L’enciclica “Laudato si'” commentata da Guareschi (1)

Guareschi ad Assisi, 1956. Foto di A. Minardi. Archivio Guareschi Roncole Verdi.

Tra i tanti commenti che si possono leggere all’enciclica di papa Francesco Laudato si’, quelli di Giovannino Guareschi possiamo considerarli tra i “più belli e istruttivi” – come diceva lui – anche perché si tratta di commenti che vengono fuori da un’esperienza personale di vita. Inoltre – questo forse i lettori non lo sanno – era da un po’ di tempo che dalla Santa Sede si desiderava che Guareschi facesse una cosa del genere. Questo desiderio tanto atteso può essere benissimo realizzato oggi con l’enciclica di papa Francesco. Qualcuno si domanderà come potrebbe Guareschi commentare un’enciclica papale senza averla letta. Ma riflettendo bene, per quanto legittima, questa domanda dovrebbe essere posta, piuttosto, a tanti altri che hanno commentato la Laudato si’ senza aver letto nemmeno il titolo. Tanto è vero che molti si ostinano a scrivere Laudato sì con l’accento invece dell’elisione, forse per adattarlo alle esigenze politiche dell’imminente referendum abrogativo. Addirittura un teologo, che in quanto tale sarebbe ancora più colpevole, forse per non far torto a nessuno, ha ribattezzato l’enciclica con il titolo Laudato sì’, mettendo cioè sia l’accento sia l’apostrofo.

Qualcun altro potrà trovare difficile da capire che uno come Guareschi, a quasi cinquant’anni dalla morte, possa ancora fare commenti con tanta facilità. Ma che sarà mai? Di cose difficili da capire ce ne sono un’infinità. Certo, non si può nascondere che allo scrittore non sarebbe piaciuto il tradimento del latino nell’incipit dell’enciclica. Lui con i suoi otto anni di studio del latino era pronto a difendere “con le unghie e coi denti” questa lingua, secondo lui gravemente minacciata. A cominciare dai petrolieri. Che c’entrano i petrolieri? C’entrano perché, secondo Guareschi, il petroliere nostrano Enrico Mattei non avendo studiato il latino non ne capiva l’importanza; la prova era quel giornalista del Giorno, quotidiano edito da Mattei, che scrisse un violento articolo dove definiva questa lingua “un polveroso simulacro” che potrebbe essere apprezzato al massimo nel depresso Sud Italia, dove «un “parvenu” si sente veramente “arrivato” quando suo figlio entra al liceo classico». Sono pregiudizi nei confronti di una lingua che non è ritenuta all’altezza di esprimere le idee moderne, come per esempio l’importanza di oziare su un comodo divano, con l’aria condizionata accesa, ad ascoltare la radio invece che sdraiarsi sull’erba a contatto con i fiori, l’aria pura e la terra. E ciò perché “i petrolieri”, scrive Guareschi sul Candido del 5 aprile ’59, «vedono nella terra soltanto una crosta da bucare per cavare fuori il petrolio, la margarina, i detersivi, i frigoriferi, le candele steariche, e le istanze sociali che essa copre». Tutto questo per affermare una presunta quanto risibile superiorità della macchina sull’uomo. Quasi a rimproverare Dio di non essere stato abbastanza accorto nell’opera della creazione, altrimenti, osserva lo scrittore sullo stesso numero del Candido, «non avrebbe creato Adamo ed Eva ma un reattore nucleare e una calcolatrice elettronica». Tutte cose, evidentemente, più utili di un uomo.

Con conseguenze tutt’altro che trascurabili: «Oggi noi vediamo che l’uomo, con tutti i suoi pensieri occupati dalla conquista della materia, sta sempre più dimenticando se stesso». E questo spiegherebbe perché soltanto gli “ignoranti” del Sud sarebbero interessati a iscrivere i propri figli al liceo classico: «Sì, d’accordo: il “parvenu” del Sud “si sente veramente arrivato quando suo figlio entra al liceo classico”, però è molto più rispettabile del “parvenu” del Nord che si sente veramente arrivato quando suo figlio entra all’AGIP o alla SNAM».

