Sulle dimissioni di papa Benedetto XVI. «Ricevi tutta la mia libertà».

Ogni tanto qualcuno viene fuori e grida al complotto: «la libertas ecclesiae è in pericolo!» Dove non sarebbe riuscito Nerone, potrebbero riuscirci i nuovi poteri – i soliti poteri occulti, ovviamente. Sarebbe interessante capire cosa sia veramente la “libertas ecclesiae”, un’idea che esprime qualcosa di preciso e che non può essere reso con una traduzione letterale del termine, ma questo è un altro discorso. La Chiesa rischia davvero di essere sottomessa a un oscuro potere? Chi grida al complotto crede proprio questo. E la prova sarebbero le dimissioni di Benedetto XVI.

Come teorema non sembra una grande trovata, non sembra cioè sostenuto da una grande fantasia, ma la cosa fa ugualmente parlare i media, soprattutto le nano-redazioni dei social; tanti cattolici, comunque, trovano tutto questo quadro realistico. Tanti cattolici, vescovi compresi come per esempio mons. Luigi Negri che avrebbe detto alla redazione di un giornale online: «Sono certo che un giorno emergeranno gravi responsabilità dentro e fuori il Vaticano. Benedetto XVI ha subito pressioni enormi». Ci sarebbero molti commenti da fare al riguardo. Invece, dico soltanto che non capisco perché mai mons. Negri trovi tanto strane le dimissioni di Benedetto XVI, avendo mons. Negri presentato le dimissioni anche lui ed essendo lui stesso un vescovo emerito, esattamente come Ratzinger.

Lascio spazio, pertanto, a quanto ha scritto Andrea Tornielli della Stampa a proposito delle affermazioni di mons. Negri, anche se la cosa pare alquanto divertente perché proprio Tornielli è stato indicato nel libro-intervista di Peter Seewald a papa Benedetto Ultime conversazioni come uno di questi che griderebbero al complotto. Non so se qui si sia scritta una cosa proprio esatta sul giornalista della Stampa, ma questo non ha molta rilevanza né può sminuire minimamente il notevole valore del libro di Seewald. Scrive Tornielli a proposito delle dichiarazioni di mons. Negri, che queste presentano papa Benedetto come sottomesso, incapace di resistere a pressioni esterne e “infragilito fisicamente”. Al giornalista tedesco, invece, Benedetto aveva risposto in maniera piuttosto energica «a una domanda esplicita sui giornali che parlano di “ricatto e cospirazione”. “Sono tutte assurdità”, aveva risposto perentoriamente il Papa emerito “lucidissimo nel pensiero”, derubricando a fanta-thriller queste elucubrazioni. “Devo dire – aveva aggiunto – che il fatto che un uomo [Paolo Gabriele, Aiutante di camera del papa, la nota è mia], per qualsivoglia ragione, si sia immaginato di dover provocare uno scandalo per purificare la Chiesa è una vicenda insignificante. Ma nessuno ha cercato di ricattarmi. Non l’avrei nemmeno permesso. Se avessero provato a farlo non me ne sarei andato perché non bisogna lasciare quando si è sotto pressione. E non è nemmeno vero che ero deluso o cose simili. Anzi, grazie a Dio, ero nello stato d’animo pacifico di chi ha superato la difficoltà. Lo stato d’animo in cui si può passare tranquillamente il timone a chi viene dopo”».

Se poi qualcuno non crede alle parole, vediamo allora i fatti. Quali sono gli atti, le azioni, che hanno segnato le dimissioni di Benedetto XVI? Riguardo a ciò, c’è un particolare da tener presente: Ratzinger voleva lasciare il Vaticano ben prima di diventare papa, voleva “tornare a casa” già da molti anni. Chiunque conosca lo spirito tedesco non se ne meraviglierebbe perché sa bene cosa sia per un tedesco l’heimat. È il desiderio, in un certo senso il dovere, di ritirarsi, di fare definitivamente ritorno a casa dopo una vita trascorsa a percorrere le strade del mondo. Nessun tedesco potrebbe sottrarsi a questo richiamo senza che ciò segni drammaticamente, quasi sinistramente, la conclusione della sua esistenza.

Ciò deve essere stato particolarmente vivo in un sacerdote bavarese come Ratzinger il quale non immagina diversamente da questo “heimat” nemmeno la vita dopo la morte. Da papa, lo spiegò bene nell’incontro con le famiglie che si tenne nel 2012 a Milano: «Siamo cresciuti nella certezza che è buono essere un uomo, perché vedevamo che la bontà di Dio si rifletteva nei genitori e nei fratelli. E, per dire la verità, se cerco di immaginare un po’ come sarà in Paradiso, mi sembra sempre il tempo della mia giovinezza, della mia infanzia. Così, in questo contesto di fiducia, di gioia e di amore eravamo felici e penso che in Paradiso dovrebbe essere simile a come era nella mia gioventù. In questo senso spero di andare “a casa”, andando verso l’“altra parte del mondo”».

