He is lost. Feltrinelli, rivoluzione smarrimento morte.

L’editore Giangiacomo Feltrinelli fu trovato morto il giorno 15 marzo 1972 ai piedi di un traliccio dell’alta tensione vicino a Milano, nelle campagne di Segrate. Il decesso risaliva al giorno prima e si disse che l’editore era rimasto ucciso maneggiando i candelotti di dinamite con i quali avrebbe dovuto far saltare il traliccio, con un atto di sabotaggio che egli sperava potesse aprire la strada alla rivoluzione proletaria in Italia. Ovviamente si disse anche che era stato ucciso da forze occulte al servizio dei “padroni” – si disse che queste “forze occulte” sarebbero state formate da un super servizio segreto con ramificazioni internazionali. Poco importa che a sostenere la prima tesi fossero i suoi compagni proletari, mentre la seconda circolava nelle tranquille redazioni dei giornali della grande borghesia, dei “padroni” appunto. Di cose storte in Italia se ne vedono tante. Comunque, quello che conta è il fatto che Giangiacomo Feltrinelli morì da rivoluzionario.

Quando qualcuno muore, svanisce anche la possibilità di avere delle risposte ad alcune domande. Se veramente l’editore morì per una maldestra operazione di sabotaggio, una di queste risposte poteva chiarire quale portata rivoluzionaria Feltrinelli attribuisse all’abbattimento di un traliccio dell’alta tensione, cioè a togliere semplicemente la corrente elettrica in una certa zona di Milano. Si disse che la ragione era che proprio lì, in quei giorni, avrebbe dovuto tenersi un importante congresso del Partito comunista italiano e che quindi, essendo venuta a mancare la corrente elettrica, il panico avrebbe preso i congressisti e il partito sarebbe andato in fibrillazione. La cosa non quadra – il congresso del Pci si teneva nella parte opposta di Milano rispetto al traliccio – ma, al di là di questo, Feltrinelli era convinto che, dopo un gesto così, gli equilibri di forza interni al partito sarebbero saltati e “il proletariato” avrebbe avuto gioco facile a prendere il sopravvento e addirittura a mutare per sempre il destino dell’intero paese. Questo si dice – eh, quanti “si dice” ci sono in questa storia! Comunque, per quanto tutto ciò possa apparire inverosimile, quelli erano tempi in cui si credeva veramente alle favole e la rivoluzione, purtroppo, era una di queste favole. Chi c’era lo può confermare. Però, strano o non strano che fosse, una cosa non si può negare: Feltrinelli morì da rivoluzionario.

Anche questa cosa ci sta tutta: chi non avrebbe voluto morire da rivoluzionario, allora? Negli anni Settanta, chiunque ci avrebbe messo la firma. Ma fare la rivoluzione – con rispetto parlando – è un lusso che soltanto i ricchi possono concedersi. E Feltrinelli era molto ricco. Gran parte del suo ingente patrimonio derivava dalle attività imprenditoriali ereditate dalla famiglia. In parte però, in questo arricchimento, c’era del suo. Il colpo grosso venne da dove, probabilmente, meno se lo sarebbe aspettato. Ed è in questo che sta in massima parte la grandezza di un imprenditore, nella capacità cioè di fiutare l’affare dove ad altri sarebbe sfuggito. Ciò che fece la fortuna di Feltrinelli come editore fu la pubblicazione nel 1957 del Dottor Živago di Boris Pasternak di cui Feltrinelli si assicurò i diritti in esclusiva mondiale e che l’anno successivo vincerà nientemeno il Premio Nobel per la letteratura. A questo seguirà la pubblicazione del Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, altro successo straordinario. Si trattò di operazioni che consentirono a Giangiacomo Feltrinelli di imporsi nel panorama dell’editoria mondiale.

