Una strega mi salverà. La scandalosa incoerenza di Norma McCorvey.

Sarà per le teorie luterane sulla predestinazione che il mondo è stato diviso in buoni e cattivi? Non credo; da bambini non sapevamo nemmeno chi fosse Lutero, quando il maestro elementare andava alla lavagna, tracciava col gesso una linea verticale e chiedeva a qualcuno di noi di segnare di qua il nome di chi aveva una condotta irreprensibile e di là chi tra i compagni di classe si rendeva responsabile di qualche cattiva azione. Questo capitava quando l’insegnante, di tanto in tanto, abbandonava la classe e al rientro voleva essere edotto sulla tenuta dell’ordine pubblico all’interno dell’aula scolastica, durante la sua assenza.

Devo dire che, nonostante la nostra tenera età, nessuno di noi credeva veramente a questa brutale classificazione tra buoni e cattivi. Da parte di tutti, si aveva ben chiara la coscienza che l’unico compagno di classe veramente spregevole era proprio chi, tra noi, si trovava nella condizione privilegiata di esercitare il potere di compilare alla lavagna queste infami liste, così discriminanti.

Insomma, non si può tracciare una netta linea di demarcazione tra chi è buono e chi non lo è; il mondo degli uomini sarà certamente molto più complesso rispetto alla visione che hanno sbrigativamente cercato di rappresentare i teorici della predestinazione o, più modestamente, il mio inflessibile maestro elementare. Voi direte di no, ma io credo che ognuno di noi, in realtà, si barcameni come può in quell’ampia zona grigia compresa tra la cattiveria e la bontà, sconfinando ora di qua ora di là. Esempi se ne potrebbero fare a iosa. Io, con la stessa cattiveria che avevo quelle volte che ero chiamato alla lavagna per marchiare in maniera infamante i miei compagni, voglio scegliere un nome, che trovo particolarmente significativo.

Il nome che faccio è quello della scandalosa signora Norma McCorvey, scomparsa recentemente – pace all’anima sua – che era un’americana meglio nota, per quelli che hanno qualche dimestichezza con la storia del diritto, come Jane Roe, nome di fantasia cui si fece ricorso – scupolo inutile – per tutelare la sua privacy. All’uomo di oggi, Norma McCorvey e Jane Roe potrebbero sembrare nomi di donne distinte, tanto diverse sono state nella realtà; invece, sono davvero due nomi riferibili alla stessa, identica persona.

Come si sa, l’aborto legale è oggi ampiamente praticato – “purtroppo”, potrei commentare da cattolico, ma in questo caso depongo la mia ascia di guerra perché non voglio affrontare lo spinoso tema col fine di alimentare antiche polemiche. Se oggi l’aborto legale è praticato su larga scala – absit iniuria verbis – un tempo non era così. Tutti noi sappiamo quanti divieti erano posti fino a poco tempo fa al rifiuto della maternità. E se le cose sono bruscamente cambiate lo si deve proprio a Jane Roe, cioè alla citata signora McCorvey. Alla donna capitava frequentemente di sottoporsi, pare non sempre in maniera consenziente, a rapporti sessuali con uomini o con partner del suo stesso sesso. Finché un giorno, stanca della routine, forse anche degli abusi che doveva subire e comunque delle conseguenze pratiche di questa sua intensa attività, decise di rivolgersi alla legge.

Voi avrete già intuito il problema: Norma aspettava un bambino e non aveva alcuna intenzione di portare a termine la gravidanza. Come talvolta avviene, prima degli uomini di legge arrivano i giornalisti a prendere in mano la situazione. Partì così la campagna giornalistica che affiancò il famosissimo processo denominato “Roe vs Wade”. Siamo nell’anno 1972. Il caso fu seguito con trepidazione anche dall’opinione pubblica che, evidentemente, voleva provare a guardare al fenomeno della gravidanza non più come a un fatto ineluttabile.

Quando infine le istanze di Jane Roe verranno accolte e quando, a determinate condizioni, l’interruzione volontaria della gravidanza diventerà legale in America, partirà quel grande effetto domino che estenderà la legalizzazione dell’aborto verso ogni angolo del pianeta. Come campagna giornalistica, non si era mai visto niente di simile, a giudicare dagli effetti che produsse.

Ma purtroppo i giornalisti, avendo la sfortuna di essere obbligati a piombare sulle notizie quando ancora non sono ben sedimentate, non sempre hanno la possibilità e il tempo di approfondire adeguatamente e di discernere ogni cosa. Nel caso in questione, non riuscirono a capire bene chi fosse realmente Norma McCorvey. L’avessero fatto, avrebbero risparmiato tanti patemi d’animo ai paladini dei diritti civili. Per i quali la signora avrebbe dovuto essere una specie di cavallo di Troia scagliato contro quelle fortezze reazionarie che, secondo i promotori dell’iniziativa, proteggevano l’intoccabile casta dei custodi dei tabù.

