Un cristiano in Cina: Leonard Cheshire.


Sulla movimentata vita del capitano Leonard Cheshire, nato a Chester in Inghilterra il 7 settembre 1917, si potrebbero riempire interi libri di storia. È stato uno dei piloti bombardieri della RAF più celebrati della Seconda guerra mondiale. Al servizio dell’aviazione militare, ha meritato la massima onorificenza militare inglese, la Victoria Cross, “per atti di estremo coraggio di fronte al nemico”. Con oltre cento missioni in territorio avversario – un vero primato – ha sfidato il fuoco della contraerea di Hitler e le stesse statistiche di sopravvivenza. È stato l’unico pilota bombardiere ad aver reso parte a tutte e tre le modalità di bombardamento terroristico sviluppate nella Seconda guerra mondiale: il firestorm – tempesta di fuoco –, la distruzione delle dighe e la bomba atomica. Concluse il suo servizio operativo con il bombardamento atomico sulla città di Nagasaki.

Ma Leonard Cheshire ha fatto parlare di sé anche per le circostanze che lo portarono ad abbracciare la Chiesa cattolica e a chiedere il battesimo, all’età di trentun’anni. Un giorno, inaspettatamente, lo avevano chiamato da un ospedale vicino casa sua, chiedendo se poteva prendersi cura di un certo Arthur Dyke, un malato terminale che non poteva essere trattenuto oltre nella struttura sanitaria. Il povero Arthur non aveva parenti né amici; non aveva nessuno che lo volesse con sé, né un posto dove andare ad aspettare la morte. Nella sua disperata condizione, aveva saputo fare soltanto il nome del capitano Leonard Cheshire, nella residenza del quale per un certo tempo aveva fatto il guardiano dei maiali.

Leonard aveva accettato di prenderlo con sé senza sapere nemmeno cosa fare di preciso per assisterlo. Arthur morì tre mesi dopo, ma prima di morire, nella sua semplicità, aveva saputo rivelare a Leonard il contenuto essenziale della fede cristiana come l’aveva ricevuta al catechismo negli anni della sua infanzia, benché di fatto ormai non andasse in chiesa da tanto tempo. Fu nel rapporto con lui che Leonard scoprì la sua vocazione: accogliere a casa sua i malati incurabili, gli abbandonati e le persone disabili.

È un mistero per quale ragione il capitano Cheshire avesse preso in così seria considerazione l’incontro con Arthur Dyke che non era altro che un derelitto, un mendicante. Sarà stato per quello che sostiene il suo biografo Richard Morris, quando scrive che «dietro a ciò vi era la sua fede: vedere Cristo nel suo travestimento da mendicante, che va per le strade del mondo allungando la sua mano per l’elemosina».

Al termine della sua vita, Leonard lascerà circa duecento case di accoglienza nel Regno Unito, le Cheshire Homes, e in collaborazione con altri soggetti, analoghe realtà in oltre cinquanta paesi stranieri. Uno dei momenti più decisivi di questa storia fu quando, venendo fuori da una grave forma di tubercolosi che gli aveva compromesso per sempre l’uso di un polmone, decise di andarsene in India, dove, al limite della giungla che lambisce la metropoli di Mumbai, aprì la sua prima Home in terra indiana, prima di passare a Dehradun – sempre in India – dove, in una discarica, aprì un “centro internazionale” per l’accoglienza degli uomini più poveri della terra. Da quel momento le Cheshire Homes iniziarono realmente a diffondersi in tutto il mondo. Il primo ministro indiano Nehru disse di Leonard Cheshire: «Questo è il più grande uomo che io abbia incontrato dopo Gandhi».

Mentre era in India e mentre si dedicava alla diffusione della sua opera nei cinque continenti, Cheshire guardava costantemente verso il mondo vasto e impenetrabile della Cina comunista, con i suoi quindici milioni di persone disabili. La Cina, diceva, «è il luogo in cui ho riposto per lungo tempo il mio cuore».

Nulla trapelò dei suoi rapporti con le autorità cinesi finché nel meeting annuale delle Cheshire Homes dell’Estremo Oriente tenuto nel 1989, si vide per la prima volta la partecipazione di una delegazione cinese. Nel febbraio del ’90 su Cheshire Smile, una pubblicazione a diffusione interna tra le Homes di Cheshire, si legge una breve notizia. «La costruzione della nuova Cheshire Home a Kunming in Cina» scrive il giornale, «sta procedendo bene, e l’apertura ufficiale è prevista per i primi di novembre di quest’anno. È iniziata la selezione del personale e saranno ammessi quaranta residenti, in primo luogo i giovani portatori di handicap che, dopo esercizi di riabilitazione, potranno ritornare alle loro famiglie, ove possibile».

