Quello che bisognerebbe sapere sul Tirolo. L’esempio del canonico Michael Gamper.

Non saprei dire quanto opportuna sia la proposta del governo austriaco, avanzata negli ultimi giorni del 2017, di estendere la cittadinanza austriaca all’intero Tirolo, comprendendo dunque la provincia italiana di Bolzano. Può darsi sia soltanto una provocazione ideologica. Ignoro anche quali possibilità abbia il governo austriaco di realizzare concretamente questa proposta. Credo comunque che in tutti questi anni si sia potuto vedere come l’idea di Europa sia strettamente legata al superamento dei propri confini interni e addirittura esterni.

Dopo l’abbattimento delle frontiere, in realtà, del vecchio corredo detenuto dalle nazioni europee rimane ben poco a parte una lingua comune, un autonomo sistema scolastico, una rete di distribuzione editoriale. E in questo non vedo alcun motivo per allarmarsi. Gli anni Sessanta sono troppo lontani per pensare a una ripresa del terrorismo etnico che segnò allora il Sudtirolo.

Talvolta gli italiani mostrano una certa meraviglia di fronte al legame dei sudtirolesi con la nazione austriaca. Ma basta andare a Innsbruck per notare quanto altrettanto vivi siano i legami dei tirolesi con l’Italia. È un fenomeno nemmeno tanto strano: un tempo si credeva che il crinale alpino separasse la penisola italiana dalle altre nazioni. Oggi appare invece evidente che la montagna, invece di dividere, unisce i popoli. Anche i popoli di etnie diverse.

L’esperienza storica comunque dovrebbe sempre insegnare qualcosa. Soprattutto la storia del Tirolo e la testimonianza di uomini che hanno rappresentato qualcosa per questo popolo. Doveroso è, in ogni caso, conoscere i fatti. Negli avvenimenti sconvolgenti che colpirono il Sudtirolo dopo il tramonto dell’impero asburgico, ci furono uomini che seppero tenere unito il popolo e seppero essere per tutti un punto di riferimento, una guida, un rifugio. Una delle personalità più significative in questo frangente è stato senz’altro Michael Gamper, sacerdote e giornalista nato nel 1885 a Prissian, presso Tisens, centro a metà strada tra Bolzano e Merano.

Il Canonico Michael Gamper, una vita per il Sudtirolo di Lorenzo Baratter è un volumetto che traccia un breve profilo biografico di questo sacerdote coraggioso e che si rivela molto utile alla comprensione della storia del suo popolo. Negli anni bui e pieni di angoscia del Novecento, niente, nemmeno il nazismo, è riuscito a soffocare la voce del canonico Gamper. A più di sessant’anni dalla sua morte, egli è ricordato, anche fuori dalla sua terra, per essere stato l’anima del Dolomiten e della casa editrice di questo quotidiano, molto diffuso nella provincia di Bolzano. Ma per il suo popolo, Gamper è stato molto di più.

La prima apparizione pubblica del canonico si ebbe nel 1914, durante una processione religiosa a Bolzano, con la quale si invocava una rapida conclusione del primo conflitto mondiale. Con questa guerra l’Italia avrebbe puntato a sottrarre all’Austria, tra gli altri territori, proprio il Sudtirolo. Purtroppo, contro gli auspici della Chiesa, il conflitto non si concluse rapidamente; anzi, per il popolo sudtirolese sarà soltanto l’inizio di un lungo calvario.

Come se non fossero bastate le atrocità della guerra, una volta cessate le ostilità, da parte italiana si pretese l’affermazione dell’italianità dei territori. Fu Ettore Tolomei, con il pieno sostegno del nuovo regime fascista, che si fece carico del processo di “rieducazione” dei sudtirolesi, processo che aveva come obiettivo primario la rimozione della lingua tedesca dall’insegnamento scolastico, dalla vita civile, dalla toponomastica. Spiega Lorenzo Baratter: «L’idea che sostenne tutte le costruzioni ideologiche di Tolomei fu in pratica una sola: le popolazioni tedesche, venute in seguito a quelle latine e romane, avevano “rubato l’anima” ai popoli che già c’erano».

Il canonico Gamper comprese quale importanza poteva avere, per salvare l’identità del suo popolo, l’avvio di quell’intensa attività editoriale che lo porterà a dare vita a numerose pubblicazioni e di lì a breve a impegnarsi per la promozione del quotidiano di lingua tedesca. Il successo di questa attività fu straordinario, sia per la favorevole accoglienza del popolo, sia per la protezione esercitata dal Vaticano che inserì le testate di Gamper tra quelle legate all’Azione Cattolica e quindi tutelate dai Patti Lateranensi.

