«Il mare nasconde le stelle». Francesca Barra racconta Remon

Non so se è giusto fissare la storia di Remon, ragazzo egiziano e cristiano copto, tra le pagine web. Remon è ancora troppo giovane e forse avrebbe diritto a una certa riservatezza e al sacrosanto “diritto all’oblio” che il web difficilmente può garantire. Ma dopo che Francesca Barra ha dedicato a questa storia un libro importante, la vicenda di Remon ha assunto un significato che va al di là del caso personale e potrebbe avere una certa rilevanza nella società italiana. Il mare nasconde le stelle, il libro edito da Garzanti e nel quale Francesca Barra ha raccolto appunto la voce di Remon, secondo me ha il potere di cambiare la percezione tra gli italiani del fenomeno dell’immigrazione, un po’ come la fotografia di Aylan Kurdi, il bambino curdo di tre anni ritrovato senza vita su una spiaggia turca.

Remon non è soltanto un ragazzo che è giunto in Italia come uno dei tanti immigrati che attraversano il Mediterraneo a bordo di imbarcazioni di fortuna. Non è soltanto un ragazzo che ha affrontato come tanti una difficile traversata, per fuggire dalla guerra, dalla violenza, dalla fame e ostaggio di scafisti senza scrupoli. Ramon non voleva soltanto scappare – anzi, è evidente come dalla sua terra, che ama, non volesse scappare.

Può sembrare inoltre che la storia di Remon sia quella di uno dei tanti, troppi, cristiani perseguitati. Ma in questa storia c’è qualcosa di molto più comune, che non riguarda soltanto i credenti o i migranti. Tutto è cominciato da un fatto che non è semplicemente un dato di cronaca; tutto è cominciato con il risveglio della coscienza di questo giovane copto. È successo in un giorno preciso, il 26 gennaio del 2011, quando la famiglia di Remon è a tavola e all’improvviso si avvertono degli spari nella strada.

«Con parole semplici» dice Remon, «mio padre mi ha spiegato che era cominciata una guerra civile». Molto peggio capiterà al cugino Ihab. In occasione del capodanno, Ihab va a festeggiare con degli amici davanti a una chiesa del Cairo quando, prosegue Remon, mentre Ihab parlava al telefono, «mia zia ha sentito gli spari entrare nella cornetta quasi come se entrassero dentro il suo cuore. Ha iniziato a urlare chiedendo al figlio di scappare e di allontanarsi della chiesa. Ma le ultime parole di mio cugino sono state queste: “No, madre, perché questa è la mia chiesa, la chiesa di mio padre, e se non la difendo io, chi la difende?”».

A me l’episodio ricorda un altro simile – anche per dire che non è un fatto isolato – e capitato ad Alessandria d’Egitto, sempre a capodanno e sempre nel 2011. Non saprei dire di quale capodanno si tratti, se cioè è il 1° gennaio o il giorno del capodanno copto che cade in un giorno diverso; ma, al di là della concordanza delle date, ciò che successe fu molto simile. Nella chiesa di San Marco e San Pietro di quella città egiziana, al termine della messa, nel corso di un attentato terroristico furono uccisi ventidue cristiani. Poco prima di recarsi in chiesa, una delle vittime, la giovane Mariouma Fekry di 22 anni, aveva postato su facebook questo messaggio: «Il 2010 è finito… con i ricordi più belli della mia vita… spero che il 2011 sia molto meglio… ho così tanti desideri per il 2011… spero si realizzino… per favore Dio stammi vicino e fa’ che tutto si avveri». In coda al messaggio, lasciò una di quelle faccine che si usano sui social per dire “sono felice”.

Oltre al dolore, della strage rimane una struggente canzone. L’ha ricordata anche il nostro Remon nel libro di Francesca Barra: «Spesso cantavamo delle canzoni religiose. Ci piaceva cantare tutti insieme. Ancora oggi lo faccio, a volume alto, quando sono al computer. Mi sembra di sentirli ancora accanto a me. Ce n’era una in particolare che riguarda la notte di capodanno del 2011, quando per un attentato è esplosa una macchina di fronte a una chiesa ad Alessandria. Sono morte diverse persone. Il video si apre con delle nuvole e dei volti di persone che si sovrappongono al cielo, mentre la canzone recita che “siamo entrati solo per pregare, siamo usciti per trovare esplosioni e pallottole”. È una canzone che racconta una tragedia, ma anche il coraggio».

