Morte e resurrezione nel Vietnam dopo Ngo Dinh Diem (2)

Robert Capa © International Center of Photography/Magnum Photos

(Continua dalla Prima parte)

Il 29 novembre 1965, mentre si concludevano i lavori del Concilio Vaticano II, papa Paolo VI concedeva ai vescovi vietnamiti che avevano preso parte all’assemblea conciliare, un’udienza particolare per far sentire quanto il papa fosse loro vicino «nel momento in cui vi apprestate a ritornare in patria» e per lanciare un appello per la pace in Vietnam. Nel suo breve discorso in francese, Paolo VI esprimeva anche la sua gratitudine e quella di tutta la Chiesa per la testimonianza di fede che, sull’esempio dei propri antenati, il popolo vietnamita stava dando in quei giorni difficili e manifestava la sua preoccupazione per le prove che il Vietnam doveva sopportare a causa della guerra, con il suo strascico di lutti e di miserie.

François Xavier Nguyen Van Thuan era allora ancora un giovane sacerdote. Circa un anno dopo entrerà anche lui a far parte del collegio episcopale vietnamita. Dieci anni più tardi, diventerà arcivescovo di Saigon. Sarà creato cardinale da Giovanni Paolo II il quale poi lo volle ai vertici del Vaticano, affidandogli la carica di presidente della Commissione pontificia Justitia et Pax. Ma Thuan finirà per diventare, più di ogni altra cosa, il testimone più diretto della tragedia del suo paese, l’uomo sul quale si abbatterà con tutto il suo peso l’insanguinata croce vietnamita. Tutto questo accadrà per tante ragioni, ma particolarmente per la sua fede e per i suoi legami familiari: il presidente Ngo Dinh Diem e Ngo Dinh Nhu, barbaramente uccisi nel giorno dei morti del 1963, erano fratelli di sua madre. La sua era una famiglia molto unita, che aveva dovuto attraversare una lunga storia di persecuzioni. Il nonno materno, Ngo Dinh Kha, era stato l’unico sopravvissuto di un’antica dinastia cattolica vietnamita. Il resto della famiglia, come tutte le famiglie del villaggio, era rimasto vittima di una strage, in una lontana notte dell’autunno del 1885.

Tutti i cristiani del posto, di fronte al pericolo, quella notte avevano tentato di sottrarsi alla carneficina rifugiandosi nella chiesa del villaggio quando, scrive André Nguyen Van Chau nella biografia di Thuan, una folla armata circondò la chiesa e «improvvisamente furono lanciate torce accese sul tetto, che subito prese fuoco, estendendosi alle pareti di fango e canne di bambù dell’edificio. All’interno non si udiva più il canto delle preghiere, sovrastato dalle grida dei bambini. I genitori tentarono freneticamente di salvarli lanciandoli fuori dalle finestre. La maggior parte di questi bimbi sfortunati fu subito catturata e rilanciata dentro quell’inferno».

Nonostante le persecuzioni, comunque, la famiglia di Ngo Dinh Kha aveva col tempo assunto un ruolo politico di primo piano nel paese. Lo zio di Thuan, Ngo Dinh Diem, aveva iniziato giovanissimo la sua carriera politica, prima come mandarino, poi come capo di distretto, di prefettura, di provincia e fino a ricevere dall’imperatore Bao Dai l’incarico di formare un governo. Diem fu a capo di un governo di giovani ministri che sembrava finalmente promettere al paese una nuova stagione politica. La realtà era però ben diversa. Già era improprio chiamare imperatore un sovrano come Bao Dai: il potere effettivo sul Vietnam era nelle mani dei francesi che ne avevano fatto una loro colonia. Successivamente, nel tentativo di prendere il controllo del paese, Diem deporrà l’imperatore, proclamando la Repubblica di cui diventerà il primo presidente.

