“E tu splendi” di Giuseppe Catozzella: il colore nero della speranza.

Perché lo straniero fa tanta paura? Principalmente perché lo straniero ti fa ricordare che, in fondo, sei straniero anche tu. Giuseppe Catozzella, con il suo romanzo “E tu splendi”, edito da Feltrinelli, ci fa provare cosa significa questo. Qui l’autore parla di se stesso bambino, racconta di quando «una sera di inizio giugno papà ci ha legato al polso un braccialetto ridicolo con il nome della destinazione – la casa dei genitori di mamma – e ci ha spedito in quel paesino sperduto tra le colline della Basilicata, quello da cui lui e nostra madre tanti anni prima erano scappati. Ci ha piazzati dentro un pullman diretto alla stazione di Matera e, senza neanche voltarsi indietro, se n’è tornato a casa».

Giuseppe Catozzella, ormai tra i nomi più significativi della nuova generazione di scrittori italiani – Premio Strega Giovani 2014 – è nato a Milano in una famiglia di origini lucane, padre di Grassano e madre di San Mauro Forte. Ha trascorso, per questo, la sua infanzia nella condizione poco invidiabile, soprattutto in un severo contesto come quello milanese, di essere un rifiutato – con tutto quello che può significare per un bambino.

Trasferendosi nella finzione letteraria di se stesso, il bambino Peppino Catozzella diventa Pietro che ha una sorella, Nina, con la quale sarà protagonista di quella trasferta in pullman di cui si diceva. Insieme saranno avviati con un braccialetto al polso verso il paese dove ancora vivono i nonni, Arigliana.

Nel paese, il piccolo Pietro scopre che in un’antica torre si nascondono degli immigrati di colore. Si nascondono, evidentemente, perché nessuno ritiene possibile che possano integrarsi all’interno della comunità. Se il resto della comunità rifiuta non solo l’integrazione, ma addirittura di prendere coscienza dell’esistenza degli immigrati, la sua storia personale – per quanto breve questa sia – porta immediatamente Pietro a identificarsi con questa povera realtà rifiutata.

Il bambino è onesto – perché l’uomo è onesto per natura e lo è finché qualcosa non corrompe questa sua natura – e sa che non può giudicare nessuna cosa a prescindere dalla propria esperienza. E si tratta di un’esperienza, sia pure circoscritta al limitato periodo dell’infanzia, che gli ha fatto conoscere cosa significhi essere rifiutato, cosa significhi essere straniero ovunque, anche in casa propria.

Pietro non può accettare, quindi, che nella sua Lucania si riproducano queste ingiuste discriminazione verso quegli uomini di colore. È l’assurda realtà di una comunità segnata dall’emigrazione e che scarica su altri, ancora “più immigrati”, l’ingiustizia subita.

Se Arigliana vive in una condizione di arretratezza non è perché, come vorrebbe Carlo Levi, qualcosa le sia stata negata dalla natura, non è perché “Cristo si è fermato a Eboli”. Ma perché si è consentito alla violenza di ferire la natura stessa.

Scrive Giuseppe Catozzella: «Zi’ Rocco aveva fatto l’emigrato in Germania, poi era tornato al paese. Lì aveva capito come si fanno i soldi: avrebbe smesso di vendere i frutti della terra, come avevano fatto suo padre e suo nonno, e avrebbe prodotto conserve per i supermercati del Nord Italia. Per farlo, però, aveva bisogno di non avere concorrenti. Non ci aveva pensato due volte. Aveva approfittato della festa di Ferragosto, quando tutto il paese si riunisce in piazza per guardare i fuochi d’artificio, e il frastuono dei botti copre ogni cosa. Con i suoi scagnozzi aveva affittato un elicottero e dall’alto aveva spruzzato il veleno. In una sola notte aveva ucciso tutte le terre al di là del torrente».

Molti anni dopo, sarà proprio uno di quegli immigrati che avevano trovato rifugio nella torre, Josh, a scorgere una speranza in quelle terre “uccise” e a volerle fare ritornare a vivere. Ma, una volta avviata questa rinascita, la violenza di Zi’ Rocco tornerà a manifestarsi in tutta la sua virulenza; si affermerà nuovamente, così, la tombale sentenza di Carlo Levi: «Cristo non è mai arrivato qui, né vi è arrivato il tempo, né la speranza, né la ragione, né la storia».

