Aldo Moro com’era da vivo. Ritratto popolare.

Siamo nel centenario della nascita di Aldo Moro; non mi aspettavo che questa ricorrenza potesse destare tanta attenzione, già dai primi mesi di quest’anno, e tanta partecipazione. Oltre a sentimenti di nostalgia, il ricordo di Aldo Moro suscita oggi in me una sensazione nuova: al momento della sua tragica morte, il Presidente aveva sessantuno anni; è la stessa età che ho io oggi. Ciò mi spinge a guardare a lui in una prospettiva inversa rispetto al passato. Da oggi in poi, Moro mi sembrerà un uomo che è stato meno anziano di come sarò io. Fino a questo momento, invece, potevo considerarmi uno dei tanti che negli anni Settanta erano giovani; ai quali Aldo Moro guardava con fiducia e anche – oserei dire – con tenerezza.

Tra le tante cose che si potrebbero dire dello “Statista” – così viene solitamente ricordato – ciò che lo rende forse unico è stato, infatti, il suo rapporto con i giovani, con le nuove generazioni. Non soltanto perché guardava con favore a chi in quegli anni si affacciava alla vita, ma per quella particolare umiltà che metteva in questo rapporto, quasi che dai giovani avesse cose importanti da imparare.

Il primissimo ricordo che conservo di lui fu quando venne in visita nel mio paese natale per l’inaugurazione del nuovo edificio della scuola elementare che all’epoca frequentavo. Non ricordo il suo discorso né se ne pronunciò uno; certo, non avrebbe potuto fare grandi discorsi davanti a un uditorio di bambini. Quello che ricordo ancora bene – mi sembra incredibile, perché è trascorso tantissimo tempo – è che a scuola avevamo fatto delle bandierine tricolori di carta, incollate a un bastoncino di legno che sventolavamo con tanta eccitazione al suo passaggio. Quello che ricordo, dunque, è che la sua attesa fu per noi una festa e quando lo vidi scendere dall’automobile nera, a pochi passi da me, capii dalla sua espressione che anche per lui era una festa essere in mezzo a noi bambini.

Era così diverso. Non dico dai politici di oggi. Sarebbe questa una nota polemica, del tutto estranea ai sentimenti che il ricordo mi suscita. Era diverso dai politici forse di sempre. O non era, propriamente, un politico. Era quello che ha scritto la figlia Agnese: «un uomo semplice, pieno di sentimenti, di speranza e di impegno». E senza dubbio tra queste sue speranze c’eravamo, indegnamente, proprio noi che allora eravamo giovani. Benché infatti sia stato, con la sua dottrina, indiscutibilmente un maestro, Moro era un uomo semplice. Era semplice perché concepiva se stesso come parte di un popolo e sapeva che il popolo è fatto di gente così.

Giuseppe Giacovazzo, un importante giornalista suo amico, mi raccontò di quando una volta lo accompagnò in visita in un paese agricolo del barese, suo collegio elettorale, dove i contadini del luogo avevano allestito un automezzo con corone di fiori per portarlo in trionfo tra le strade del paese. Alla vista, Giacovazzo inorridì; ebbe una reazione di rifiuto, non sembrandogli conveniente che il presidente Moro fosse portato in giro con una coreografia così grottesca. Si sbracciava inutilmente, perché nel frattempo il Presidente aveva già preso posto sul “carro trionfale” e, divertito, lo invitava a salire a bordo. Era divertito ma anche felice per aver accontentato quei contadini chiassosi e impetuosi, con un temperamento e una sensibilità, tra l’altro, così distanti dai suoi.

La notizia di un imminente passaggio nei nostri paesi dell’onorevole Moro suscitava sempre tanta trepidazione. Forse perché allora si era veramente poveri e i poveri, si sa, sanno riconoscere facilmente le persone buone. Perché era così amato? A questo non è difficile rispondere. Aldo Moro non veniva mai a fare promesse o, almeno, non era questo l’oggetto primario del nostro interesse; il suo passaggio era semplicemente la lieta occasione, per noi, per risollevare la testa, da una vita di fatiche e di vere umiliazioni, e aprirci a nuove speranze. Quello che è difficile far comprendere oggi è, piuttosto, cosa significhi per gli uomini una vera speranza.

