Waterloo spiegata da una donna

Lady Butler, Scotland Forever!

Il 18 giugno del 1815 si tenne a Waterloo una delle più incredibili battaglie che la storia ricordi. La cosa più incredibile in assoluto fu certamente il fatto che le potenze europee si erano ritrovate di nuovo tra i piedi Napoleone Bonaparte che invece era stato confinato all’isola d’Elba. Da dove era spuntato fuori?

Durante gli ozi dell’Elba, lo sconfitto Napoleone era convinto di essere ancora qualcuno, per cui un giorno decise di avvalersi della sua presunta autorità e ordinò di riportare nel porto l’Incostant, un’imbarcazione di cui disponeva, per interventi di revisione e di manutenzione. Qualche giorno dopo ordinò alla sua improbabile “flotta”, l’Incostant e altre due navi trovate a noleggio, di puntare verso la Francia per riprendere il controllo del paese. Era un’idea semplicemente folle e per questo motivo probabilmente nessuno se ne preoccupò. Napoleone aveva raccolto poco più di mille uomini, quaranta cavalli e due cannoni. Con un esercito del genere non si poteva andare molto lontano, invece Napoleone dichiarò: «Arriverò a Parigi senza sparare un colpo!» Così fu.

Da grande generale qual era, sapeva che per dominare il mondo gli eserciti non valgono quanto vale la considerazione delle sofferenze del popolo. I francesi erano afflitti in quegli anni dalla piaga della disoccupazione e dall’elevato prezzo del pane. Dopo la cacciata di Napoleone la situazione non era affatto migliorata, anzi il ritorno di una monarchia rapace aveva ulteriormente aggravato il livello di povertà della popolazione.

Quando Bonaparte fece la sua comparsa a Parigi, fu portato trionfalmente a spalla fino al palazzo delle Tuilleries. Tutta la Francia si schierò nuovamente con lui e con più entusiasmo di prima. Era il giorno 20 marzo 1815 e appena cento giorni erano trascorsi da quando Napoleone aveva preso la via dell’esilio. Altri novanta giorni lo separavano da un’altra giornata cruciale, quella che si trovò a vivere appunto a Waterloo, una località a quattro ore di marcia da Bruxelles.

È difficile descrivere una battaglia nel suo rapido svolgersi e quella di Waterloo lo è in modo particolare. Anche se si dispone, come in questo caso, di un gran numero di testimonianze scritte, particolarmente di diari e di memorie dei protagonisti dello scontro. Nonostante ciò, poco si riesce a comprendere della reale dinamica della battaglia. Sarà stato per questi motivi che una donna, diversi decenni dopo, avvertì la necessità di fissare i particolari del caso e di accostare i vari tasselli dell’evento. Il suo nome era Elizabeth Thompson, una pittrice inglese, una donna convinta che la cosa migliore fosse quella di rappresentare la battaglia con un’immagine laddove le parole scritte, pur abbondanti, si erano mostrate non pienamente rivelatrici.

Scrive Bernard Cornwell, nel suo saggio Waterloo: «Forse l’immagine più celebre di Waterloo è data dallo straordinario dipinto di Elizabeth Thompson, alias Lady Butler, che ritrae la carica dei Royal Scots Greys. Il quadro si intitola Scotland Forever! ed è esposto a Leeds, all’Art Gallery. Ma quest’opera, seppure splendida, è del tutto fuorviante. Fu eseguita sessantasei anni dopo la battaglia ed Elizabeth Tompson sfruttò le conoscenze di suo marito presso l’esercito per far sì che un reggimento simulasse la carica mentre lei sedeva davanti al cavalletto. Gli imponenti cavalli grigi al galoppo, guidati da un ufficiale che brandisce la spada, la massa di uomini che paiono scagliarsi addosso allo spettatore sono ciò che videro i nemici. Uno spettacolo spaventoso. E così fu realmente la carica, ma mentre Elizabeth Thompson rappresenta i cavalieri al galoppo su un terreno pianeggiante, la cavalleria pesante britannica dovette scavalcare la strada infossata, le siepi e le giubbe rosse, prima di poter aggredire il nemico. […] Gli Highlanders inastarono le baionette e iniziarono ad avanzare tra betulle e cespugli di agrifoglio, attraversarono la strada e scaricarono una raffica sui francesi a venti passi di distanza, fu proprio in quel momento che Dickson udì l’ordine: “E ora, Scots Greys, alla carica”».

