Morte e resurrezione nel Vietnam dopo Ngo Dinh Diem (1)

Robert Capa © International Center of Photography/Magnum Photos

Ancora oggi, a distanza di mezzo secolo dai fatti, quelle del Vietnam sono vicende che fanno rabbrividire. «George non aveva mai visto il presidente Kennedy così sconvolto» scrive Ken Follett nel romanzo “I giorni dell’eternità”. «Sembrava affranto. Impallidì sotto l’abbronzatura, si alzò in piedi di scatto e uscì di corsa dalla sala». Sebbene quello di Follett sia soltanto un romanzo, la descrizione è abbastanza fedele allo stato d’animo di JF Kennedy nel momento in cui «entrò un assistente con un cablogramma in cui si diceva che entrambi i fratelli Ngo Dinh si erano suicidati». Per quale motivo il presidente americano, alle notizie provenienti dal Vietnam, fosse sconvolto è un mistero e non è compito di un romanzo svelare i misteri. Dopo questa ricostruzione, che non si discosta molto da quella degli storici, Follett aggiunge: «“Non si sono suicidati” disse Bobby a George dopo la riunione, “Sono devoti cattolici”».

C’è davvero qualcosa che non quadra nel duplice “suicidio” del presidente vietnamita Ngo Dinh Diem – per alcuni “uno spietato dittatore” per altri “il nuovo Churchill” – e del fratello Ngo Dinh Nhu, suo principale consigliere. Che le cose fossero andate diversamente lo si capì molto presto, quando emersero i particolari della loro esecuzione: erano stati freddati a bordo di un blindato militare. Il veicolo doveva trasportarli in sicurezza verso l’esilio quando misteriosamente il generale Minh diede ordine di uccidere i due fratelli. Era il 2 novembre, il giorno dei morti, dell’anno 1963. Appena venti giorni dopo, stessa sorte toccherà a John Fitzgerald Kennedy. E, sia pure in tempi diversi, a suo fratello Bob. Due vicende troppo simili e troppo ravvicinate – altri misteri.

Di fronte alla terribile vicenda dei fratelli Ngo Dinh, qualcuno, per placare l’angoscia di JFK, fece presente che tutto sommato quello vietnamita non era che un regime illiberale di due despoti che avevano governato col pugno di ferro. «No» rispose Kennedy, «hanno fatto del loro meglio per il loro paese». Nonostante l’opinione del presidente americano riguardo alla presidenza Diem, è decisamente negativo il giudizio degli storici. Per questi, Diem non è stato che un cinico dittatore, istigato da suo fratello Nhu. Accecato dal suo anticomunismo, avrebbe compromesso la pacificazione nazionale, negando l’applicazione degli accordi di Ginevra che prevedevano le libere elezioni in Vietnam, di fatto diviso tra comunisti al nord e filoccidentali al sud. C’è da dire però che non si può attribuire a Diem la responsabilità di aver disatteso gli accordi, dal momento che i comunisti del Nord lo avevano deliberatamente estromesso dalla trattative di Ginevra, preferendogli come interlocutori i colonialisti francesi del vecchio regime. Tra l’altro, chi negava la possibilità di tenere le elezioni erano proprio i comunisti che rifiutavano qualsiasi ipotesi democratica e mostravano di puntare alla presa del potere in maniera diretta, attraverso la lotta armata, oltre all’invasione del Sud col pretesto della riunificazione del paese. E anche questo si vide molto presto, dal momento che quelle elezioni che il Vietnam del Nord, al tavolo di Ginevra, si era impegnato a tenere nel luglio del ’56 non si svolsero né allora né mai.

All’epoca, si credette che la crisi del Vietnam dipendesse sostanzialmente da questa eccessiva durezza nei rapporti tra le forze in campo. Successivamente, alla luce di nuove rivelazioni, sarebbe venuto fuori un quadro ben più complesso e preoccupante. Comunque, allora si pensò questo e si credette che la soluzione stesse nel favorire posizioni più concilianti. Particolarmente attenta alla questione vietnamita fu, in quegli anni, l’Italia. Il Vietnam, con la contrapposizione tra cattolici e comunisti, presentava qualche analogia con la politica italiana e ogni tentativo condotto nel paese asiatico nella direzione del dialogo era fatto con la speranza di poterlo applicare anche nell’altrettanto controverso quadro politico italiano. L’Italia inoltre, almeno apparentemente, si veniva a trovare in una posizione di forza perché quando nel 1965 la crisi vietnamita entrò nella sua fase più acuta, un suo esponente politico, Amintore Fanfani, ricopriva la carica di Presidente dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Particolarmente attivo in questo senso fu il sindaco di Firenze Giorgio La Pira il quale, tradito probabilmente dal suo proverbiale ottimismo, finì per credere alla reale possibilità di una collaborazione tra comunisti e cattolici. Oltre a essere molto vicino al presidente Fanfani, La Pira aveva un amico, Carlo Galluzzi, un comunista fiorentino responsabile Esteri del Partito comunista italiano. Galluzzi in quegli anni era a Praga dove si trovava anche, come ambasciatore vietnamita, Phan Van Su, autorevole rappresentante di Ho Chi Minh in Europa. Tramite Phan Van Su, si confidava nella possibilità di influire sulle vicende dell’estremo oriente per una soluzione pacifica della crisi del Vietnam e in questo contesto maturò un viaggio di La Pira ad Hanoi. Fu un’operazione che suscitò non poche perplessità, come per esempio in Giulio Andreotti che, nella prefazione al diario dell’ambasciatore D’Orlandi e non senza una punta d’ironia, parlò di “visita personale ad Hanoi”.