Peter Seewald, nelle Ultime conversazioni ricorda quando, già nel suo primo incontro, nel novembre 1992, Ratzinger gli confidò la sua intenzione di dimettersi da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. «Nel 1991 avevo avuto l’emorragia cerebrale» dice papa Benedetto, «e nel 1992 ne risentivo ancora pesantemente». Del resto, già molto prima aveva fatto una richiesta esplicita in questo senso a papa Giovanni Paolo II. «Dopo il primo quinquennio, nel 1986, feci presente al papa che il mio periodo di servizio era scaduto, ma lui mi aveva già detto che non c’era da parlarne. Poi, nel 1991 lo pregai ancora, con insistenza. Come ho detto, avevo avuto l’emorragia cerebrale e stavo proprio male. Gli dissi: “adesso non ne posso più”, ma anche questa volta la risposta fu “no”».

L’ictus aveva danneggiato pesantemente l’occhio sinistro di Ratzinger. Stava cercando di recuperare il campo visivo, quando purtroppo nel 1994 subentrò un’embolia che si propagò all’intero occhio. «Rimasi a lungo in cura» ricorda papa Benedetto, «finché subentrò un terzo disturbo, la maculopatia». Tornò dal papa cinque anni più tardi, per manifestare la stessa intenzione per la terza volta, ma Giovanni Paolo II lo precedette e non lo fece nemmeno parlare: «Non è necessario che lei scriva la lettera né che mi dica che vuole essere esonerato perché la voglio con me fino alla fine». Ratzinger era allora praticamente cieco da un occhio. Inoltre, gli era stato applicato un pacemaker per problemi cardiaci cui soffriva da anni. Intanto, anche la malattia di papa Giovanni Paolo II si era manifestata in tutta la sua gravità, malattia che lo porterà alla morte.

Al concistoro seguito alla morte di Giovanni Paolo II, come sappiamo, Ratzinger fu eletto papa. Ovviamente, anche al momento di accettare quella decisione dei cardinali che a lui sembrava – come ha detto – “una ghigliottina”, avrebbe potuto rifiutare. Non pensò al ritiro almeno allora? «Sì, per me questa è stata una questione molto seria» dice Benedetto XVI a Seewald. Perché invece non lo fece? «Durante il preconclave» prosegue, «molti cardinali abbiamo, per così dire, implorato colui che stava per essere eletto di prendere su di sé la croce anche se non se ne sentiva all’altezza, di piegarsi al voto della maggioranza di due terzi e vedere in ciò un segno. Era un dovere interiore, dicevano. Hanno posto il tema con tanta serietà da convincermi che se davvero la maggioranza dei cardinali avesse espresso questo voto la scelta sarebbe stata del Signore e io avevo il dovere di accettare».

Il nuovo papa accettò la decisione dei cardinali elettori, ma evidentemente rimaneva ancora drammaticamente aperta la questione posta dalle parole di Giovanni Paolo II di rimanere “fino alla fine”. Poteva essere interrotto il pontificato prima della “fine”, prima della morte del pontefice? Su questo, come è noto, la decisione di Benedetto XVI è stata differente da quella di Giovanni Paolo II. E già all’inizio del suo pontificato annunciò che questo sarebbe stato “breve”. Cosa ha convinto, definitivamente, Benedetto a dare quelle dimissioni che inseguiva da tante tempo? Il fatto di ritenere – cerco di interpretare correttamente il suo pensiero – che un papa malato non potesse regnare a lungo, dopo un altro papa malato; troppi anni di pontificato sarebbero stati condizionati dalla salute malferma dei papi. Dopo la lunga malattia di Giovanni Paolo II, infatti, e «dopo un pontificato di otto anni» spiega Benedetto a Seewald, «non potevo passarne altri otto in quel modo».

In effetti, si tratta di un arco di tempo molto ampio, di circa trent’anni, partendo dalle prime manifestazioni del Parkinson su Giovanni Paolo II, cui bisogna aggiungere alcune forme tumorali, le cadute e i postumi dell’attentato. Dei problemi di salute di una certa gravità di Benedetto abbiamo già accennato. C’è da sottolineare soltanto che, negli ultimi tempi del pontificato, qualche collaboratore si era accorto che ogni tanto papa Benedetto mostrava di non essere molto presente a se stesso e di non riconoscere facilmente persone che gli dovevano essere ben note.

