«Volano i corvi su Matera». Reportage di Natalia Ginzburg.

«Uno che arriva a Matera gli pare una città qualunque», scrive Natalia Ginzburg nel brano «Volano i corvi su Matera», un reportage dalla città lucana, inserito in una raccolta di scritti postumi recentemente pubblicati da Einaudi col titolo Un’assenza – Racconti, memorie, cronache. È un volume che, da un certo punto di vista, rivela la vocazione della Ginzburg scrittrice. Anzi, forse bisognerebbe dire “non-scrittrice”. Perché non avrebbe voluto essere una vera scrittrice, almeno nel senso che non aveva alcuna voglia di scrivere. E qui, secondo me, sta tutta la sua statura culturale. Spesso – ahimè, troppo spesso – essere scrittori è un vezzo privo di rilevanza culturale. Almeno qui in Italia. Dove si assiste al paradosso che nessuno legge ma tutti scrivono. E si vuole anche pubblicare quello che si scrive.

«Nel ’44, nel mese di ottobre, venni a Roma per trovare lavoro» scrive la Ginzburg. «Mio marito era morto nell’inverno. A Roma aveva sede una casa editrice, dove mio marito aveva lavorato per anni. […] Pensavo che, se avessi chiesto di lavorare in quella casa editrice, m’avrebbero dato lavoro; e tuttavia il chiederlo mi pesava, perché pensavo che mi sarebbe stato dato per compassione, essendo io vedova, e con figli da mantenere; avrei voluto che qualcuno mi desse un posto senza conoscermi e per le mie competenze. Il male era che io competenze non ne avevo».

È per questo che definisco Natalia Ginzburg non-scrittrice. Normalmente si vuol diventare scrittori perché si ritiene di aver qualcosa da dire, da comunicare. Qualcosa di importante, esperienze che si ritiene eccezionali. Si crede anche – raramente a ragione – che questo qualcosa possa interessare un certo pubblico di lettori. Per questo si pubblicano libri in Italia, così tanti libri. Senza considerare che quasi sempre il valore del libro appare inferiore almeno – si perdoni la battuta – al danno ambientale conseguente al consumo di carta.

Il percorso che condusse la Ginzburg alla scrittura fu totalmente diverso. Ma quanto più autentico! Perché partiva dalla consapevolezza della propria inadeguatezza. Scrive: «L’ostacolo principale ai miei propositi di lavoro, consisteva nel fatto che non sapevo far niente. Non avevo mai preso la laurea, essendomi fermata davanti a una bocciatura in latino (materia in cui, in quegli anni, non veniva bocciato nessuno). Non sapevo lingue straniere, a parte un po’ il francese, e non sapevo scrivere a macchina. Nella mia vita, salvo allevare i miei propri bambini, fare le faccende domestiche con estrema lentezza e inettitudine, e scrivere dei romanzi, non avevo mai fatto niente. Inoltre ero stata sempre molto pigra. La mia pigrizia non consisteva nel dormire tardi al mattino (mi sono sempre svegliata all’alba e alzarmi non m’è mai costato nulla) ma nel perdere un tempo infinito oziando e fantasticando. Questo aveva fatto sì che io non riuscissi a portare a termine alcuno studio o fatica. Mi dissi che era venuta l’ora per me di strapparmi a questo difetto. L’idea di rivolgermi a quella casa editrice, dove mi avrebbero accolto per pietà e comprensione, mi parve a un tratto la più logica e attuabile, benché mi fossero pesanti i motivi per cui m’avrebbero accolta».

Volle il destino che Natalia Ginzburg, attraverso la sua casa editrice, cominciasse a pubblicare i suoi scritti, nonostante non sapesse “far niente”. La sua forza narrativa non consisteva nella presunzione di avere “qualcosa da dire”, esperienze di rilievo da trasmettere; semmai, nel contrario. La Ginzburg non partiva da un “qualcosa”, ma da un’assenza di qualcosa, come suggerisce il titolo del volume. Niente infatti è più presente di un’assenza. Niente è più importante agli uomini di ciò di cui si avverte la mancanza. Ecco che il suo viaggio a Matera assume un significato tutto particolare. Matera, città scavata, con le abitazioni nel vuoto ricavato dalla roccia. Città nella quale gli uomini abitano il proprio vuoto. Abitazioni che la povertà dei suoi abitanti non può arredare con nulla, se non con il proprio cuore. Ecco che l’assenza diventa lo spazio vitale del cuore umano e la nostalgia è il suo colore.

«Uno che arriva a Matera gli pare una città qualunque» scrive Natalia Ginzburg, «c’è una piazzetta con un monumento ai caduti e delle palme tutte avviluppate nella paglia ora che è inverno, c’è dei bambini con l’impermeabile di cellophane e delle ragazze con la permanente e dei piccoli caffè vecchi e tristi». Ma può essere considerata una città qualunque una città strana come Matera? «Uno va avanti e la prima cosa strana che vede è una chiesa con teschi e scheletri scolpiti, sopra c’è scritto miseremini mei, miseremini mei, e il senso della vera città di Matera è già in questa chiesa, perché la vera città di Matera è un mucchio di ossa bianche calcinate al sole». La Ginzburg prende questa iscrizione riportata sulla facciata della chiesa del Purgatorio come chiave di lettura dell’intera realtà cittadina.

Non saprei dire con precisione cosa abbia spinto la scrittrice verso la città dei Sassi. Presumo sia giunta qui al seguito di Adriano Olivetti o di Carlo Levi, entrambi legati Matera; dal momento che Paola, sorella di Natalia, fu moglie di Adriano Olivetti ma anche – così pare – amante di Carlo Levi. «Ti affacci» ricorda la Ginzburg, «e vedi il Sasso: è la parte della città dove vivono i contadini, proprio un mucchio di ossa, e quando ci sono stata io nevicava e tirava un vento abbastanza freddo, ma pure l’impressione che avevo era di un’estate arsa e torrida, è sempre uno sconfinato pomeriggio d’estate su questa città».

Nelle accidentate stradine dei Sassi, Natalia Ginzburg vede svolazzare lenzuola ad asciugare e corvi alla ricerca della preda. Vede bambini giocare scalzi “tra le immondizie e la paglia marcia” – «I bambini non li mandano a scuola perché hanno vergogna di mostrarli così scalzi e stracciati». A Matera si vive tra “strani gironi di grotte” – qui si vede un richiamo a Carlo Levi – e c’è “soltanto una digiuna miseria”. Qui, «la ricchezza è forse soltanto un poco di sporcizia e fatica in più. Ho visto molte case del Sasso e sono tutte simili, grotte nel tufo costruite una sull’altra, alcune col mulo e col porco e altre con niente, soltanto un gran letto e le immagini sante e un catino di fave». Oltre alla “digiuna miseria” in questi gironi infernali c’è soltanto tanta “fatica in più”. Andando a lavorare nei campi, «le donne si portan dietro i bambini e un po’ di pane e fave da mangiare; la sera quando tornano a casa sono troppo stanche per cucinare e non cucinano, nel periodo dei grandi lavori non cucinano mai». Qui dove gli uomini sono definiti in questo loro essere niente, sembra che soltanto i corvi possano sperare in qualcosa.

Ma, proprio per questo, Matera è una città nella quele gli uomini, e la stessa non-scrittrice Ginzburg, possono identidficarsi. Eppure – e questa è la sorpresa – anche qui si troveranno dei bambini felici «con l’impermeabile di cellophane e delle ragazze con la permanente». E, semmai, c’è da chiedersi: cosa può rendere felice un uomo che non ha nulla, che non è nulla e che non sa fare niente?

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