Prezioso, dal punto di vista storico, è quanto ha scritto John Dickson che ere un caporale degli stessi Royal Scots Greys: «Immediatamente dalle nostre file si levarono grida di gioia… affondai gli speroni nei fianchi della mia vecchia e coraggiosa Rattler e filammo come il vento… la mia cavalla, dopo essersi impennata per un istante, si lanciò in avanti e, nitrendo e sbuffando, saltò la siepe di agrifoglio a una velocità spaventosa. Il lungo fronte di giganteschi cavalli grigi che sfrecciavano con le criniere al vento, la testa bassa e gli zoccoli che sollevavano le zolle costituiva un grandioso spettacolo. Gli uomini che li montavano, in giubba rossa e con alti colbacchi di pelle d’orso, urlavano gioiosamente, mentre i trombettieri suonavano la carica».

Luis Canler, un fante francese di appena diciotto anni, sopravvissuto miracolosamente al massacro, scriverà: «Fu una vera carneficina. Ognuno era separato dai commilitoni e doveva combattere per la propria vita. Sciabile e baionette si abbattevano su corpi tremanti, perché la calca ci impediva di usare le nostre armi da fuoco».

Secondo le disposizioni ricevute, le file francesi avrebbero dovuto reagire a un eventuale attacco del genere, disponendosi in colonna e quindi serrando i ranghi. Ma questo non fu possibile, per la rapidità dell’azione avversaria, per lo spazio angusto nel quale ci si doveva muovere ma soprattutto per il panico, davanti a un simile, folgorante spettacolo, che paralizzò i francesi. Tutto questo era accaduto quando ormai Napoleone Bonaparte aveva la vittoria in pugno, avendo sconfitto separatamente le truppe inglesi e prussiane. La sua abilità – o fortuna – era stata quella di affrontare i nemici prima che questi avessero il tempo di riunirsi e di marciare insieme; in tal caso, la superiorità delle loro forze sarebbe stata schiacciante. Infatti, benché le distanze nel campo di battaglia non fossero grandi, la marcia era rallentata notevolmente per l’impraticabilità del campo, dovuta all’enorme numero di cadaveri che ostacolavano il passaggio e che intralciavano le manovre, oltre al terreno che era sempre troppo umido: uomini e cavalli affondavano nel fango. Al mattino, infatti, bisognava attendere lunghe ore prima che il sole asciugasse un po’ il terreno.

Quel 18 giugno, dalle linee degli eserciti già sconfitti, si udì inatteso lo squillo delle trombe che annunciava la carica, mentre una cornamusa dalla sommità di una collinetta con le sue note struggenti infiammava l’orgoglio scozzese. Ricorda ancora Dickson: «Molti Highlanders si aggrapparono alle staffe dei nostri cavalli e, in preda a una furiosa eccitazione, si lanciarono in battaglia assieme a noi. Intanto i francesi lanciavano incomprensibili urla».

Non fu una semplice carica, i Royal Scots Greys si fecero largo come una resurrezione tra le file di un esercito già morto, nella loro imprevedibilità, nella loro improbabilità. È tutta in questa immagine il senso di un evento che è passato alla storia. Davanti al quale, non si comprende quali parole potessero spiegarlo. Quali parole sono adatte a spiegare la storia quando questa va oltre i fatti e mostra la sua natura volubile e misteriosa? Sembrava che la storia fosse dei dominatori e dei potenti. E invece sul campo di Waterloo sembrò che la Potenza – con la maiuscola – vivesse di vita propria, manifestandosi ora qua ora là, a suo piacimento. Era successo, del resto, anche con Napoleone stesso del quale Manzoni appunto scrisse che “cadde, risorse e giacque”. Nemmeno si comprende come possa aver fatto una donna come Elizabeth Thompson a rimettere insieme tutti i tasselli in un unico quadro, a molti decenni di distanza. Né come una donna possa essere riuscita a interpretare, dei Royal Scots Greys, tutta la loro potenza virile e tutta la loro gloria.

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