Chi fosse veramente Norma McCorvey se lo sono domandati in pochi, non essendoci purtroppo grande corrispondenza con Jane Roe, il personaggio pubblico di cui era la controfigura. Ma, tra questi pochi, qualcuno che si sia posto la domanda c’è. La McCorvey non era affatto una donna animata da grandi ideali di libertà, anche se era cosciente di esserne diventata il simbolo, e non aveva una particolare sensibilità per il tema dei cosiddetti diritti civili. Tra coloro che hanno cercato di capirci qualcosa riguardo a questa contorta personalità, c’è il giornalista Vittorio Zucconi il quale ne parla in un libro dove ha raccolto alcuni suoi scritti, Storie dell’altro mondo, edito da Mondadori.

Della signora Norma, Zucconi scrive: «Nel 1973 lei aveva ventiquattro anni e si sentiva un’eroina. Le avvocatesse e le dirigenti del movimento per il diritto di interrompere volontariamente la gravidanza la beatificarono, pur sapendo che la persona era ben diversa dal simbolo, che “Jane Roe”, o Norma McCorvey* [vedi nota in calce], non aveva la stoffa della Giovanna d’Arco o della Pasionaria. Era una povera ragazza texana da baraccone, un’inserviente di giostre e tirassegni che girovagava per i paesi della Prateria passando di uomo in uomo, di donna in donna, di bottiglia in bottiglia, di droga in droga, senza guardare per il sottile. Arrivata alla terza gravidanza aveva deciso di averne avuto abbastanza e si era inventata la storia della violenza carnale, come confessò più tardi».

Era una grande bugiarda Norma McCorvey. E non solo: era una donna che non sapeva, né voleva saperlo, cosa volesse dire essere coerenti con le proprie idee. Anche in America, può capitare che la legge arrivi troppo tardi. Infatti, quando per Norma si compirono i giorni del parto, la legge di legalizzazione dell’aborto non era ancora esecutiva. Perciò, la donna non aveva potuto abortire né, dal momento che era sotto i riflettori dei media di tutto il mondo, avrebbe potuto farlo segretamente. Forse qualcuno si aspettava che il rancore avrebbe portato la puerpera a fare una pazzia; per esempio: prendere il fagotto indesiderato e spedirlo alla Corte Suprema, i cui giudici non avevano accolto la sua legittima richiesta in tempo utile. E invece no. Anzi, ebbe la sventatezza di confessare, come ricorda Vittorio Zucconi, «di essere felice di non aver fatto in tempo ad abortire».

Fortunatamente – dal punto di vista degli abortisti – la donna fece questa clamorosa confessione privatamente; altrimenti, sarebbe saltato in aria tutto. Per questo motivo – si capisce – bisognava tenere bene alla larga Norma McCorvey dalle luci della ribalta, essendo troppo grosso il rischio che la donna potesse dire pubblicamente che si rimangiava vigliaccamente tutto; che era anche una pura invenzione, sua o delle scaltre avvocatesse, la turpe storia dello stupro. E che quindi, davanti all’autorevole Corte Suprema degli Stati Uniti d’America, era stato sottoposto non un caso concreto ma un artificio giornalistico col quale forzare la storia, a bella posta. La grande storia comunque, la Storia, aveva cambiato definitivamente il suo corso e non sarebbero stati certamente questi vizi di forma a farla tornare sui suoi passi.

A Norma McCorvey, in verità, della Storia importava poco o nulla. Al banco del tirassegno del luna park, dove lei passava la sua desolante giornata di lavoro, la Storia – con la maiuscola – non si era affacciata mai. Per questo, quando un giorno se ne stava a osservare oziosamente nel parco il cigolante dondolio delle altalene, non si pose nemmeno il problema di quale effetto potessero avere sulla Storia i suoi pensieri devastanti.

Scrive Vittorio Zucconi: «Dice che l’hanno convertita le altalene vuote, quelle che dondolano nei giardini pubblici aspettando bambini che non nasceranno mai perché sono stati abortiti. Ma che siano state le altalene vuote, gli anni che si ammucchiano, le rabbie e i rancori personali, ha poca importanza. Quel che importa è che Norma McCorvey*, la signora “Roe” nel cui nome fu combattuta e vinta la battaglia americana per legittimare l’aborto, ha rinnegato la sua storia».

Ovviamente, a nessuno sarebbe mai saltato in testa di invitare la vera “Jane Roe” a intervenire nei dibattiti pubblici e in ogni luogo dove si portava avanti la battaglia combattuta in suo nome. Poco male. Del resto, che avrebbe potuto mai dire “la vera Jane Roe”, Norma McCorvey? Lei che al massimo avrebbe saputo spiegare come imbracciare un fucile ad aria compressa e puntarlo per bene, al tirassegno del luna park.