L’apertura della Cina all’opera caritativa di Leonard Cheshire si deve particolarmente a Deng Pufang, figlio invalido del grande leader cinese Deng Xiaoping. Alenka Lawrence intervistò Cheshire per un volume uscito in Italia per le Edizioni Paoline dal titolo C’è Dio in tutto questo? Nell’intervista, Cheshire ricorda Deng Pufang con queste parole: «mi diede il benvenuto all’inaugurazione della nostra prima Home in Cina, disse così: “Se abbiamo scelto la vostra fondazione è perché voi volete far le cose alla maniera cinese. Altre agenzie internazionali vogliono fare le cose a modo loro, e a noi sembra che mirino a controllarci”».

Cosa portò la Cina comunista ad aprirsi all’esperienza della carità cristiana, come era testimoniata da Leonard Cheshire? Probabilmente la storia personale di Deng Pufang e le vicende legate alla cosiddetta Rivoluzione Culturale, evento altamente tragico nella storia cinese e in quella di Pufang in particolare. Racconta Deng Rong, sorella di Pufang, nel libro Deng Xiaoping e la rivoluzione culturale: «Un giorno del maggio 1968, diversi camion entrarono in cortile. Una squadra di ribelli armati di bastoni saltò giù e si riversò in casa nostra. Presero Pufang e Deng Nan, gli bendarono gli occhi con strisce di stoffa nera, li spinsero fuori e li caricarono a forza su uno dei camion. Gridando esaltati “Abbasso Deng Xiaoping!”, “Abbasso i figli dei controrivoluzionari!”, si allontanarono tra il rombo dei motori in una nube di polvere» .

Deng Xiaoping, fino a quel momento, era stato uno dei massimi leader del partito comunista cinese. Dieci anni dopo, sarà lui a succedere a Mao Zedong alla guida della Cina, ma nell’altalenante processo rivoluzionario era visto allora come il nemico numero uno. In Cina regnava il terrore; al di fuori della ristretta cerchia del presidente Mao, nessuno poteva sentirsi al sicuro, nemmeno gli stessi uomini della direzione del partito che erano al potere. Deng Xiaoping era appunto uno di questi.

Con l’arresto di Pufang e di Deng Nan si volevano estorcere confessioni da usare contro Deng Xiaoping, loro padre, e accusarlo di essere un controrivoluzionario. Per questo, scrive Deng Rong, i fratelli «come apprendemmo in seguito, erano stati portati all’Università di Pechino e rinchiusi in un dormitorio che era stato trasformato nel quartier generale dei ribelli». Poi erano stati trasferiti in due distinte stanze della facoltà di fisica, senza poter comunicare tra loro, sottoposti a pesanti interrogatori da parte dei rivoluzionari e, di fronte al rifiuto di denunciare il proprio padre, a forme di tortura sempre più pesanti.

A fine agosto del 1968 Deng Nan tornò a casa. «Quando arrivò» scrive Deng Rong, «ci informò: “Pufang è stato torturato oltre ogni umana sopportazione. Non ne poteva più. In un momento in cui i ribelli non lo sorvegliavano si è buttato dalla finestra, come gesto di protesta estremo”». Questa è stata, secondo i familiari, la dinamica dell’incidente, in seguito al quale Deng Pufang rimarrà paralizzato agli arti inferiori e vivrà su una sedia a rotelle.

Riguardo a questo episodio, c’è anche chi ritiene di poter precisare che, con il suo gesto, più che protestare, Pufang abbia tentato disperatamente di fuggire dalla sua prigione, in seguito alla scoperta di materiale radioattivo che era stato collocato all’interno della stanza e che riteneva estremamente pericoloso per la sua salute. In questo senso testimonierà anche Hu Jintao, futuro segretario generale del partito comunista e presidente della Repubblica cinese, presente in quel momento all’incidente e che fu tra i soccorritori di Pufang.

In ospedale, Pufang non ricevette quelle cure che avrebbero potuto limitare i danni conseguenti alla caduta. Nemmeno fu ascoltata la sua richiesta di essere restituito agli affetti familiari e curato a casa. Come annota Deng Rong, sembrava che per il fratello non ci fosse posto in nessuna parte del mondo. Oltre alla sofferenza per la solitudine, il dramma di Pufang era di non poter avere una vita attiva, pur nella sua condizione di disabile.