Ciò non bastò a riportare l’ordine e a dare effettiva sovranità al Vietnam, nemmeno dopo il ritiro dei francesi. Intanto nella regione asiatica si imponeva la figura sinistra di Mao Zedong con il suo progetto di fare del Vietnam la macelleria dei popoli, come aveva già fatto con la guerra di Corea. Il destino del presidente Ngo Dinh Diem, del fratello Ngo Dinh Nhu suo consigliere, insieme a quello della loro famiglia, era segnato. L’assassinio dei due fratelli non fece comunque che aumentare ulteriormente il livello di instabilità politica nel paese; dopo la presidenza di Ngo Dinh Diem, si succedettero infatti ben 13 governi in 19 mesi. Tra i vietnamiti si diffuse allora il panico; si cominciò a diffondere la voce che la causa della critica situazione stesse nella spietata esecuzione dei fratelli Diem e Nhu e che la loro maledizione pendesse sul Vietnam.

Scrive André Nguyen Van Chau in “Nguyen Van Thuan, il miracolo della speranza”: «Nel settembre 1965 i generali che avevano fatto seppellire segretamente le salme di Diem e Nhu decisero di far trasferire i loro resti in un cimitero decoroso. Nella fretta di disfarsi dei due cadaveri nel novembre 1963, avevano fatto seppellire i corpi in due tombe anonime nel recinto del quartier generale dello Stato maggiore. Dopo il colpo di stato il capo del governo era cambiato così spesso da far loro temere che la tensione politica sarebbe continuata finché i fratelli Ngo Dinh non avessero avuto una serena ultima dimora: forse la loro ira avrebbe continuato a causare subbuglio politico e colpi di stato militari. In una serata di pioggia un distaccamento di soldati disseppellì le due bare e le trasportò al cimitero Mac Dihn Chi di Saigon. I militari seppellirono con rispetto i resti dei due fratelli Ngo Dihn fianco a fianco e poi si allontanarono dal luogo come fuggendo da un pericolo».

Proprio in quei giorni, Giorgio La Pira partiva alla volta del Vietnam, nella speranza di raggiungere un accordo tra il nord e il sud del paese, tra i filocomunisti di Hanoi e il governo di Saigon. In quegli stessi giorni, come abbiamo visto, anche papa Paolo VI faceva sentire la sua voce, lanciando il suo appello alla pace in Vietnam, un gesto dal quale La Pira faceva dipendere la speranza di una soluzione definitiva della crisi.

Riferisce il biografo Nguyen Van Chau che, dopo che furono recuperate le salme degli zii, anche Van Thuan «volse tutta l’attenzione allo svolgimento del concilio ecumenico Vaticano II. La quarta e ultima sessione cominciò il 14 settembre 1965 e si concluse l’8 dicembre di quell’anno. Il “nuovo inizio” della Chiesa risollevò il morale di Thuan, che leggeva con gioia le quattro costituzioni, i nove decreti e le tre dichiarazioni approvati dal concilio. Riconosceva specialmente il valore della costituzione pastorale Gaudium et Spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Sentì in sé un nuovo impeto di energia e si rese conto che il suo periodo di lutto era davvero superato. Era pronto a lavorare di nuovo con gioia e speranza».

Non sappiamo se il sacerdote riponesse la sua speranza semplicemente nel futuro della Chiesa o anche nella missione di La Pira. C’è da dire, infatti, che nel corso dei suoi studi a Roma questo sacerdote aveva conosciuto personalmente sia La Pira sia il presidente Fanfani, ai quali certamente avrà parlato della difficile situazione vietnamita. Nguyen Van Chau ricorda, nella sua biografia, che François Xavier Nguyen Van Thuan «si sentiva privilegiato nel conoscere personalmente ciascuno di questi uomini».

Nell’anno 1963 si erano verificati nel paese disordini e sanguinosi scontri tra opposte fazioni. Thuan aveva uno zio vescovo, Ngo Dinh Thuc, che aveva esercitato una certa influenza sulla sua formazione e sulla sua vocazione sacerdotale. In occasione dei festeggiamenti per il 25° della sua nomina a vescovo, ci furono manifestazioni di protesta da parte della popolazione buddista contro una processione cattolica, per il fatto che lo stesso diritto era stato loro negato in un’analoga occasione, la ricorrenza della nascita di Buddha. Le proteste vennero duramente represse dalla polizia. Ci furono otto morti ma soprattutto il gesto di un monaco buddista che si diede fuoco per protesta in una strada centrale di Saigon. Da più parti si attribuì la responsabilità della repressione poliziesca non soltanto al presidente Diem ma anche al vescovo Thuc e, a vario titolo, all’intera famiglia di Thuan.