Di fronte all’uomo che “sta sempre più dimenticando se stesso” e che è giunto a simili aberrazioni, papa Francesco fa sentire oggi la sua voce. Nell’enciclica Laudato si’ scrive: «Vi è un modo di comprendere la vita e l’azione umana che è deviato e che contraddice la realtà fino al punto di rovinarla. Perché non possiamo fermarci a riflettere su questo? Propongo pertanto di concentrarci sul paradigma tecnocratico dominante e sul posto che vi occupano l’essere umano e la sua azione nel mondo». Che tipo di rapporto, dunque, ha l’uomo con la realtà che lo circonda? Quale rapporto ha con l’ambiente, con ciò che papa Francesco chiama “la nostra casa comune”? Il papa indica a questo proposito il Cantico delle creature di San Francesco d’Assisi. «Ogni volta che Francesco guardava il sole, la luna, gli animali più piccoli, la sua reazione era cantare, coinvolgendo nella sua lode tutte le creature. […] Perché qualsiasi creatura era una sorella, unita a lui con vincoli di affetto». E questo non è romanticismo irrazionale, dice il papa, «se noi ci accostiamo alla natura e all’ambiente senza questa apertura allo stupore e alla meraviglia, se non parliamo più il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra relazione con il mondo, i nostri atteggiamenti saranno quelli del dominatore, del consumatore o del mero sfruttatore delle risorse naturali, incapace di porre un limite ai suoi interessi immediati».

Il papa invita dunque ad accostarsi alla natura in maniera corretta. Questo richiamo rimanda al significato proprio della parola “natura”. Il termine deriva dal verbo latino “nascor”. Come si vede, si tratta di una forma verbale espressa al passivo. I latini evidentemente sapevano che nessuno nasce da sé, nessuno può darsi la vita. “Natura” è una forma del participio che sta a significare, appunto, “le cose che sono state fatte nascere”, le cose cioè che sono state generate e come sono definite per la loro origine. Se dunque tutte le cose hanno un’origine comune, nota papa Francesco nell’enciclica, bisogna rafforzare la consapevolezza di essere una sola famiglia, di essere un’espressione unitaria della creazione. «Essendo stati creati dallo stesso Padre» scrive, «noi tutti esseri dell’universo siamo uniti da legami invisibili e formiamo una sorta di famiglia universale». Unendo strettamente, nello stesso tempo, l’uomo al mondo che lo circonda.

Molto interessanti, a questo proposito, sono delle pagine nelle quali Giovannino Guareschi racconta l’esperienza drammatica vissuta in un campo di internamento polacco durante la Seconda guerra mondiale, dove era stato deportato dai tedeschi. Un internato, in un lager, non poteva concedersi una libertà maggiore di passeggiare lungo il reticolato. Durante una di queste passeggiate solitarie, racconta, in una fredda sera invernale incontrò qualcuno. Di chi si trattava? «Camminai sovente lungo un reticolato in terra di Polonia, e un giorno incontrai me stesso e uscii dalla mia carne e furono recisi i legami che tenevano il mio cuore avvinto alle mie consuetudini lontane, e il mio cuore fu tutto con me, e nel mio cuore era tutto il mio mondo. E quando me ne andai, se ne andò il Giovannino in carne, ma il mio cuore rimase in Polonia, con l’altro Giovannino. Sempre ti penso, o Polonia, e penso alla tua sconfinata solitudine, e all’oro del tuo autunno e al tuo cielo infinito dove turbinano, in un perenne tumulto di nuvole rosa, di nuvole bianche e di nuvole nere, brandelli di tutte le stagioni. […] Noi abbandoniamo un po’ della nostra vita dovunque passiamo: ma in Polonia io ho lasciato il mio cuore e nel mio cuore era tutta la mia vita».