Ancora più ardita fu la decisione di dar vita alle Katakombenschulen. L’approvazione della riforma Gentile aveva portato il regime fascista a smantellare la scuola tedesca in tutto il Sudtirolo. Seguendo l’idea delle “scuole catacombe” lanciata da Gamper, diversi insegnanti si fecero carico del rischio di educare, clandestinamente, le nuove generazioni nella lingua dei loro padri. Molti di loro, come del resto era facilmente prevedibile, finirono per essere perseguitati dal regime, alcuni furono inviati al confino, altri trovarono la morte. Baratter ha voluto ricordare, giustamente, i nomi di questi “martiri dell’educazione”: Josef Noldin, Rudolf Riedl, Angela Nikoletti. A questi dobbiamo aggiungere anche il maestro Franz Innerhofer, ucciso barbaramente mentre cercava di sottrarre un inerme ragazzino dall’assalto di un manipolo di fanatici fascisti intervenuti per disturbare il regolare svolgimento di una festa popolare.

Ma giorni ancora più dolorosi aspettavano il popolo sudtirolese. Potrà sembrare strano che Ettore Tolomei, con la sua ideologia antitedesca, guardasse favorevolmente a un accordo di Mussolini con i tedeschi sulla questione del Sudtirolo. Invece ciò aveva una sua raccapricciante logica.

Nel giugno del ’39 Hitler e Mussolini si incontrarono nella sede della Gestapo a Berlino, alla presenza di altri gerarchi. Scrive Baratter: «Himmler chiarì fin dalle battute iniziali che il trasferimento dei sudtirolesi verso il Terzo Reich era stato deciso in comune intesa con Roma. […] Furono sottoscritte le tre convenzioni per il trasferimento dei sudtirolesi: solo la prima fu tuttavia resa pubblica, sotto il titolo di “Norme per il rimpatrio dei tedeschi di nascita dall’Alto Adige nel Reich”».

Per gli uomini, i più forti, questo “rimpatrio” altro non fu che essere reclutati come carne da macello da inviare al fronte. Sorte ancora peggiore toccò ai deboli: furono i malati psichici del Sudtirolo le prime vittime del “Progetto eutanasia” che prevedeva lo sterminio sistematico dei disabili nei lager nazisti.

Per effetto delle “Norme per il rimpatrio”, gran parte dei sudtirolesi lasciarono la loro terra. Su questo era rimasta inascoltata la voce del canonico Gamper che invece invitava ad appellarsi a una clausola che prevedeva di avvalersi dell’opzione di rimanere. Dopo la Liberazione, Gamper spiegherà le ragioni di questo triste esodo in un memoriale consegnato agli Alleati: «la paura di finire in Sicilia, di fronte alla quale ogni ragionamento sensato era destinato a infrangersi, era la molla che spingeva la gente a sentirsi obbligata a scegliere il trasferimento in Germania. Soltanto pochi non caddero in preda al panico». Tra questi pochi, comunque, ci furono tutti gli uomini che poi formeranno la leadership del partito che sarà lungamente al governo in Sudtirolo, la Südtiroler Volkspartei.

Dopo la seconda guerra mondiale, i territori furono riconsegnati all’Italia. Si riaccese, allora, la speranza del riconoscimento dell’autonomia. Ma si trattò di una speranza che andò presto delusa nel corso della stessa Assemblea costituente, per le resistenze di troppi parlamentari che avvertivano ancora l’ostilità dei popoli tedeschi e vedevano in particolare il Tirolo come “la via maestra delle invasioni barbariche”. Era l’affermazione di una vecchia idea che vedeva la montagna come barriera, come protezione e spartiacque. Il caso del Sudtirolo stava invece a dimostrare esattamente il contrario; che la montagna, cioè, alimenta il desiderio di unità tra i popoli: italiani, austriaci, tedeschi.

Al di là delle buone intenzioni, il nuovo governo democratico mostrò nei fatti di proseguire nell’azione di colonizzazione sui territori sudtirolesi. Commenta Lorenzo Baratter: «Dal 1952 i rapporti con gli uffici pubblici potevano svolgersi esclusivamente in lingua italiana. Diversi funzionari che avevano occupato posti di potere in epoca fascista erano rimasti al loro posto. L’immigrazione italiana continuava implacabile. I numerosi reclami, le petizioni, i memorandum indirizzati ai rappresentanti del Governo non avevano portato ad alcun risultato».

In quegli anni era diventato difficile perfino mettere un nome tedesco ai propri figli ed era obbligatorio il permesso dell’autorità militare in caso di passaggi di proprietà. Si cominciò a parlare di “marcia verso la morte”, del rischio cioè della definitiva scomparsa dell’etnia tedesca. Gli ultimi anni del canonico Gamper furono segnati dall’amarezza e dal dolore; era gravemente ammalato, ma forse ciò che lo faceva soffrire maggiormente erano le condizioni della sua gente.

Il riconoscimento della provincia autonoma di Bolzano si ebbe soltanto dopo la sua morte, avvenuta nel 1956. Il canonico Gamper non vide, dunque, la realizzazione della piena autonomia. È stato comunque quel “buon pastore”, di cui parla il salmo, che ha saputo preservare il suo popolo, guidandolo “per il giusto cammino”.

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