Gli imprenditori ricevuti dal Papa. Incontro rischioso, eppure bello.

L’udienza concessa il 27 febbraio 2016 in Vaticano da papa Francesco agli imprenditori italiani passerà forse alla storia. Come, del resto, molti altri gesti di questo pontefice così amato. Le ragioni sono diverse. C’è innanzitutto un fatto oggettivo: è la prima volta che gli imprenditori italiani sono ricevuti dal papa in un incontro ufficiale, da quando cioè la Confindustria è stata istituita, ben 106 anni fa. Un altro aspetto che ha reso eccezionale l’evento è che questo pontefice ha fatto una precisa scelta di campo, in favore dei poveri; era arduo, pertanto, anche soltanto pensare che con la ricca imprenditoria si potesse arrivare a una qualsiasi convergenza. Non bisogna inoltre ignorare l’esplicita denuncia, contenuta nel magistero papale, delle iniquità dell’attuale sistema economico, al quale gli imprenditori, evidentemente, non sono estranei. Particolarmente dure le parole riportate, per esempio, nell’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium: «Quante parole sono diventate scomode per questo sistema! Dà fastidio che si parli di etica, dà fastidio che si parli di solidarietà mondiale, dà fastidio che si parli di distribuzione dei beni, dà fastidio che si parli di difendere i posti di lavoro, dà fastidio che si parli della dignità dei deboli, dà fastidio che si parli di un Dio che esige un impegno per la giustizia. […] L’economia non può più ricorrere a rimedi che sono un nuovo veleno, come quando si pretende di aumentare la redditività riducendo il mercato del lavoro e creando in tal modo nuovi esclusi».

Si tratta di parole pronunciate con un tono indubbiamente severo e col quale si giunge addirittura a denunciare, oltre che il “nuovo veleno” di rimedi sbagliati, anche la presenza inquietante di “forze cieche” e di una “mano invisibile”. Non si può certo dire che questa sia un’interpretazione forzata delle parole del papa se al punto 208 della stessa Esortazione apostolica, Francesco afferma: «Se qualcuno si sente offeso dalle mie parole, gli dico che le esprimo con affetto e con la migliore delle intenzioni, lontano da qualunque interesse personale o ideologia politica. La mia parola non è quella di un nemico né di un oppositore. Mi interessa unicamente fare in modo che quelli che sono schiavi di una mentalità individualista, indifferente ed egoista, possano liberarsi da quelle indegne catene e raggiungano uno stile di vita e di pensiero più umano, più nobile, più fecondo, che dia dignità al loro passaggio su questa terra».

Bisogna comunque riconoscere – di ciò va dato atto indubbiamente al presidente Giorgio Squinzi – che la Confindustria non si è sottratta alle proprie responsabilità, ricercando con sincerità l’occasione di un leale confronto col Santo Padre. «Santità» ha detto Squinzi, «Lei ci ha fortemente sollecitati nell’Evangelii Gaudium ricordandoci che “la crisi finanziaria che attraversiamo ci fa dimenticare che alla sua origine vi è una profonda crisi antropologica: la negazione del primato dell’essere umano”». Sono parole, come sottolinea lo stesso presidente della Confindustria, pronunciate «con senso di umiltà e consapevolezza dei nostri limiti». Era evidente a tutti che sarebbe stato un confronto non facile ma, come ha detto Squinzi al Papa, «le sue parole ci hanno spinto fin qui». Dunque, come ha osservato a proposito Brunelli sul Sole 24Ore, si è trattato di «un incontro rischioso e necessario che segna simbolicamente e prospetticamente la fine di ogni residuo ideologico».

Da tempo la Chiesa stimola il mondo dell’economia a cercare una “terza via” tra il capitalismo e le ideologie socialiste. Per quello spirito comunitario che anima l’esperienza cristiana e che poco si concilia con l’individualismo liberale. E per le riserve nei confronti della tendenza che le ideologie socialiste hanno a limitare le libertà personali, a cominciare dalla libertà religiosa. Per questo, nel suo magistero la Chiesa ha sempre affermato la necessità di un nuovo ruolo dell’imprenditore, che deve concepirsi come soggetto responsabile della società e del territorio nel quale opera.