Mariouma si era appena laureata. Pensando alla strada che si apriva davanti a lei, era felice; di una felicità durata un attimo, ma vissuta ugualmente in tutta la sua intensità. Ihab, il cugino di Remon, aveva 21 anni e anche lui faceva l’università. Si sente dire che questi ragazzi sono stati uccisi perché cristiani, “in odium fidei”, cioè perché c’è qualcuno che odia la fede cristiana fino a tal punto. Ma forse quello che si odia più precisamente è la felicità di questi giovani cristiani – altrimenti non si spiega perché uccidano proprio dei giovani. Lo stesso Remon non era che un ragazzo che chideva di essere libero di andare a scuola, perché sapeva che era quella la strada per realizzarsi come uomo. Chi va a scuola, almeno chi ci va come questo ragazzo, cioè con questa consapevolezza, ci va per seguire il suo cuore.

Altri episodi di violenza che hanno segnato la vita di questo giovane copto sono capitati proprio a scuola. Un ragazzo aveva lanciato una sedia sulla porta della classe, incolpando Remon. Trattandosi di un ragazzo cristiano, il professore di matematica, un certo Khalid, ritenne che non era tenuto nemmeno a verificare la fondatezza delle accuse e iniziò a colpire Remon. Un’altra volta era stato aggredito da un compagno, senza un reale motivo. Come successe un’altra volta ancora; la scuola era finita e Remon voleva andare a vedere se era stato promosso. «Quando sono arrivato di fronte a scuola» ricorda, «ho trovato un gruppo di ragazzi che mi stavano aspettando. Tra loro ho intravisto quello che mi aveva aggredito. Erano schierati. Erano arrabbiati. Non si muovevano dal cancello. Sono scappato subito senza farmi vedere. Indietreggiando silenziosamente. Sapevo che avevo firmato la mia condanna a morte. Quel giorno è stato il più brutto e più triste di tutta la mia vita. Perché è stato in quel momento che ho capito che dovevo andare via».

Il giorno dell’esame Remon era felice, era un giorno importante per lui. «Quel ragazzo voleva rovinarmi anche quella giornata, anche quella felicità». Fu per questo, perché non fosse rovinata la sua felicità che Remon decise di partire. Il cuore felice di un ragazzo può sembrare qualcosa di insignificante, invece ha avuto il potere di ridare voce a Dio stesso, a quel Dio che promise: «farò così uscire dal paese d’Egitto le mie schiere». L’antica promessa del libro dell’Esodo è tornata così a risuonare ancora una volta oggi, in questo libro che narra la storia di questo ragazzo che, dal “paese d’Egitto”, si portava addosso questa incrollabile certezza: che dietro tutto questo c’era il suo Dio che non era indifferente alla sua felicità.

Ho comprato questo libro, Il mare nasconde le stelle, per diversi motivi, che mi sembravano tutti più o meno banali. Perché ero entrato in una libreria una mattina soltanto per ingannare l’attesa – ero rimasto bloccato in una città e dovevo aspettare di poter ripartire. Avevo atteso dietro alla porta l’orario di apertura creando nel libraio l’illusione  – i librai cedono frequentemente alle illusioni – che mi fossi messo lì ad aspettare l’apertura per potermi assicurare la copia di un libro, cosa verosimile dal momento che si era appena diffusa la notizia della morte di un importante scrittore. Tra i tanti libri, scelsi l’ultima pubblicazione di Francesca Barra, semplicemente perché l’autrice proviene dalla mia stessa terra e perché, per un impedimento, non ero riuscito ad assistere alla sua presentazione a Matera, la mia città, dell’ultimo suo romanzo. Fu dunque una sorpresa inaspettata per me quella di scoprire ciò che Francesca Barra ci racconta in questo libro. Quante sorprese può offrire un bel libro!

La sorpresa era appunto la testimonianza di Remon che, di nascosto perfino ai suoi genitori, lasciò la sua terra e si imbarcò. Ricorda: «Abbiamo lasciato il porto. E allora, per la prima volta da quando quella terribile avventura era cominciata, ho pregato. In quei giorni avevo dimenticato Dio, forse perché pensavo che fosse arrabbiato con me per il gesto che avevo fatto, per il dolore che stavo dando ai miei genitori. Non avevo molto da chiedergli. Di solito mi piace parlare con lui, le nostre preghiere più che monologhi sono conversazioni. Gli ho chiesto solo: “Dio, fammi arrivare vivo”. Ma dall’altra parte non ho ricevuto risposta».

Non ricevendo una risposta da Dio, Remon non aveva nemmeno domande da rivolgere agli uomini. Sul barcone, perciò, se ne stava solo e in silenzio. In fondo, non avrebbe avuto niente altro da chiedere se non per sapere quando sarebbe arrivato. Ma, purtroppo, non sapeva nemmeno se sarebbe arrivato. Le possibilità di sopravvivenza gli sembravano davvero scarse. «Il mare» dice, «sembrava pieno di sofferenza, tristezza, dolore. Abbandono». Ogni tanto gli tornava in mente il testo di una canzone egiziana, Mahadesh Mertah, che si domanda: come possiamo cercare la gioia, mentre cerchiamo tra le ferite?