Non sappiamo ancora di preciso perché mai una copia del manoscritto di Pasternak, così anticonformista rispetto al potere sovietico, fosse stato affidato proprio a Feltrinelli che in quegli anni era uno degli intellettuali, non soltanto tra i più autorevoli del Partito comunista italiano, ma anche interlocutore privilegiato della nomenklatura sovietica. Infatti, in quegli stessi anni, il Cremlino aveva chiesto a Feltrinelli di portare avanti l’ambizioso progetto di acquisire alcuni importanti scritti di Marx ed Engels, recuperandoli dopo che gli archivi tedeschi erano stati saccheggiati nel corso della Seconda guerra mondiale. Il 13 novembre 1952, infatti, l’ambasciata sovietica a Roma informa il proprio ministero degli esteri che «Giangiacomo Feltrinelli è un uomo molto ricco. La sua biblioteca a Milano è assai grande e di notevole valore (gli è costata circa 70 milioni di lire). La collezione contiene tra l’altro tre intere collezioni di Iskra. Attualmente cerca di acquistare a Parigi una lettera inedita di Lenin del 1908»; poi, in un’altra lettera del successivo 17 marzo, sempre con lo stesso mittente, si continua: «Giangiacomo Feltrinelli, proprietario della Biblioteca Feltrinelli, vuole acquistare in Francia due archivi sulla Comune di Parigi. Nell’archivio di Amsterdam ci sono già più di cinquemila lettere di Marx-Engels (originali), parecchie delle quali ancora inedite: Feltrinelli è pronto a finanziare la loro pubblicazione».

È molto difficile, in breve, spiegare come mai un uomo come Feltrinelli che era parte del “sistema” – almeno in quel momento lo era – si trovò a gestire per conto dell’Urss l’operazione degli scritti di Marx ed Engels e, nello stesso tempo, la pubblicazione di un’opera così destabilizzante per il Cremlino come Il Dottor Živago. Una ragione però c’era e stava forse nel momento contingente che si viveva allora: il “disgelo” voluto da Chruščёv, un processo che poi andrà incontro a una brusca battuta di arresto e alla liquidazione dello stesso Chruščёv. Il Cremlino voleva allora rompere l’isolamento internazionale in cui l’Urss si era venuta a trovare e sperava che la cultura potesse essere una leva per aprire una breccia nella Cortina di ferro. Pasternak, scrittore indipendente rispetto alla nomenklatura ma allora non ancora dichiaratamente ostile, era la persona più adatta a rappresentare tutto questo. Come si diceva, però, è difficile spiegare un fatto così complesso in poche parole. E in fondo non interessa più di tanto. Ciò che è rilevante, piuttosto, è l’interesse attorno ai soldi di Feltrinelli che emerge in questi ambienti e nella citata corrispondenza, perché forse è proprio questo che gli sarà fatale.

L’esito dell’operazione Pasternak, non soltanto per il Nobel, fu dirompente. Quando, due anni dopo il premio, lo scrittore morì, il suo funerale si trasformò in un happening dei dissidenti russi che, a partire da lì, diedero vita a un movimento di opposizione che il regime avrebbe faticato non poco a contenere. Da quel momento, Giangiacomo Feltrinelli diventerà una figura ambivalente: da un lato icona dell’editore liberale e illuminato che può ripetere a ragione il famoso adagio tanto caro agli editori «non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo», perfettamente applicabile al caso Pasternak, dall’altro lato icona del risoluto rivoluzionario comunista.

Grazie ai mezzi di cui disponeva, Feltrinelli poteva girare il mondo e venire in contatto direttamente con i movimenti proletari in ogni parte del pianeta ma, dopo che si incrinarono i rapporti con l’Unione Sovietica per il caso Pasternak, privilegiando la realtà sudamericana e Cuba in particolare. Secondo il figlio Carlo, autore di una biografia dell’editore intitolata Senior Service, Feltrinelli aveva contatti «con Habash, il più intransigente leader palestinese, con ambienti algerini, con i tedeschi della Rote Armée Fraktion, con le Black Panthers americane, con i Tupamaros uruguagi, con i servizi dell’Est europeo. Tramite un giro di uomini d’affari con ufficio a Ginevra avrebbe tessuto trame a favore di arabi e palestinesi, sostenuto le guerriglie boliviana e venezuelana e gli irredentisti irlandesi, procurato le armi per la resistenza greca e la Spagna antifranchista». Con l’obiettivo, sempre secondo il figlio Carlo, di «collegare tra loro le avanguardie rivoluzionarie ovunque esse siano».