Non si può negare che ci fosse un po’ di ingenuità nel tentativo di La Pira. In quegli anni, per esempio, era in corso il Concilio Vaticano II e un certo misticismo aveva portato La Pira a credere che se i lavori conciliari si fossero conclusi con la proclamazione della pace nel Vietnam da parte della Chiesa – non si capisce bene a che titolo – ciò avrebbe significato il trionfo degli ideali evangelici e la definitiva affermazione della pace universale. Mario Primicerio, nel volume Con La Pira in Viet Nam, pubblica una lettera del 2 dicembre 1965 indirizzata a papa Paolo VI, nella quale tra l’altro La Pira scrive: «Ho Chi Minh (tutto il governo del Nord) è disponibile per un negoziato di pace: basta cominciare. Il Vietnam del Nord non vuole essere un satellite cinese: vuole gravitare politicamente verso altre direzioni (Urss ed Europa): perché non aiutare subito questa disponibilità? Perché non cominciare a trattare per una pace asiatica che aprirebbe davvero e per sempre le porte alla pace del mondo intero? Beatissimo Padre, tutti speriamo in Voi: il Signore Vi dia questa grazia tanto grande: farvi – chiudendo il Concilio – messaggero della pace per tutto il mondo».

Evidentemente, La Pira collocava le vicende storiche esclusivamente su un piano soprannaturale, senza un’adeguata considerazione della realtà. Una maggiore dose di realismo avrebbe portato alla consapevolezza del fatto che nessuna delle forze in campo era seriamente intenzionata a ricercare soluzioni pacifiche. Proprio in quegli anni i rapporti tra Cina e Unione Sovietica avevano raggiunto un alto livello di tensione e gli Stati Uniti ritenevano che una propria ingerenza nel continente asiatico sarebbe stata motivo di aggravamento ulteriore della crisi fino a provocare divisioni interne nel blocco dei paesi comunisti e fino a determinare una rottura definitiva. Le previsioni americane non erano certamente sbagliate, anche se errata si rivelerà purtroppo la valutazione dei costi che gli USA avrebbero dovuto affrontare.

Del resto, nemmeno i più attenti osservatori, nel mondo occidentale, compresero le reali ragioni della crisi vietnamita. Si riteneva, in genere, di essere in presenza di una crisi per il controllo dell’area del Sud-est asiatico. La realtà, come si diceva prima, era molto più complessa. E fu questo, principalmente, l’errore di valutazione degli americani, oltre che di La Pira. Perché se è vero che la crisi vietnamita porterà a una rottura del blocco dei paesi comunisti e dei rapporti tra i giganti URSS-Cina, tutto questo non si verificherà prima di un evento altamente destabilizzante nell’equilibrio raggiunto dalle potenze uscite vincitrici dalla Seconda guerra mondiale: il trasferimento in Cina delle tecnologie sovietiche per la produzione delle armi atomiche.