Una notte rivolse però il suo sguardo alle stelle. «Erano così belle. È incredibile come rimanevano belle anche in un luogo così pericoloso. Forse perché potevano essere l’ultima cosa che avrei guardato. Ogni giorno era un regalo perché sarei potuto ammalarmi, cadere in mare, sarei potuto morire». Quelle stelle erano per Remon come un presentimento. Come è possibile infatti, per noi uomini, essere sopraffatti dal male, se siamo circondati da tanta bellezza? Era forse proprio quel presentimento la risposta di Dio che lui attendeva. Un presentimento che è attesa di una nuova terra ma soprattutto, come dice lui, è attesa di qualcuno. Dopo centosessanta ore di navigazione sul Mediterraneo, sbattuto da onde spesso violente, Remon sbarcò su quella terra che lui pensava fosse Milano e che, ovviamente, non era Milano ma la Sicilia. Gli dissero che «Milano era da tutt’altra parte. E che, poi, a Milano non c’era il mare. Come potevo arrivare lì in barca?» Una volta sbarcato gli diedero un numero da attaccare sulla maglietta. Remon rimase il numero 92 fino a quando, appunto, non incontrò qualcuno – non era questo che voleva? Trovare qualcuno. Fino a quando non incontrò qualcuno che lo chiamò per nome. Da allora Remon non sarà più il numero 92. E se aveva incontrato chi lo chiamava per nome – questo pensò – vuol dire che aveva trovato veramente qualcuno che gli voleva bene.

«Le stelle, quella notte, le ho viste a una a una e non si nascondevano più. Anzi. Mi mostravano una nuova vita. Quando mi sono messo a letto Marilena mi ha dato il bacio della buonanotte». Remon, commosso, si chiese soltanto se la mamma sarebbe stata gelosa di quel bacio. Non poteva esserlo, perché Marilena era proprio una seconda mamma per lui. Finalmente aveva una nuova famiglia. «speravo di riuscire a ricreare quell’atmosfera. La mia idea di famiglia eravamo io, mio padre, mia madre, mio fratello, la nostra casa e un piatto sempre in tavola. Chiacchiere la sera, un po’ di televisione. Speravo che niente sarebbe mai più stato uguale. Ma volevo ugualmente sentirmi amato. Volevo un materasso tutto per me e una stanza in cui non avere più paura».

Remon ha finalmente una casa. Troverà anche una scuola adatta a lui, la strada per realizzarsi come uomo. Adesso ha una famiglia e tanti amici. Dice che ha anche una canzone preferita, All I Want, una canzone dei Kodaline che fa: «Tutto ciò di cui ho bisogno è trovare qualcuno».

Dicevo che non saprei se è giusto fissare la storia di Remon tra le pagine web. Ma a conclusione de Il mare nasconde le stelle, lo splendido libro che ha dato voce a questo ragazzo, Francesca Barra dice che Remon ha voluto così; ha voluto testimoniare tutto questo, per dire «Che ognuno ha la sua storia, non solo un numero con il quale sbarcare. E che con le storie si restituisce dignità e valore. Con i suoi occhi a mezzaluna in grado di raccontarti storie, ben oltre le parole, ha detto: “Anch’io ho un sogno. Posso dirtelo?” E così è iniziato tutto».

Giunto in Italia, dice Remon, «C’era una sola cosa che mi mancava: del tempo da dedicare alla preghiera, alla fede». Ma ha trovato qualcuno che vuol condividere anche questo, tra gli amici della Gifra che, dice, «non è un gruppo ma una fraternità, cioè un insieme di fratelli». «Quando prego io mi sento ascoltato. Riesco a sfogarmi con qualcuno che sono sicuro che esiste. A volte mi prendono in giro perché credo così tanto. Il mio ex compagno di banco non sapeva chi avesse inventato il mondo. Io cercavo di spiegargli che è stato Dio. Ma lui rideva».

L’idea di Dio a molti non piace, ma per Remon non è così. Perché lui tutto quello che vuole è trovare qualcuno. Ed è Lui, quel misterioso qualcuno che gli ha dato il coraggio di buttarsi, quando saltò sul barcone; una cosa del genere era inimmaginabile per lui. «Sono sempre stato un fifone» dice, «ma questa volta il Signore ha ascoltato le mie preghiere e mi ha donato uno slancio incredibile. Sapevo che non mi avrebbe abbandonato». «Tutto ciò di cui ho bisogno è / trovare qualcuno» cantano i Kodaline, «Tutto ciò che voglio non è nient’altro / che sentirti bussare alla mia porta / perché se potessi vedere il tuo viso ancora una volta / morirei da uomo felice, sono sicuro».

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