Per Feltrinelli, il modello da applicare doveva essere quello realizzato con successo a Cuba da Fidel Castro. Unendo entusiasmo giovanile e un esasperato intellettualismo, Feltrinelli aveva elaborato un progetto nel quale si individuava nella Sardegna la Cuba del Mediterraneo, che avrebbe rappresentato la culla della rivoluzione nel continente europeo. Non soltanto per le analogie geografiche, ma anche perché sull’isola egli vedeva le condizioni ideali per favorire un processo rivoluzionario. «Ci sono molte buone ragioni» sostiene il figlio Carlo, «perché Feltrinelli si occupi di Sardegna. Forse partono dalla Cartagine del VI secolo a.C.». Qualcuno potrà sorridere oggi di fronte a una visione del genere. Ma gli intellettuali di allora ne rimanevano abbagliati. Come nota Feltrinelli jr in Senior Service: «La Sardegna e il Sud italiano in salsa “terzomondista”: come Vietnam e Corea, Guatemala e Venezuela, Laos e Filippine, Mozambico e Guinea, per una guerra di classe su scala internazionale! In effetti, basta un giornale: eserciti di liberazione intervengono ovunque, metà Guinea è liberata, idem Guatemala, e l’offensiva Têt dimostrerà che la guerriglia può colpire sempre e comunque».

Pare che Feltrinelli avesse individuato nel bandito Graziano Mesina il “Che Guevara della Barbagia” e infatti Mesina nella Sardegna di quegli anni non era un personaggio meno carismatico e leggendario. Non sembri troppo strana l’idea; allora si credeva di guadagnare alla causa rivoluzionaria pure la delinquenza comune e lo si credeva veramente, tanto che ancora recentemente, anche se in maniera un po’ più distaccata, Carlo Feltrinelli poteva scrivere: «la malavita di allora era simpaticamente di sinistra». Su queste presunte simpatie della malavita ci sarebbe tanto da dire, comunque almeno Graziano Mesina non sembrò particolarmente interessato al progetto rivoluzionario. E tutta l’esperienza della Sardegna, portata avanti da Feltrinelli negli anni Sessanta, si risolse in niente di più del rito delle interminabili quanto sterili “assemblee democratiche”, tipiche dell’epoca.

Una delusione ancora più grossa Feltrinelli l’avrebbe ricevuta da Fidel Castro che non mostrò il minimo interesse ad assumere la leadership di questo progetto rivoluzionario sardo-caraibico – altro che Líder Máximo. L’idea di Feltrinelli – ah, benedette idee! – era quella di pubblicare una biografia di Castro e, come il caso Pasternak aveva insegnato, far partire un’operazione editoriale in grande stile che avrebbe interessato il mondo intero e che avrebbe fatto affermare dappertutto il mito della rivoluzione cubana, con la sua capacità di trascinare folle oceaniche verso l’atteso traguardo rivoluzionario. Così almeno credeva Feltrinelli che quindi affidò a Valerio Riva il compito di andare a L’Avana e mettere nero su bianco le gesta di Fidel. Ovviamente, Feltrinelli provvide anche ad arrotolare un bel po’ di banconote da offrire al Líder Máximo. Quale argomento migliore di un bel borsone con venticinquemila dollari poteva esserci per ottenere la sua adesione al progetto?