Non sappiamo bene quando Leonard Cheshire sia riuscito a incontrare Deng Pufang. Pare che nel 1990 avesse già visto più volte il figlio del leader cinese Deng Xiaoping. D’altro canto, sono abbastanza comprensibili le ragioni di questa riservatezza e la sobrietà nelle comunicazioni ufficiali nonostante, per riprendere un’espressione del biografo Richard Morris, la Cina rappresentasse “l’Everest di Cheshire”, il compimento della sua missione caritativa.

È facile intuire quanto diversi fossero il mondo cinese di allora, con la sua ideologia repressiva, da cui proveniva Deng Pufang e l’esperienza della carità cristiana di cui era portatore Leonard Cheshire. Tra l’altro, mentre nel 1989 partiva il progetto della Home a Kunming, Deng Xiaoping, padre di Pufang, era al vertice del potere e proprio lui veniva indicato come il responsabile della sanguinosa repressione delle manifestazioni di dissenso in Piazza Tienanmen; una responsabilità che gli veniva attribuita forse non del tutto giustamente o che, almeno, non appare compatibile con le riconosciute capacità di dialogo e di apertura di Deng Xiaoping, nonché con la sua statura politica, tanto che è stato indicato da alcuni come il più grande statista della storia. Scrive infatti a questo proposito F. Ezra Voghel, in Deng Xiaoping and the Transformation of China: «Nessuno, nella storia dell’umanità, ha mai dato migliori opportunità di vita a un così alto numero di persone, e in così pochi anni».

Ma, prescindendo da queste considerazioni, in quel caso per Leonard Cheshire si trattava di contemperare queste contraddizioni con le esigenze della carità e con la necessità di soccorrere materialmente le persone disabili.

Questo problema fu sollevato anche da Alenka Lawrence nella sua intervista riportata in C’è Dio in tutto questo?, dove domandava: «Nel caso della Cina lei aveva a che fare con un regime deplorevole, che poco prima s’era segnalato al mondo massacrando i dimostranti della piazza Tienanmen, a Pechino. Ne tenne conto? Abbracciare Deng Pufang, dinanzi alle telecamere, poteva sembrare un colpo di propaganda per il governo».

A queste osservazioni, Leonard rispondeva così: «Io faccio il lavoro che sento d’esser chiamato a fare. In qualche piccola misura penso che serva a migliorare il mondo, ma solo perché questo è il piano di Dio. Forse i cinesi in quell’occasione, miravano alla propaganda; io, francamente, non lo credo. Nei nostri discorsi non si toccò altro argomento che la condizione dei disabili. D’altronde il luogo in cui ci trovavamo, Kunming, dista tremila chilometri da Pechino».

In tutto il suo lavoro, comunque, Leonard non aveva altro riferimento che i rapporti umani e tutto ciò che questi erano in grado di generare. Nonostante quello che si possa dire al riguardo, fu così anche con Deng Pufang, che era stato torturato quando era studente ai tempi della Rivoluzione Culturale e che attendeva l’apertura di una Home, di un centro di accoglienza di Cheshire in Cina. Perché, fin da quando finì giù dalla finestra dell’università, Pufang, il figlio del potente Deng Xiaoping, per i disabili cinesi non chiedeva altro che quella casa e quella accoglienza che a lui erano state negate.

Ricordava Leonard Cheshire: «Lo avevo già incontrato tre volte fuori della Cina, senza parargli che brevemente. Ma ora, entrando nella sala di ricevimento, sotto i riflettori e le telecamere, me lo trovai dinanzi, sorridente, sulla sua carrozzella. Posò su di me uno sguardo indimenticabile: di benvenuto, d’affetto, di contentezza perché il progetto della Home s’era realizzato. Senza pensarci, cedendo alla commozione, dimentichi di ogni formalità, ci abbracciammo».

Nel 1989, a Kunming, si poneva la prima pietra della residenza per disabili. Tra i primi ad accorrere presso la nuova struttura ci fu Wang Kui, una ragazza poliomielitica chiamata anche Christina. Della sua malattia e degli inizi dell’esperienza cinese di Cheshire, Christina racconta: «Quindici mesi dopo la mia nascita, la paralisi infantile mi aveva tolto la capacità di camminare. Non potevo più uscire di casa, non potevo giocare all’esterno con gli altri bambini, non potevo andare a scuola. Quando guardavo fuori dalla finestra, non riuscivo a trattenere le lacrime che scorrevano sulle mie guance. Quanto desideravo alzarmi in piedi e camminare!»