Di Aldo Moro, oltre purtroppo alla sua tragica morte, si ricorda il suo particolare modo di esprimersi, giudicato dagli esperti eccessivamente complesso e che era strano riscontrarlo in una persona dai modi semplici. Nel mio mondo contadino, invece, si diceva che Moro “era un grande oratore”. Infatti, la gente accorreva ai suoi comizi, quando parlava nelle piazze della provincia barese; lo “Statista” faceva il suo “complesso” discorso, affacciandosi talvolta umilmente al balcone disadorno di una casa. Cosa trovassero di attraente nelle parole di Moro, giudicate dagli intellettuali troppo complicate, uomini e donne del popolo, talvolta del tutto analfabeti? Forse il fatto che quelle difficili espressioni volevano evitare le troppo facili semplificazioni, i toni demagogici e un’ingiusta banalizzazione delle circostanze della vita. Come si sa, una volta Moro disse: «Non ci faremo processare nelle piazze». Questo ci fa capire anche che proprio lui che era tanto amato dalle piazze, da buon maestro sapeva che non si devono assecondare gli umori delle piazze.

Trascorsi quegli anni, è rimasto troppo poco spazio per questi dolci ricordi. I tempi si fecero presto duri. Ricordo una volta – quella fu l’unica circostanza in cui cedetti alla tentazione di sfilare in un corteo studentesco – quando partecipai a una manifestazione di rivendicazioni universitarie. Si urlavano i soliti slogan, tipo “i soldi ci sono le aule no” e – immancabili – si chiedevano le dimissioni del governo, oltre a gridare parole ingiuriose all’indirizzo dello stesso Moro. Non me la sentivo di condividere quelle urla io, rapito ancora dalla nostalgia di quando bambino sventolavo al passaggio di Moro quella bandierina di strisce tricolori che avevo incollato a un bastoncino di legno. Chi mai potrebbe tradire se stesso bambino?

Mi presentati anche al “concentramento” – così si diceva allora – di un altro corteo, quello indetto in occasione del suo barbaro assassinio. Ero a Bari, la sua città. Partimmo da piazza Massari. Ricordo soltanto che c’erano tante bandiere, anche di formazioni alle quali in altre occasioni non sarebbe stato concesso di sfilare – io stesso facevo parte di una di queste formazioni “non ammesse”. Non ricordo altro. Come ho detto, non mi piaceva molto questo genere di partecipazione democratica.

Di Aldo Moro rimane l’ultima immagine del suo corpo senza vita, nel bagagliaio di una vecchia automobile abbandonata in una strada del centro di Roma. Nemmeno questo mi piace ricordare. E neanche Moro voleva essere ricordato così. La morte, infatti, gli era estranea. Per molti, di Moro non rimane che questa foto da morto. Io invece voglio ricordarlo com’era da vivo.

Al Presidente Aldo Moro piaceva una frase del santo Vangelo: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti». Lui era cristiano e ci credeva veramente che Gesù ha vinto la morte per sempre. Infatti, una volta disse delle parole che, oltre a rimanere fortemente impresse in coloro che lo hanno seguito, esprimono molto bene ciò che voleva essere. Disse: «Noi non vogliamo essere gli uomini del passato, ma quelli dell’avvenire. Il domani non appartiene ai conservatori e ai tiranni; è degli innovatori attenti, seri e senza retorica. E quel domani nella civile società appartiene, anche per questo largamente, alla forza del cristiano. Lasciate, dunque, che i morti seppelliscano i loro morti; noi siamo diversi, vogliamo essere diversi da un mondo ormai ampiamente superato».

Paolo Tritto

Mail: paolotritto@alice.it – Twitter: @paolo_tritto

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...