Purtroppo Riva, benché fosse un grande giornalista – o forse proprio per questo – non si rivelò la persona giusta per scrivere un libro del genere. Mostrò segni di insofferenza già poco dopo l’atterraggio all’Avana. Castro non si mostrò nei suoi confronti particolarmente ospitale, tanto che – scrisse Riva – lo “confinarono” in albergo, «al ventesimo piano d’un grattacielo da cui si vedeva una città mal illuminata. La stanza era leggermente scrostata e sporca. In bagno non c’era sapone: l’aria condizionata funzionava male, mandandomi uno spiffero direttamente sul collo. Passai la maggior parte della notte in piedi, passeggiando su e giù per la camera, torcendomi le mani e domandandomi cosa sarebbe successo il giorno dopo». Il terrore di Riva era proprio questo, che cioè il giorno dopo non sarebbe successo niente, perché «c’è un’usanza curiosa all’Avana. Quando Celia Sanchez avvisa qualcuno che Fidel lo chiamerà a colloquio, il fortunato mortale deve chiudersi nella sua stanza d’albergo, con il telefono a portata di mano, e aspettare il trillo del campanello. Può arrivare a qualsiasi ora del giorno o della notte; si dice che di solito arrivi alle due di notte, ma io credo sia una leggenda. A me, per esempio, è arrivato alle sette del pomeriggio. Il designato deve farsi trovare al suo posto: Castro non chiama due volte. Se chiama e non ti trova, puoi fare i bagagli e andartene».

Riva trovò comunque la maniera di defilarsi dall’operazione e l’affare della biografia di Castro fu portato avanti da Feltrinelli in persona. Ma nemmeno così il progetto sembrava prendere corpo. Si vedeva lontano un miglio che a Fidel Castro non erano le idee di Feltrinelli che interessavano. Lo si capì subito al primo incontro, quando il leader cubano significativamente chiese: «È proprio lui il miliardario?» Nel corso delle conversazioni, Fidel Castro si lasciava andare a lunghi racconti riguardo alle fasi iniziali della rivoluzione cubana; mentre a Feltrinelli interessavano le prospettive che potevano aprirsi e le modalità con le quali l’esperienza cubana poteva dilagare nel mondo intero. Inoltre, Fidel mostrava una scarsa consapevolezza del momento topico che, almeno secondo l’editore, si stava vivendo. Insomma, non si capivano. Si incontravano per giunta su un disadorno terrazzo della residenza di Castro, dove Feltrinelli nelle estenuanti attese si annoiava non poco, sebbene il terrazzo offrisse alcune piccole distrazioni: qualche rudimentale attrezzo ginnico per sgranchirsi gli arti, un canestro per il basket e un bel pollaio con delle galline. Quando poi Castro arrivava, prima che potesse iniziare a dettare le sospirate memorie, non ci si poteva sottrarre a estenuanti e malinconiche partite di pallacanestro uno contro uno.

Chiunque avrebbe capito che Fidel Castro non era minimamente interessato al progetto. Feltrinelli non lo capì o non voleva rassegnarsi. Procedere con l’intervista era poi una vera tortura. In una lettera indirizzata in quei giorni agli amici, riferendosi a Castro, Feltrinelli scrive: «Bisogna cercare di sviarlo dal suo tema preferito. Quello delle vacche. Egli sogna infatti sterminati allevamenti di bovini e, con compiacimento sessuale, l’inseminazione (artificiale) di centomila vacche che nel ’65 gli darà centomila vitelli, di cui 50.000 femmine che potranno essere ingravidate (inseminazione artificiale) nel ’67 e che partoriranno nel ’68 altri 50.000 vitelli di cui 25.000 femmine, e che nel frattempo le 100.000 vacche originarie nuovamente ingravidate… così via in eterno amen. Il Nostro parla sempre, per interromperlo bisogna urlare».