La ragazza però riuscì a trovare una via d’uscita. Studiò l’inglese ascoltando le trasmissioni alla radio, senza l’aiuto di insegnanti. Poi imparò a battere a macchina, raggiungendo buoni risultati sia con la scrittura cinese sia con quella inglese. Finché prese alcuni lavori di battitura che gli consentirono di cominciare a guadagnarsi da vivere. Diceva che al lavoro alla tastiera della macchina per scrivere le sembrava di essere al pianoforte; questo le dava, aggiungeva, “un conforto quasi spirituale”.

Poi, ricorda ancora Christina, «fu costruita la Kunming Cheshire Home. Sono stata presa alla Kunming Cheshire Home come insegnante e ho insegnato ai residenti a scrivere e a usare il computer. Alla cerimonia di apertura della Kunming Cheshire Home, ho incontrato Leonard Cheshire per la prima volta. La sua gentilezza mi ha colpita profondamente. Gli sarò sempre riconoscente per aver creato per noi disabili una casa così bella, dove sentivamo attorno a noi tanto calore». Nella casa nessuno più sentiva di essere un peso per la famiglia o per la società. Soprattutto, conclude, in quella casa si poteva imparare che «non può esserci alcun motivo per affrontare la vita senza il sorriso».

Durante il suo soggiorno in India, l’impegno caritativo portò Cheshire a incontrare santa Teresa di Calcutta. Fu un incontro determinante per la sua vita. Innanzitutto perché la santa lo aiutò molto a fare ordine nella sua vita sentimentale, che negli anni giovanili era stata alquanto movimentata. Leonard sposò così Sue Ryder, una donna inglese impegnata anche lei nel soccorso delle persone bisognose, in particolare tra i reduci della Seconda guerra mondiale. Insieme a Sue fondò la Ryder-Cheshire Foundation, istituita per costruire residenze per il sollievo della sofferenza nei paesi più poveri. Anche santa Teresa di Calcutta era interessata alla Fondazione. «Madre Teresa» ricordava tempo fa Leonard, «aveva suggerito che ci consociassimo. Recentemente, ricordandosene, m’ha detto: “Quella società non s’è mai fatta, ma è andata bene lo stesso. Perseguiamo i nostri scopi su strade differenti, ma soci di fatto lo siamo. Non materialmente, si capisce, ma spiritualmente”».

A pensarci bene, una vera omologazione nel lavoro dei Cheshire e della santa di Calcutta appariva poco probabile: nella gara della carità, infatti, talvolta sembrava quasi rivaleggiassero. Quando Leonard andò in Cina, per esempio, santa Teresa non mancò di precisargli spiritosamente che però in Unione Sovietica era arrivata prima lei.

Al termine di una vita che Leonard Cheshire aveva speso in favore dei poveri, delle persone abbandonate, degli incurabili, dei disabili, la regina Elisabetta II lo nominò membro della Camera dei Pari. Purtroppo, la circostanza coincise con l’insorgere di una grave malattia che lo condurrà alla morte poco tempo dopo, il 31 luglio 1992, proprio mente stava mettendo a punto gli ultimi progetti per sviluppare ulteriormente la presenza internazionale della sua opera.

Ebbe il tempo soltanto di fare un ultimo viaggio in India, il paese dove si era sposato e aveva messo su famiglia, dove aveva fondato il centro internazionale insieme alla moglie Sue, dove aveva incontrato santa Teresa di Calcutta e dove aveva cominciato a rivolgere il suo sguardo amoroso a quell’Everest della carità che era, per lui, la Cina.

In occasione del centenario della nascita di Cheshire è stato chiesto al vescovo titolare della diocesi inglese dell’East Anglia, di avviare la sua causa di beatificazione. Se questa si concluderà positivamente, come molti si augurano, il mondo potrà guardare a questo testimone che, dopo aver seminato terrore e morte nei cieli infuocati della Seconda guerra mondiale e dopo aver partecipato al terribile bombardamento atomico del Giappone, aprì il suo cuore alla carità. Perché, come ricordava alla sua morte il cardinale Basil Hume, «aveva permesso a Dio di entrare nella sua vita e questo lo aveva trasformato».

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