Se qualcosa ridesta il proprio cuore – in altre parole, vuole essere questa la testimonianza dello scrittore – l’uomo scopre con commozione il profondo legame con la terra e con il “cielo infinito”. È la stessa esperienza che fece il santo di Assisi, al quale Guareschi, per un misterioso disegno, andrà a legarsi per un’altra vicenda. Fu un’esperienza altrettanto drammatica, quella del carcere in seguito a una denuncia per diffamazione da parte di Alcide De Gasperi. Pure in questo caso, stando alla ricostruzione che ne fa lo stesso Guareschi, c’entra un po’ anche la storia del petrolio.

Nel giugno del 1952 fu invitato all’inaugurazione del primo pozzo italiano per lo sfruttamento di un giacimento di petrolio che era stato scoperto proprio dalle sue parti, a Cortemaggiore. Come succede in questi casi, all’inaugurazione furono invitate tutte le persone importanti del posto e Guareschi era tra queste. Inizialmente, lo scrittore guardò favorevolmente al ritrovamento di un giacimento petrolifero, per l’impulso che il petrolio poteva dare alla meccanizzazione, memore di quanto aveva fatto suo padre, anni addietro, quando aveva investito in questo settore emergente tutti i risparmi familiari, aprendo una concessionaria di macchine agricole e puntando sulle prospettive economiche che si aprivano grazie alla tecnica. Scrive Guido Conti, biografo di Guareschi, in Giovannino Guareschi, biografia di uno scrittore riguardo al padre di Giovannino, Primo Augusto: «è veramente un figlio della Bassa più innovativa e modernizzatrice: crede nelle macchine, nello sviluppo e nella rivoluzione dell’agricoltura». Investire sui motori fu per lui un azzardo, un po’ come quello che descrive Cesare Pavese nella poesia I mari del Sud a proposito di un suo cugino che «al mattino batteva le fiere e con aria sorniona / contrattava i cavalli. Spiegò poi a me, / quando fallì il disegno, che il suo piano / era stato di togliere tutte le bestie alla valle / e obbligare la gente a comprargli i motori». Insomma, comprava tutti i cavalli nella speranza che i contadini si decidessero ad acquistare i suoi motori agricoli. Il progetto ovviamente era fallito, come fallì il tentativo di Guareschi padre, che dopo un tracollo del genere finì in miseria.

Giovannino Guareschi aveva ereditato dal padre la stessa positiva disposizione nei confronti del progresso tecnico e di quel fenomeno che esplodeva proprio in quegli anni: la motorizzazione di massa. Per lui, la scoperta del petrolio italiano doveva rappresentare, probabilmente, qualcosa che avrebbe potuto dare un forte impulso a questo processo. Non aveva dunque pregiudizi in proposito. Ma nella circostanza specifica avvenne un fatto che gli fece cambiare idea. Mentre si lavorava attorno al giacimento petrolifero, gli capitò di ascoltare una conversazione tra tre operai che gli fece sorgere il sospetto che tutta l’operazione fosse in realtà un bluff e che attorno all’affare del petrolio Enrico Mattei facesse girare interessi poco chiari. Ha raccontato il suo amico giornalista Alessandro Minardi: «Guareschi aveva incontrato per caso in un bar di Busseto tre operai che conosceva bene e, dopo averli salutati, disse scherzosamente: allora, avete preparato il petrolio per l’inaugurazione di domani?”. Con suo grande stupore si sentì rispondere: “Sì, abbiamo messo un grande serbatoio sotto la pompa. Basterà girare il rubinetto”». Soltanto un eccessivo ottimismo, in realtà, poteva portare a definire quello di Cortemaggiore un giacimento petrolifero. Per riprendere le parole di Minardi, fu «una delle più importanti imposture del dopoguerra». Sul Candido, Guareschi denunciò che «nella valle padana non esiste né metano né petrolio» facendo andare su tutte le furie Enrico Mattei, il governo italiano e Alcide De Gasperi in particolare. Secondo Guareschi, sarebbe stata proprio questa sua denuncia a spingere De Gasperi a denunciarlo, col pretesto di alcune lettere attribuite da Guareschi allo statista e pubblicate sul Candido. Secondo Guido Conti, lo scrittore avrebbe individuato dietro la denuncia «un manovratore occulto che non ha gradito molto lo svelamento della bufala di Cortemaggiore». Infatti, una volta uscito dal carcere, Guareschi scriverà in un appunto: «De Gasperi non m’avrebbe querelato. Una sua lettera, che io avrei pubblicato, avrebbe troncato una polemica dannosissima a lui. Fu Mattei a costringere De Gasperi a querelarmi».