Di diverso parere è il biografo André Nguyen Van Chau secondo il quale non vi sarebbe una relazione diretta tra le vicende della famiglia di Thuan e il gesto suicida del monaco buddista, tanto è vero che dopo l’assassinio del presidente Diem si verificarono non meno di 18 episodi del genere e certamente non si placarono le proteste buddiste. È vero del resto che, sebbene tra i buddisti non mancassero appelli alla riconciliazione, particolarmente da parte dei leader religiosi, in alcuni ambienti più politicizzati si portava avanti una vioenta azione sovversiva, come nel gruppo guidato dal monaco buddista Thich Tri Quang.

Purtroppo a compromettere definitivamente i fragili equilibri tra le diverse realtà della società vietnamite contribuì non poco la signora Nhu, cognata del presidente Diem, che nel giugno del ‘63, arrivò ad accusare apertamente i buddisti di essere degli infiltrati comunisti. Era noto a tutti che il disegno di Mao Zedong era proprio quello di indurre i vietnamiti a “smettere di credere nel buddismo”, come disse, e a darsi alla guerriglia. La signora Nhu era una donna troppo ambiziosa che si era costruita il ruolo della Jacqueline Kennedy dell’Asia; non misurava le parole e non si curava delle conseguenze che potevano avere i suoi sommari giudizi. Da allora la situazione cominciò a precipitare irrimediabilmente.

Tutto questo addolorava François Xavier Nguyen Van Thuan che aveva un’idea diversa dei rapporti dei cattolici con i comunisti o i buddisti e che si entusiasmava per le aperture ecumeniche che caratterizzavano il pontificato di Paolo VI; sperava vivamente che anche per l’amato Vietnam si aprissero le strade del dialogo, come si può capire dalle brevi parole che il papa rivolgeva il 29 novembre 1965 ai vescovi vietnamiti «nel momento in cui vi apprestate a ritornare in patria». Tra i quali però non ci sarà lo zio di Thuan, Ngo Dinh Thuc, che come vescovo era presente al Concilio ma che dopo l’uccisione dei suoi fratelli Diem e Nhu non aveva più fatto ritorno in patria. Era rimasto a Roma non si sa se per prudenza o perché lo si riteneva un ostacolo a quel tentativo di dialogo che Giorgio La Pira aveva fatto balenare.

Mons. Thuc era infatti un irriducibile tradizionalista e, a differenza del nipote Thuan, non vedeva di buon occhio le aperture del Concilio. La sua posizione fa capire tante cose di ciò che si verificò in Vietnam dopo la morte del presidente Ngo Dinh Diem, suo fratello. Thuc era convinto, come del resto anche La Pira e molti altri in quegli anni in tante altre parti del mondo, che un protagonismo cattolico in campo politico e nelle relazioni internazionali avrebbe potuto ristabilire l’ordine internazionale. Si credeva, in qualche modo, di essere investiti da una luce soprannaturale che avrebbe potuto riportare il mondo sulla giusta strada, dopo gli orrori delle guerre e dei totalitarismi. Era una forma di fideismo, coltivato quasi certamente in buona fede.

Ovviamente, non sempre le cose andavano come si credeva. Per esempio, il vescovo vietnamita, negli anni dell’esilio, si spinse un po’ troppo oltre col suo misticismo. Entrò in contatto con alcuni veggenti di presunte apparizioni mariane della cittadina andalusa di Palmar de Troya. Secondo quello che riferivano i veggenti, scopo delle apparizioni era quello di liberare la Chiesa dall’eresia progressista e dalla sottomissione al comunismo. Il messaggio delle apparizioni – vere o presunte che fossero – fece una certa impressione in mons. Thuc che, provenendo dal Vietnam, aveva ben presente la sanguinosa realtà del comunismo. Thuc era rimasto però talmente coinvolto nel fenomeno delle apparizioni di Palmar che quando a un certo punto Clemente Domínguez, che guidava il gruppo dei veggenti, si proclamò antipapa, Thuc abbandonò la Chiesa di Roma per seguirlo. Avendo poi provveduto alla consacrazione di cinque vescovi scismatici, Thuc fu scomunicato dal papa. Dopo un breve periodo in cui mostrò qualche segno di pentimento, assunse nuovamente posizioni scismatiche in aperto contrasto con la Santa Sede e rifiutando formalmente le riforme del Concilio Vaticano II.

