Il vecchio e il ceppo

Una mattina d’inverno mi sono fermato davanti al ceppo di un albero abbattuto. “Sarà stato per la nevicata che lo hanno abbattuto” ho pensato. Le nevicate dello scorso inverno sono state molto abbondanti dalle mie parti e tanti alberi ne hanno sofferto. Impotenti e increduli, abbiamo visto alberi maestosi cedere sotto il peso della neve e grossi rami spezzarsi. Non si era mai visto niente del genere qui.

“Doveva essere un pericolo per i passanti, questo vecchio albero”. Pensavo questo, ma anche a quanto sarà stata dolorosa la decisione di abbatterlo. È come cancellare una parte del paesaggio. Da noi, in Italia, forse è qualcosa di più; è come un’amputazione o un attentato, addirittura. Infatti, abbiamo voluto scriverlo perfino nella Costituzione che la Repubblica “tutela il paesaggio”. Come se facesse parte delle istituzioni democratiche della nazione. Del resto, perché no? Noi italiani abbiamo il nostro modo di vedere le cose e ovunque vogliamo lasciare un segno del nostro estro, finanche nelle supreme norme giuridiche.

Credo sia per questo che si rimane sempre un po’ attoniti davanti al ceppo di un albero abbattuto. Almeno io lo ero in quel mattino invernale. E non sono stato l’unico. Mentre mi aggiravo attorno al ceppo con la mia macchina fotografica, studiando la giusta angolazione per la ripresa, si è avvicinato un vecchio, muovendosi con premura, come si fa quando si vuole soccorrere qualcuno. Aveva accostato la sua Fiat Centoventisei – anche questa doveva avere una bella età – e, incespicando un po’ nel terreno accidentato, mi aveva raggiunto.

Giravo e rigiravo attorno alla sezione del grande albero alla ricerca di un’inquadratura che potesse rendere bene il senso della “geometrica potenza” – come ha detto qualcuno in un’altra circostanza – espressa dai cerchi concentrici degli anelli di accrescimento del tronco. Inquadratura che potesse, nello stesso tempo, rappresentare quel sentimento doloroso che si prova davanti a un’assenza. Davanti a qualcosa di importante che non c’è più. In fondo lo facevo – forse era ingenuità – perché avrei voluto porre una domanda che credo ciascuno si ponga: come può essere che le cose davvero importanti svaniscano? O, meglio: come può “la consistenza delle cose” finire per essere strangolata nell’inconsistenza del nulla?

«Quanti anni avrà avuto questo albero?» mi domanda il vecchio. «Chi può dirlo?» gli rispondo, «a occhio e croce, cinquanta». «Non può essere» obietta lui, con la voce ovattata dei vecchi; «conti bene i cerchi, dicono che a ogni cerchio corrisponda un anno di vita». Io non conto; lo guardo invece con l’espressione di distacco che si fa davanti a un estraneo, come per dire “che importanza ha?” «Ma è la mia vita» mi fa lui, con gli occhi lucidi e uno sguardo che non è invecchiato affatto. Insiste: «Io ero un bambino e questo albero c’era già».

Io provo a contare, ma non riesco a vederci bene. Anche se non ho gli anni del vecchio, anch’io ho la mia età e, per giunta, diversi gradi di miopia. Ho qualche difficoltà, quindi, a distinguere bene i cerchi, almeno in quella scomoda posizione. Vado via, mentre il vecchio rimane a contare i cerchi della sua esistenza che scruta sul quel ceppo, registratore dello scorrere del tempo. Fissa bene la base del fusto, come a sfidare la “geometrica potenza” degli anelli di accrescimento dell’albero. Perché – tra sé e sé lo avrà certamente ripetuto – «è la mia vita».

Mentre io vado via, il vecchio rimane ancora lì, davanti all’imponenza di quell’assenza. Attonito, come davanti all’imponenza della vita stessa. Mi ricordo allora dei versi del Salmo: «Insegnaci, Signore, a contare gli anni della nostra vita. E giungeremo alla sapienza del cuore». È questo, forse, ciò che cerca: l’insegnamento che gli rivelerà quella sapienza del cuore promessa dal Signore.

Il vecchio rimane lì, davanti a ciò che resta dell’albero della sua esistenza. Il povero uomo è ricurvo, come se fosse rimasto piegato sotto il peso delle numerose stagioni vissute. Eppure, ha l’espressione di chi ha trovato finalmente qualcosa di prezioso. Anche se dovrà provare ciò che certamente deve aver provato il suo albero sotto l’insostenibile gravità della neve.

Con l’espressione severa, come quella di un saggio rabbino, il vecchio sembra volere seguire con gli occhi lo sviluppo di una incipiente novità, ripetendo insistentemente le parole di quel salmo 89 che mi fa venire in testa: «O Signore, rendici la gioia per i giorni di afflizione, / per gli anni in cui abbiamo visto la sventura».

 

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