Il piccolo Pietro era in braccio al nonno quando questi commentava che «ad Arigliana zi’ Rocco vincerà sempre» e gli ricordava le tristi parole di Levi. «Io non ci ho più visto dalla rabbia» commenta Pietro. «Sono saltato in piedi, in braccio a lui non ci volevo più stare». Quel mondo «mi faceva schifo» perché lì «mancava l’unica cosa che fa di un uomo un uomo: il coraggio. Io lo so da quando ho quattro anni, grazie alla suora dell’asilo». La suora, una donnina incappucciata di nero che gli aveva rivelato la sua condizione di “senza patria” e la necessità del coraggio per poter vivere in un ambiente ostile come quello.

“E tu splendi”, lo splendido romanzo di Catozzella, è un libro duro che i suoi lucani forse non accetteranno facilmente. Qualcuno si rifiuterà di rimettere in discussione lo schema leviano che pure ha oppresso questa sfortunata terra per troppo tempo e che ha fatto la fortuna delle satrapie locali.

Ma questo ragazzo coraggioso e indomito, Pietro alias Peppino, continuerà a difendere quel suo cuore che ama testardamente la propria origine. Per questo amore, non accetterà mai di rassegnarsi, non arretrerà davanti alla violenza e sempre proverà a riemergere sulle miserie degli uomini.

Ci sono uomini che fanno grandi promesse. Ci sono uomini che riescono a concepire straordinari progetti per potere realizzare queste promesse. Uomini con la forza di sottomettere popoli interi a inclementi regimi politici pur di tentare di realizzare questi progetti di cambiamento.

Chi invece leggerà il libro di Catozzella vedrà che nessun cambiamento è reale, è vero, se non quello che sgorga dal cuore libero dell’uomo. Come accade in Pietro, questo piccolo Dostoevskij nel quale vanno a collassare tutto il bello, tutta la giustizia, tutto il bene del mondo e nel quale è già cambiata, è già nuova ogni cosa.

Pietro non è fuggito davanti “all’uomo nero” perché sa che un uomo – ogni uomo – si muove portando sempre con sé una speranza. E che se l’immigrato è partito dal suo paese verso una nuova terra è perché in questa ha scorto una speranza per la propria vita. Anche in quella terra che sembra senza speranza agli occhi di chi vi abita e per i quali il male avrà sempre la meglio – “zi’ Rocco vincerà sempre”.

Nella sua saggezza da ragazzo, Pietro sa che la speranza può avere un colore nero. Come quello della pelle di Josh e dei suoi amici. Come quello della Madonna Nera di Viggiano, veneratissima dai lucani. Anche se – come dice – a qualcuno sembrerà che una Madonna negra non può essere la mamma di Gesù Bambino.

Ciò che si agita nel cuore dell’uomo è ciò che illumina la sua intera esistenza. Anche se apparentemente sembra che nessuno dia peso a ciò che accade nel microcosmo della coscienza personale. C’è una bella immagine che si trova nelle ultime pagine di questo libro: di fronte ai fatti tumultuosi che avevano investito gli uomini e incendiato la terra, «le pecore non si erano accorte di niente, mangiavano. E per loro è una cosa come un’altra». Sembra di vivere così, immersi in questa cosmica distrazione.

Tutta l’ingiustizia del mondo è compresa in questa distrazione. In questo non accorgersi, talvolta, nemmeno di se stessi. Di non accorgersi delle esigenze del proprio cuore. Che invece danno splendore alla vita.

Catozzella conclude il suo romanzo con un richiamo a Pasolini, anche se leggendo il suo libro il pensiero corre piuttosto ad Albert Camus, sia per i temi toccati sia per il tono del racconto. Comunque, l’autore scrive: «La frase che compare più volte nel romanzo, e che gli dà anche il titolo, è la trascrizione sbagliata di uno stralcio delle “Lettere luterane” di Pier Paolo Pasolini (Einaudi, 1976), che così recita: “I ‘destinati a essere morti’ non hanno certo gioventù splendenti: ed ecco che essi ti insegnano a non splendere. E tu splendi, invece, Gennariello”. Questo libro nasce dal mio amore per il Sud, la terra di cui sono originario e che amo».

Catozzella ha concluso con questo “e che amo” che qualcuno riterrà una scorretta forma ripetitiva. Che invece dice tanto della bellezza che risplende su questa terra. E le parole di Catozzella, come quelle del povero Josh, possono fare tanto per restituire dignità a questa oppressa terra lucana. Perché non è affatto vero che «Cristo non è mai arrivato qui».

paolotritto@alice.it

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