L’incontro tenuto con i settemila della Confindustria nella sala Paolo VI ha avuto la forza di chiarire in cosa consista questo ruolo. L’imprenditore – «la vocazione di un imprenditore è un nobile lavoro» recita l’Evangelii Gaudium – avrebbe, secondo papa Francesco, la primaria responsabilità di promuovere la giustizia. È un’idea che richiama l’insegnamento di Tommaso d’Aquino e, ancor prima, del diritto romano ed è un’idea che vede la giustizia come la volontà di attribuire a ciascuno il suo. Quanto ciò sia riferibile al “nobile lavoro” dell’imprenditore lo si vede – dice il papa – nella concretezza dell’esperienza umana. E qui la giustizia appare qualcosa di completamente diverso, ma molto più vero, dello sterile riferimento a leggi inevitabilmente astratte. Papa Francesco, che notoriamente non ama le astrazioni, agli imprenditori ha detto proprio questo: «Questa attenzione alla persona concreta comporta una serie di scelte importanti: significa dare a ciascuno il suo, strappando madri e padri di famiglia dall’angoscia di non poter dare un futuro e nemmeno un presente ai propri figli; significa saper dirigere, ma anche saper ascoltare, condividendo con umiltà e fiducia progetti e idee; significa fare in modo che il lavoro crei altro lavoro, la responsabilità crei altra responsabilità, la speranza crei altra speranza, soprattutto per le giovani generazioni, che oggi ne hanno più che mai bisogno».

Certo, l’imprenditore potrebbe tenere per sé l’utile che ricava dalla sua attività, avendolo legittimamente guadagnato. Ma l’imprenditore potrebbe anche fare propria, come dice papa Francesco, “una serie di scelte importanti”, coinvolgendo «soggetti spesso dimenticati o trascurati. Tra questi, anzitutto, le famiglie, focolai di umanità, in cui l’esperienza del lavoro, il sacrificio che lo alimenta e i frutti che ne derivano trovano senso e valore. E, insieme con le famiglie, non possiamo dimenticare le categorie più deboli e marginalizzate, come gli anziani, che potrebbero ancora esprimere risorse ed energie per una collaborazione attiva, eppure vengono troppo spesso scartati come inutili e improduttivi. E che dire poi di tutti quei potenziali lavoratori, specialmente dei giovani, che, prigionieri della precarietà o di lunghi periodi di disoccupazione, non vengono interpellati da una richiesta di lavoro che dia loro, oltre a un onesto salario, anche quella dignità di cui a volte si sentono privati?» Secondo il papa, essere un imprenditore, essere un imprenditore che ama la giustizia, significa “dare a ciascuno il suo”. Significa riconoscere i bisogni di tutti e ricercare le risorse per soddisfarli. È un atto, evidentemente, gratuito; ma è una gratuità che rende centrale l’impegno dell’imprenditore il quale è, quindi, impegnato «a costruire un mondo più giusto, un mondo davvero di tutti».

L’imprenditore dispone di un bene prezioso, il lavoro, che lo pone sulla “via maestra” della giustizia, perché il lavoro, prosegue il papa, «rifiuta le scorciatoie delle raccomandazioni e dei favoritismi, e le deviazioni pericolose della disonestà e dei facili compromessi». In breve: se c’è lavoro, c’è più giustizia e c’è più libertà per tutti. Non si tratta di una serie di norme da seguire, ma – per riprendere l’insegnamento papale – di una particolare “vocazione”, della «nobile vocazione orientata a produrre ricchezza e a migliorare il mondo per tutti». Ma questo non lo dice soltanto il papa – qui sta tutta la bellezza dell’incontro del 27 febbraio – lo dice anche la storia stessa della Confindustria, segnata per esempio dal nome di uno dei più significativi esponenti degli imprenditori cattolici, l’armatore Angelo Costa. Alla presidenza Costa, la più longeva nella vita della Confindustria, ci si è richiamati ovviamente anche nell’incontro vaticano. Bisogna riportare, a questo proposito, almeno le commosse parole di Giorgio Squinzi: «I gravi problemi attuali mostrano un mondo che chiede a tutti atti di responsabilità a cui gli imprenditori per primi non possono e non vogliono sottrarsi, ricordando l’insegnamento di Angelo Costa: “L’imprenditore ha maggiori possibilità con la sua opera di influire sul benessere del prossimo”. Oggi disponiamo di mezzi incredibili, eppure mai come nell’epoca attuale l’essere umano sembra solo e fragile».

Papa Francesco, come si è visto, non dice di mettere da parte l’interesse dell’imprenditore. Al contrario, l’imprenditore deve fare bene l’imprenditore, deve seguire la «nobile vocazione orientata a produrre ricchezza e a migliorare il mondo per tutti», due aspetti intimamente connessi. E anche qui bisogna richiamare le parole di Angelo Costa: «l’imprenditore capace, che impiegando unità produttive, crea ricchezza compie un’utile funzione sociale, mentre l’imprenditore incapace (e questo di solito si verifica quando lo stato fa l’imprenditore) distruggendo ricchezza, compie una funzione antisociale. […] Anche prescindendo da considerazioni di carattere morale a lungo andare non ci può essere benessere di impresa in contrasto con il benessere collettivo. Fermo restando il dovere e l’interesse dell’imprenditore di servire il bene comune, sono in grave errore coloro che credono che all’imprenditore si possa imporre di agire in funzione sociale. Si potrà cercare di creare le migliori condizioni di ambiente perché questo avvenga, si potranno mettere limiti di carattere generale per limitare possibili abusi, ma all’imprenditore dovrà essere lasciata la massima possibile libertà perché proprio attraverso la libertà può nel miglior modo servire il bene comune. La libertà è forse il massimo bene che Dio ha dato all’uomo ed è ragione di essere per l’imprenditore, diventa così massima fonte di sue gravi responsabilità. Che cosa deve fare l’industriale per ben agire socialmente? Deve anzitutto fare bene l’industriale».

