuovo con gioia e speranza».

paolotritto@alice.it

(Continua)

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