Per non tirarla troppo per le lunghe, l’operazione editoriale delle memorie di Fidel Castro, che tenne occupato Feltrinelli dal 1964 al ’68, non andò in porto, diversamente dal borsone pieno di dollari. Il rapporto con Castro, tra l’altro, ebbe un epilogo traumatico. Nell’aprile del ’67 viene arrestato dalla polizia boliviana Régis Debray, un filosofo francese, teorico della rivoluzione cubana. L’intellettuale dichiara di essere un giornalista, ma la polizia è convinta che sia una spia al servizio di Castro. Il sospetto non è tanto campato in aria dal momento che Debray aveva fatto regolarmente la spola tra Cuba e Che Guevara che si trovava in clandestinità nella regione boliviana di Camiri. Comunque, a questo punto, Fidel Castro manda un suo inviato a Milano perché Feltrinelli faccia valere la sua autorità per far liberare Debray. L’editore sembra credere veramente di avere tutta questa autorità tanto è vero che prende carta e penna e, iniziativa tanto scaltra quanto inutile, scrive al Presidente degli Stati Uniti d’America Lyndon Johnson: «le chiedo Signor Presidente di esercitare la sua influenza per l’immediato rilascio di Régis Debray».

Si impegna, inoltre, a mobilitare intellettuali italiani in favore del filosofo della rivoluzione cubana. Con risultati altrettanto deludenti; glaciale la risposta al telefono di Antonio Giolitti: «Ma Giangiacomo! Sto partendo per Cogne…». Com’è difficile trovare qualcuno che creda veramente nella rivoluzione. A Feltrinelli non rimane che prendere l’aereo e andare personalmente in Bolivia. L’idea è decisamente infelice perché, all’atterraggio, la polizia non si lascia sfuggire la ghiotta occasione di arrestarlo e di tenerlo un po’ in prigione prima di rispedirlo in malo modo in Italia. E la maledizione boliviana di Feltrinelli non finì qui.

Terminata l’infatuazione cubana, Giangiacomo Feltrinelli torna a rivolgere la sua attenzione al Vecchio Continente, dove sembra che si siano finalmente riaperti i giochi per la rivoluzione. Si è infatti all’alba del Sessantotto. L’editore si sposta continuamente tra Italia, Austria, Germania, Francia e Svizzera. In America Latina aveva cominciato ad accarezzare l’idea della lotta armata e quindi dà vita ai Gap, Gruppi d’Azione Partigiana, con l’obiettivo di creare un Esercito Popolare di Liberazione (EPL-Comunismo e Libertà-Vittoria o morte). «Nella primavera del ’71» scrive Carlo Feltrinelli in Senior Service, «ci sono i primi incontri con i dirigenti delle Brigate rosse, in particolare con Renato Curcio e Alberto Franceschini. Per quest’ultimo, ventenne emiliano, dalle giovanili del Pci alla prima sovversione, l’appuntamento fisso è di solito ai giardini del Castello. “Sapevo bene che Feltrinelli era molto più dei Gap, per i suoi viaggi, le sue conoscenze, la casa editrice. Ho sempre avuto l’impressione che lui sapesse qualcosa più di noi. Non era spontaneista, aveva uno schema insurrezionale, un progetto globale…”».

È difficile da questo momento in poi dire chi sia l’editore Giangiacomo Feltrinelli: potrebbe essere considerato un terrorista con l’obiettivo della lotta armata, ma il suo ruolo pubblico di editore poco si concilia con la clandestinità. Non ci sono dubbi che in lui vi fossero motivazioni ideali, trasparenti rapporti politici e tanta ingenuità, aspetti anche questi poco compatibili con l’organizzazione terroristica. Un esempio del suo candore si trova in una lettera che in quel periodo scrive dalla Germania al suo unico figlio Carlo in occasione del suo ottavo compleanno. Scrive Feltrinelli: «Caro Carlino… il mondo, e anche l’Italia, è diviso in due categorie di persone, in due classi; quelli che hanno i soldi, terreni, fabbriche, case e quelli che non hanno soldi». Possiamo capire – per inciso – la confusione di questo bambino che scopre di appartenere alla categoria sbagliata. Se tutto ciò non avesse avuto un esito così terribile, come furono gli anni di piombo, tutto si sarebbe potuto risolvere in un moto di tenerezza. Il piccolo Carlo, in un’altra occasione, per esempio scriveva: «Con noi c’è qualche ospite. Valerio Morucci di Potere Operaio è della partita e partecipa alle nostre battaglie sulla neve».