Le conclusioni che si possono trarre, dunque, riconducono a una decisione presa con saggezza e con tutte le ragioni di opportunità, oltre che presa con serenità e libertà. Benedetto XVI ha detto che era solito ripetere spesso una bella preghiera di Sant’Ignazio di Loyola che recita: «Prendi, Signore, e ricevi / tutta la mia libertà, / la mia memoria, / la mia intelligenza / e tutta la mia volontà, / tutto ciò che ho e possiedo; / tu me lo hai dato, / a te, Signore, lo ridono; / tutto è tuo, / di tutto disponi / secondo la tua volontà: / dammi solo il tuo amore e la tua grazia; / e questo mi basta».

«Dammi solo il tuo amore e la tua grazia». E prendi tutto il resto. Riprenditi «tutto ciò che ho e possiedo; / tu me lo hai dato, / a te, Signore, lo ridono; / tutto è tuo».

Benedetto XVI, dopo tutta la vita al servizio del suo Signore, a conclusione del compito assegnatogli, come ogni servitore fedele, prima di lasciare riconsegnava tutto ciò che gli era stato affidato. Per dire che nulla era suo, di niente si era appropriato. Tutto lasciava senza esitazione, prima che gli fosse tolto dalla morte. Perché fosse chiaro che tutto riconsegnava con libertà, con gratitudine, con gioia.

Papa Benedetto si è dimesso liberamente, come ha detto, senza cedere a pressioni. Nemmeno a quelle cui sembra alludesse mons. Luigi Negri circa un “complotto americano” ordito dall’Amministrazione Obama. Benedetto XVI aveva conosciuto Barack Obama e si era fatto di lui un giudizio ben preciso. Nell’intervista a Peter Seewald si può notare come il papa emerito fosse cosciente di queste voci e abbia voluto escludere esplicitamente l’ipotesi di un complotto. Di Obama, Benedetto XVI dice infatti: «È un grande politico naturalmente, che sa come si ottiene il successo. Ha determinate idee che non possiamo condividere. Con me tuttavia non si è comportato come un tattico ed è anche una persona riflessiva».

Non ha ricevuto pressioni dunque Benedetto, tanto meno avrebbe ceduto a queste presunte pressioni. Nemmeno dopo che si sarebbe “infragilito fisicamente” – per riprendere le parole di mons. Negri. Non ci sono state circostanze esterne che possano averlo influenzato. Anzi, se proprio vogliamo dirla tutta, forse c’è stata una “circostanza esterna” che deve aver esercitato una certa influenza o fatto “pressioni” – per tornare al vocabolario di mons. Negri – spingendo il papa a dimettersi un po’ di tempo prima di quando forse aveva previsto in un primo momento. Questa circostanza furono i mondiali di calcio di Brasile 2014.

Racconta il papa emerito a Seewald in Ultime conversazioni: «Il viaggio in Messico e a Cuba mi aveva affaticato molto. Anche il medico mi disse che non avrei più dovuto attraversare l’Atlantico. La Giornata mondiale della gioventù, che avrebbe dovuto aver luogo a Rio de Janeiro nel 2014, era stata anticipata di un anno per via dei mondiali di calcio. Per me era chiaro che avrei dovuto dimettermi in tempo perché il nuovo papa andasse a Rio. Così, dopo il viaggio in Messico e a Cuba la decisione è pian piano maturata. Altrimenti avrei cercato di resistere fino al 2014. Ma così invece sapevo che non ce l’avrei fatta».

Non deve sembrare un semplice pretesto la necessità della presenza del papa alla Giornata mondiale della gioventù. In realtà, la GMG è diventato un evento-chiave della Chiesa contemporanea. I giovani sono il volto nuovo della Chiesa; anzi, sono la Chiesa stessa che prende corpo nel nuovo. Perché essere cristiani significa, in un certo senso, essere alla ricerca di un incessante movimento di rinnovamento, di una nuova giovinezza.

«Per me» dice Benedetto XVI nelle ultime pagine delle Ultime conversazioni, «è fonte di grande gioia che nei nuovi movimenti la fede si presenti in modo diverso rinnovando il volto della Chiesa. Lo si vede anche alle Giornate mondiali della gioventù: i partecipanti non sono ragazzi qualunque che arrancano dietro il loro tempo, ma giovani che sentono il bisogno di qualcosa di diverso dai soliti slogan. Che là prendono davvero fuoco. Attraverso questi fenomeni, a cui ha dato avvio Giovanni Paolo II, si sta già formando una nuova generazione che dà alla Chiesa un volto nuovo e giovane».

«Dammi solo il tuo amore e la tua grazia». Il resto non serve tenerlo per sé. Bisogna metterlo a disposizione di chi viene dopo. Perché così possa prendere “davvero fuoco”.

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