Ma, nell’incontro tenuto in Vaticano con gli imprenditori della Confindustria, si è parlato poco di dottrine economiche. Per quanto sia stato incisivo, anche il papa ha voluto essere breve nel suo discorso. Si sono raccontate piuttosto storie concrete ed esperienze di vita imprenditoriale. Come le testimonianze di Marino Golinelli, 95 anni, imprenditore farmaceutico modenese e fondatore dell’Opificio Golinelli, creato per sostenere la crescita di giovani ricercatori. O della giovane Maria Cristina Loccioni, titolare dell’omonima azienda marchigiana, che ha bonificato l’area del fiume Esino per renderlo fruibile da parte di famiglie e di anziani. Si sono raccontate, inoltre, esperienze imprenditoriali come quella della EuroMec di Maria Cristina Bertellini di Mantova, impegnata a creare tecnologie per rendere potabile l’acqua nelle regioni più assetate del pianeta. Oppure quella semplice ma straordinaria di Stefania Brancaccio, vicepresidente di un’azienda che produce gruppi elettrogeni e che ha fatto la scelta di dedicarsi alla propria famiglia – ha tre figli – riuscendo nell’impresa forse più difficile per una donna: organizzare l’attività aziendale senza penalizzare il tempo destinato alla famiglia. Anche Emma Marcegaglia, parlando a nome di Eni, ha raccontato: «Come Eni siamo molto impegnati ad accompagnare i Paesi che ci ospitano nel loro necessario sviluppo con molti interventi, creando posti di lavoro, investendo in ospedali, in scuole e formazione ma anche per esempio in Africa attraverso investimenti per dare l’accesso all’energia a 620 milioni di persone che oggi non l’hanno. E l’accesso all’energia vuol dire progresso e miglioramento della qualità della vita».

Quanta gioia scaturisce da queste storie, dal “fare bene l’industriale”, come diceva Costa. E quante se ne potrebbero ricordare di storie come queste, che sono soprattutto storie di carità, che è la gioia di dividere le proprie risorse con altri, a cominciare dai dipendenti delle proprie aziende e per finire a qualcuno che forse nemmeno si conosce. A commento di questa bella iniziativa della Confindustria, tra i tanti nomi che si potrebbero fare, si potrebbe scegliere quello di Pietro Barilla come ci è stato consegnato dai ricordi di un grande monaco benedettino, padre Paolino Beltrame Quattrocchi, e relativo a un episodio – uno tra tantissimi – che risale agli anni del dopoguerra. È una testimonianza riportata nel volume di Rosangela Rastelli Zavattaro, L’avventuriero di Dio. Padre Paolino Beltrame Quattrocchi, edito da Pro Sanctitate.

«Un giorno» scrive di Pietro Barilla il padre Paolino, «ci eravamo casualmente incontrati per strada nei pressi del Tribunale, ed egli che tornava dall’Orfanotrofio – che gli era caro come una pupilla – m’intratteneva commosso sulle ultime emozioni che lo avevano afferrato al contatto con quei bambini. Ad un certo punto s’interruppe, seguendo evidentemente un suo filo interiore, e, senza darmi spiegazioni, mise mano come di consueto al blocchetto degli assegni e me ne consegnò uno, dopo averlo debitamente riempito per una cifra, come sempre, a sei zeri… Al mio commosso ringraziamento replicò: “No, Paolino, non ringraziarmi. In fondo sono io che devo ringraziare te, perché mi offri la possibilità di andare a colpo sicuro, per tuo mezzo, a dei bisogni reali che non potrei conoscere e a cui non potrei arrivare. Per me questo è uno dei più grandi motivi di gioia. Vedi? A me non manca nulla, a livello umano. Potrei togliermi ogni giorno i più folli e più costosi capricci, cambiando ogni volta, senza risentirne minimamente: me ne avanzerebbe ancora tanto! A tutto questo ben di Dio di cui Lo ringrazio, al benessere della mia famiglia, a quello dei miei dipendenti che tratto ben al di là di ogni obbligo sindacale, io mi prendo il gusto di aggiungere anche questa rara soddisfazione, che non ha prezzo: quella di dare, di dare per dare, dove so che c’è bisogno, senza aspettare né un ricambio né un grazie! E me ne avanza ancora tanto! Non ho mai capito perché tanti miei colleghi non lo comprendano, privandosi così di una gioia immensa, pulita e gratificante come questa, preferendo l’aridità insoddisfacente del continuare ad accumulare, accumulare, accumulare, senza posa…”. Quante mai altre cose potrei raccontare… ma mi fermo qui».

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