Scoprire che tutto questo non compromise in alcun modo i rapporti tra François Xavier Nguyen Van Thuan e la Chiesa cattolica non può che sorprendere, almeno quanti non hanno avuto modo di apprezzare la grande libertà di un papa come Paolo VI. Sarà proprio Paolo VI, lo stesso papa che scomunicherà lo zio vescovo di Thuan, a volere quest’ultimo come arcivescovo di Saigon.

Thuan era un sacerdote diverso e – chissà – forse proprio le vicende familiari gli avevano fatto maturare quella magnanimità che distinguerà il suo sacerdozio. Diversamente dagli uomini politici usciti dalla sua famiglia, diversamente da tanti altri leader cattolici dell’epoca, Thuan non pensava di essere investito della missione di salvare il mondo. Thuan voleva soltanto cambiare se stesso e, tutt’al più, il piccolo mondo della sua comunità. Era un grande ammiratore di Giovannino Guareschi e gli piaceva vedere le cose come lo scrittore italiano.

Aveva sempre con sé una copia del Mondo piccolo di Guareschi dove leggeva del prete don Camillo e del sindaco comunista Peppone che, senza sosta, si sfidavano vigorosamente ma nello stesso tempo sapevano riconoscere quanto uno fosse importante per l’altro. «Quel libro» scrive Van Chau, «aveva avuto un’influenza straordinaria su di lui e sulla sua spiritualità e ne teneva sempre una copia a portata di mano. Nel personaggio di don Camillo, che era un parroco di campagna Thuan trovava un modello di semplicità, candore, rettitudine, fanciullesca fiducia in Dio e coraggio. Thuan ammirava specialmente il talento dell’autore nell’usare brevi dialoghi tra Cristo e don Camillo. La contesa di arguzia e ideologia tra don Camillo e il suo avversario marxista Peppone era più o meno non violenta. Entrambi rispettavano almeno alcune regole comuni di correttezza e Thuan lamentava il fatto che ciò non accadesse spesso nella lotta fra comunisti e capitalisti nel mondo reale».

Nel suo piccolo mondo, Thuan cercava di ricreare quel clima di comprensione che si stabiliva, pur tra tanti momenti di tensione, tra le componenti diverse e spesso ostili della società. In questo senso si impegnava particolarmente nell’esperienza dello scoutismo. Perciò, come scrive il suo biografo Van Chau, «nel 1966 Thuan trovò il tempo per occuparsi di più dei giovani scout del Vietnam del Sud. Gli scout buddisti erano molto attivi a Hue e Thuan trascorse molto tempo con loro, operando per stringere un forte legame fra scout buddisti e cattolici. Sapeva che quel piccolo sforzo per un riavvicinamento non avrebbe cancellato i recenti avvenimenti, che avevano creato un abisso tra cattolici e buddisti, ma era deciso a compiere un primo piccolo passo verso la riconciliazione».

François Xavier Nguyen Van Thuan era un semplice prete che non voleva occuparsi di altro che della sua povera parrocchia di campagna, fiducioso che Dio avrebbe provveduto a tutto il resto. Questo almeno avrebbe voluto, ma all ’inizio del ‘67 giunse da Roma la notizia inattesa della sua nomina a vescovo. Thuan, scrive Van Chau, «dopo la morte degli zii desiderava condurre una vita riservata, senza una posizione eminente. Aveva visto il prezzo che si pagava per ottenere gli onori e il potere e non voleva nemmeno sentirne parlare. Eppure, quando giunse la notizia della sua nomina, ne fu commosso fino alle lacrime, avvertendo ancora una volta l’affetto di Paolo VI per lui e per la sua famiglia».

paolotritto@alice.it

(Continua)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...