Tra giocare a palle di neve e fare la lotta armata – chiunque lo capirebbe – il passo è troppo lungo. Non è così che si fanno le rivoluzioni. Anche Feltrinelli doveva capirlo. Ma la sua ostinazione era tale che, evidentemente, non gli era possibile tornare sui suoi passi. Con le sue mani fabbricava ordigni senza avere la necessaria competenza, come fossero appunto palle di neve. E c’era anche qualcosa di tragicamente ideologico in questo. Secondo quanto scrive il figlio Carlo, Feltrinelli credeva che «il militante dev’essere ingegnoso e suoi strumenti devono essere “strumenti di massa”, cioè di semplice fattura, confezionati con materiali comuni e poco costosi». Il figlio Carlo ha ritrovato un manuale con le istruzioni per fabbricare questi ordigni di semplice fattura, al quale il padre potrebbe essersi ispirato, e dove si arriva a consigliare di utilizzare «una miscela con pastiglie di clorato di potassio (si trova in farmacia) e zucchero a velo, quello per dolci». Secondo i ricordi di Valerio Morucci, una volta avrebbe messo insieme due componenti molto improbabili che riuscì a far brillare. Morucci vide la fiamma e nell’espressione di Feltrinelli un misto di anarchico italiano, comunista cubano e studioso del Talmud. Sempre secondo le istruzioni contenute in questo terribile manuale per terroristi “giovani marmotte”, «per i dispositivi a tempo, per i circuiti di accensione elettrica si può sfruttare il principio di dilatazione dei semi secchi. Se è vero che i piselli, i fagioli o altri semi disidratati aumentano del 50% il loro volume nell’acqua, la loro dilatazione può spingere verso l’alto una lamina, avviando il dispositivo del contatto». Si tratta di “istruzioni per l’uso” così assurde che il “compagno” Alberto Franceschini è giunto a ipotizzare che possano essere state fatte circolare a bella posta dagli americani per provocare atti di autolesionismo nelle fila del terrorismo rosso.

Il  1° aprile del 1971 al consolato boliviano di Amburgo, in Germania, aprono la porta a una giovane donna che aveva chiesto udienza. Una volta giunta al cospetto del console, la ragazza – una faccia da bambolina – estrae la pistola e uccide freddamente il console. La donna aveva dichiarato di essere di nazionalità australiana e nessuno poteva immaginare conoscesse già il console boliviano Quintanilla. Il console aveva un pesante passato alle spalle. Il colonnello Roberto Quintanilla Pereira era stato in Bolivia uno spietato torturatore; fu proprio lui a mozzare le mani a Che Guevara. La ragazza, Monika Ertl, era stata l’amante di Inti Peredo, l’erede del Che. Anche Inti Peredo fu poi torturato e ucciso dallo stesso colonnello Quintanilla.

Questo spiega cosa avvenne nel consolato boliviano di Amburgo quel giorno del ’71. Non si spiega invece come mai tra gli oggetti persi dalla ragazza nella fuga vi fossero la pistola appartenuta a Giangiacomo Feltrinelli e un foglietto dove c’era scritto “Vittoria o morte. Eln” riferibile anche questo alla formazione militare fondata da Feltrinelli. Si sa che in quel momento la guerriglia boliviana era a caccia di denaro e si può supporre che Feltrinelli avesse provveduto a procurare questo denaro, come era solito fare, e che avesse anche affidato la sua pistola personale, regolarmente dichiarata, per compiere azioni terroristiche. Sarebbe però veramente strano che un terrorista come Feltrinelli, se possiamo ritenerlo davvero tale, agisse così scopertamente nella sua azione criminale.