Si è detto che era interesse degli Stati Uniti alterare, con la propria ingerenza, i rapporti sino-sovietici. Ma, paradossalmente, ciò era visto di buon occhio anche da Mao Zedong. Per motivi, ovviamente, del tutto opposti. Nel volume Mao, la storia sconosciuta, gli autori Jung Chang e Jon Halliday notano che Mao «nell’aprile 1964 fu informato che la bomba atomica poteva essere fatta esplodere in autunno. Si mosse immediatamente su tutti i fronti per minimizzare il pericolo di un attacco agli impianti nucleari. Mao poi ricordò pubblicamente a Chruščёv che la Cina era ancora membro dello schieramento comunista. Il 12 aprile, il giorno dopo aver deciso i dettagli del test, intervenne per riscrivere un telegramma augurale a Chruščёv, in occasione del suo settantesimo compleanno. La bozza originale rifletteva un certo astio nelle relazioni pubbliche tra i due Stati, e Mao cambiò il testo per renderlo il più possibile amichevole, aggiungendo un particolarmente insolito “Caro compagno” e sottolineando che il loro disaccordo era “solo momentaneo”». Si può vedere come Mao Zedong cercasse di rallentare l’ineluttabile processo di rottura tra Mosca e Pechino. Per quale motivo? Significativo, a questo proposito, è quanto scrivono J. Chang e J. Holliday, in un passaggio immediatamente precedente: «Dopo l’assassinio di Kennedy, nel novembre 1963 (per mano di un “re del petrolio”, riferì Mao al ministro della Difesa albanese), il successore Lyndon Johnson incominciò ben presto a pensare di paracadutare i sabotatori di Taiwan per far saltare le installazioni di Lop Nor, sito dei test atomici cinesi».

Era necessario, dunque, nell’interesse cinese fare qualcosa per dissuadere gli americani dall’attaccare i siti atomici, se Pechino voleva continuare a lavorare in tranquillità per la bomba. Spiegano J. Chang e J. Holliday: «Alla fine del 1963, nel Vietnam del Sud c’erano circa 15.000 consiglieri militari americani. Il piano di Mao consisteva nell’indurre gli Stati Uniti a inviare altri soldati nel Vietnam del Sud, o ancora meglio a invadere il Vietnam del Nord, confinante con la Cina. In questo modo, se Washington avesse colpito i suoi impianti nucleari, l’esercito cinese avrebbe invaso il Vietnam e schiacciato le truppe americane così come era accaduto nella guerra in Corea».

Ma cosa era accaduto nella guerra di Corea? È importante comprendere questo per capire qualcosa della strategia di Mao Zedong. Dopo aver inviato l’esercito cinese in Corea, Mao poteva dire, nel marzo del 1951, che intendeva «impiegare diversi anni per distruggere molte centinaia di migliaia di vite americane». Questo è esattamente ciò che succederà poi in Vietnam. E in Corea Mao aveva mostrato di avere in mano ciò di cui nessun altro poteva disporre: una riserva inesauribile di vite umane da usare come carne da cannone. Milioni di disarmati soldati cinesi, così, erano stati esposti al fuoco nemico con l’unico scopo di esaurire le munizioni dell’esercito avversario. Tredici anni dopo, il maggior impegno di Mao Zedong era ancora quello di attirare il maggior numero di “vite americane” nella trappola vietnamita. J. Chang e J. Holliday riferiscono le parole di Chou En-lai, secondo il quale «per proteggere i suoi impianti nucleari, Pechino avrebbe agito in Vietnam senza tener conto della volontà dei vietnamiti. “Dite agli USA”, affermò Chou, che, se attaccheranno gli impianti nucleari cinesi, Pechino “non rispetterà nessuna frontiera” ed entrerà nel Vietnam del Nord “con o senza il consenso dei vietnamiti.”» Questo era il motivo fondamentale che spingeva la Cina a soffiare sul fuoco della guerra.

Tutto questo avveniva nella primavera del 1964. Secondo quanto rende noto Primicerio in Con La Pira in Viet Nam, il successivo 6 agosto Giorgio La Pira scriveva da Firenze a Chou En-lai: «In questo momento di grave crisi per la pace asiatica e del mondo Firenze eleva la sua bandiera di speranza e invita al negoziato». La risposta non si fece attendere; il 13 agosto Chou gli inviava una lettera dove si può leggere: «Per difendere gli accordi di Ginevra e la pace in Indocina tutti i popoli amanti della pace devono far cessare questi atti di aggressione che giocano con il fuoco». Fu una risposta che fece elevare la “bandiera di speranza” fiorentina. Ma si trattava di una sfacciata menzogna, visto che i maoisti non avevano alcuna intenzione di ritirare le loro minacce e di poter dire che Pechino “non rispetterà nessuna frontiera”.

Nella citata lettera al papa che La Pira scriverà il 2 dicembre si afferma che «Ho Chi Minh (tutto il governo del Nord) è disponibile per un negoziato di pace: basta cominciare. Il Vietnam del Nord non vuole essere un satellite cinese». Può darsi che, realmente, Ho Chi Minh non volesse che il suo paese fosse un satellite cinese; ma di fatto lo era. Al di là di ciò che si potesse credere, dunque, le porte per una soluzione pacifica erano sbarrate e il tentativo di Giorgio La Pira non aveva alcuna possibilità di successo. Nonostante ciò, il 20 ottobre 1965, La Pira partì da Firenze alla volta di Hanoi.

paolotritto@alice.it

(Continua)

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