Comunque sia, Guareschi finì in prigione dove dovette affrontare un lungo periodo di detenzione in condizioni particolarmente dure ed esposto a concreti rischi. Ricorda Conti, in Giovannino Guareschi, biografia di uno scrittore, che in quel momento Guareschi è considerato «un avversario scomodo, odiato, che con le sue battaglie ha mostrato le storture del potere. In dieci anni, di nemici Giovannino se n’è fatti tanti. Qualcuno avrà perfino brindato alla notizia della sua incarcerazione. Lui deve stare attento ai caffè. In una vignetta appesa al muro con un uomo che gli porge una moka si legge: “Giovannino… se continuerai a schiacciare i calli a De Gasperi riceverai pure tu un caffè”. La vignetta si riferisce all’avvelenamento, qualche settimana prima, di Gaspare Pisciotta». Fu allora che Guareschi fece un voto a san Francesco: se lo avesse protetto durante la carcerazione sarebbe andato a trovarlo ad Assisi. Quindi, una volta tornato a casa sano e salvo, sebbene lo scrittore non fosse uscito dalla prigione in perfetto stato di salute, andò, come aveva promesso, ad Assisi. Doveva trattenersi soltanto qualche giorno, invece ci rimarrà alcuni mesi. Qualcuno ritiene che in questo suo soggiorno nella città del santo, possa aver frequentato don Giovanni Rossi che qui aveva fondato la Pro Civitate Christiana. Non risulta però che abbia frequentato questo istituto, né ci sono riscontri riguardo a questo eventuale incontro; né Guareschi, né don Giovanni Rossi hanno mai riferito qualcosa del genere. Però è certo che, nello stesso periodo, don Giovanni abbia cercato Guareschi al quale aveva da fare una proposta incredibile: il papa san Giovanni XXIII pare desiderasse affidare a Guareschi, sotto la guida di un teologo, la stesura del nuovo catechismo. Nemmeno questa volta non ci fu nessun incontro e del progetto non se ne seppe più nulla, sebbene si sappia che fu anche individuato, in un teologo amico di Guareschi, mons. Pisoni di Milano, l’esperto che avrebbe dovuto affiancarlo.

Guareschi dunque non commentò il catechismo come avrebbe voluto san Giovanni XXIII. La possibilità di commentare oggi l’enciclica di papa Francesco, perciò, è un’occasione per realizzare in qualche maniera questo desiderio papale. Nell’enciclica Laudato si’ si afferma il profondo legame tra l’uomo e la natura, l’intima corrispondenza tra il cuore umano e l’intera creazione. È questa corrispondenza, secondo papa Francesco, ad aprire l’uomo alla meraviglia verso lo spettacolo della natura e a prendersi cura responsabilmente di questa sua casa. È sempre da questa consapevolezza che scaturisce la preoccupazione di evitare ogni forma di violenza nei confronti del territorio, dell’ambiente in cui vive, per il quale l’uomo sarebbe distruttore e, nello stesso tempo, vittima. La natura, scrive papa Francesco, è sorgente di meraviglia. «Questa contemplazione del creato ci permette di scoprire attraverso ogni cosa qualche insegnamento che Dio vuole comunicare perché “per il credente contemplare il creato è anche ascoltare un messaggio, udire una voce paradossale e silenziosa” (Giovanni Paolo II, Catechesi, 26 gennaio 2000)».

(Continua)

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