E, in fondo, anche questo andava bene per lei. Sempre Zucconi spiega: «non tutti siamo nati per essere eroi e la ragazza del tirassegno scoprì ben presto quanto sia duro portare il mantello dei santi. Lei avrebbe voluto essere invitata alle manifestazioni nazionali delle compagne, ai congressi di quelle intelligenti, colte signore di città che si riunivano per celebrare il “suo” trionfo, la “sua” vittoria a nome di tutte le donne. […] Tirava fuori la storia strappalacrime delle altalene vuote, che a ogni oscillazione le colpivano il cuore. Ammetteva di essere lesbica, ma di non disdegnare neppure gli uomini. Puzzava di pentimento, di confusione». Per i militanti dei diritti civili – è comprensibile – Norma non poteva essere stata altro che un’invenzione del diavolo, era la strega perfetta.

Per i miei lettori – semmai ce ne fossero – che hanno già puntato il dito contro questa scandalosa donna ci tengo a inserire una nota personale. Per dire che nemmeno a me, come credo nemmeno a tanti altri, piace portare “il mantello dei santi”. È un capo di abbigliamento che trovo poco pratico. E se qualcuno potrà salvarmi, potendo io scegliere, non vorrei essere salvato dai santi, ma da una strega così, una strega come Norma McCorvey. Anzi, ne sono sicuro: sarà una strega così che mi salverà, con le sue incoerenze, le sue menzogne, le sue ossessioni, i suoi peccati, la sua fragile umanità. Verrà mai a cercarmi, quando io giungerò dove lei è adesso? Io spero di sì, come sono sicuro che di là ha finalmente trovato tutti quei bambini non nati la cui assenza al parco con le altalene la ossessionava.

Io ho imparato nella vita che soltanto ciò che è fragile può essere umano e quindi utile per qualcosa. Ho imparato pure, sin da quando ero bambino, che non si può tracciare una linea netta tra la bontà e la cattiveria. Che forse la vera cattiveria, la vera violenza, sta proprio qui, nel voler tracciare un’indelebile demarcazione – il solito Muro – tra i buoni e i cattivi. Dietro Jane Roe si celava una paladina della libertà o una che ha rinnegato la sua storia? È un problema vostro. Io non credo più nella classificiazione degli uomini. Anzi, non ci ho creduto mai, nemmeno quando ero bambino e avevo paura davvero delle streghe.

Scrivo queste note pochi giorni dopo la morte della cara Norma McCorvey, di Jane Roe, quella vera. Di lei si è scritto che, da abortista che era, aveva cambiato idea sotto il peso di quell’incubo ricorrente, di quell’ossessione che era forse una patologia e che – chissà – un giorno sarà conosciuta come la sindrome delle altalene vuote. Secondo qualcuno, come vorrebbe il più classico dei copioni delle penitenti, si sarebbe poi convertita alla Chiesa cattolica, sostenendo il Movimento per la vita e offrendo i suoi piccoli risparmi alle povere donne perché desistessero dall’aborto. Secondo altri invece, la sua conversione sarebbe scaturita dall’incontro con un pastore battista.

Particolari trascurabili, perché Norma, nella sua confusione, non sarebbe riuscita nemmeno a distinguere un pastore battista da un sacerdote cattolico. E poi, tutto ciò è molto, molto relativo per una contorta personalità come la sua. Perché, con la stessa facilità, da antiabortista, Norma avrebbe potuto, da un giorno all’altro, passare nuovamente nel campo avversario. Ma va bene così. Il problema, semmai, è un altro: adesso che Norma è morta, chi più potrà impedirle di parlare? E come si potrà tenere nascosta ancora a lungo la verità della sua incoerenza? Voi direte che tutto ciò non è morale. Appunto. La verità non ha bisogno della nostra coerenza umana. Non è questo che salverà il mondo. Almeno, questa è la sensazione che ho io.

La verità non ha bisogno di noi; sa bene come farsi strada da sé. A voler essere più preciso dico che, nel suo cammino, la verità non è subordinata alla nostra etica. Lo so, fa male dover riconoscere questa nostra inconsistenza. La verità non attinge, alla lavagna, il nome dei buoni da usare come suoi messaggeri. Se pensate di essere tra questi, cercatevi un altro mestiere. E vorrei dire anche ai paladini dei diritti civili e a quelli che sono dall’altra parte della barricata che la verità non ha bisogno delle loro battaglie. Non ha mai bisogno di battaglie né di combattenti. Perché la verità, nell’assoluto della sua sussistenza, tira dritto.

*Nel testo originale di Vittorio Zucconi si parla invece di Norma McCormick, per un evidente errore materiale.

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