Che la pistola usata nell’attentato del colonnello Quintanilla fosse sua, l’ha confermato anche Valerio Morucci perché una volta la vide distinamente sotto la sua ascella, sulla striscia di cuoio che dalla fondina sale alla spalliera. Questo è un particolare importante perché dimostrerebbe la volontà di Feltrinelli di mettere la sua firma sull’attentato. Nello stesso tempo Giangiacomo Feltrinelli, che tra l’altro non compariva in pubblico da un anno e mezzo, fa perdere definitivamente le sue tracce. C’è chi sostiene che la sua latitanza è la conferma indiretta del suo coinvolgimento nell’omicidio di Quintanilla, ma secondo il parere di alcuni esponenti del Pci dell’epoca Feltrinelli si nasconde perché teme per la sua vita. Nessuno può dire, dunque, se Feltrinelli agisse da terrorista o meno.

Forse nemmeno lui sapeva bene da che parte andare. Inseguendo il miraggio della rivoluzione, forse Feltrinelli si era davvero smarrito. La sua terza moglie Inge, che è stata al suo fianco più delle altre donne e che lo conosceva bene, ha detto: «A un certo punto però mi resi conto che aveva imboccato una strada senza ritorno. Sul mio diario annotai: “He is lost”, è perso». Disse anche: «Non capiva più niente della realtà. Si sentiva assediato dalle forze del male. Secondo le sue informazioni era imminente un colpo di Stato di destra e lui voleva salvare il paese, organizzando la resistenza. Si era rinchiuso in una specie di carcere mentale».

In un articolo pubblicato sul Secolo XIX nella ricorrenza dei quarant’anni dalla morte di Feltrinelli, Enrico Deaglio scrive: «Io mi ricordo benissimo che – era il marzo del 1972 – il Corriere della Sera pubblicò una fotografia in prima pagina, sfocata. Si vedeva un traliccio dell’Enel, alla periferia di Milano, e sotto un cadavere. “Cadavere di uno sconosciuto” che voleva far saltare il traliccio e tagliare la luce a Milano. Però mia zia, che era un tipo strano (e aveva anche avuto un piccolo ictus), guardò la foto e disse: “È Feltrinelli”. Non ho mai capito come le fosse venuto in mente, ma aveva ragione. Secondo me, le persone anziane, specie se hanno avuto un piccolo ictus, vedono cose che noi non vediamo. Per esempio, nella foto il cadavere non aveva i baffi; ma mia zia disse proprio così: “Mettigli i baffi e vedi che è Feltrinelli”. Un giorno o due dopo, non ricordo, la polizia – per l’esattezza il commissario Luigi Calabresi, che si occupava della violenza politica in città – comunicò che l’uomo trovato morto sotto il traliccio era il famoso editore Giangiacomo Feltrinelli, di 46 anni, milanese, miliardario comunista, amico di Fidel Castro. Dissero che l’editore era da alcuni mesi “entrato in clandestinità” e che era morto mentre progettava un gesto terroristico. Molti non credettero a questa versione. Dissero che Feltrinelli era stato assassinato, portato sul traliccio drogato, ucciso dalla Cia. Ma, in buona sostanza, come si capì dall’inizio, le cose erano andate proprio così».

Certo, non è escluso che i fatti siano andati diversamente. Ferdinando Imposimato, per esempio, sostiene che dietro la morte di Feltrinelli ci siano grossi e inconfessabili segreti. Ma bisogna dire ormai che troppo tempo è passato e almeno qualcosa di questi segreti sarebbe dovuto venire fuori. Del resto, sono tante le testimonianze di ex terroristi che hanno confermato la fatale attrazione di Feltrinelli verso gli esplosivi e la sua palese imperizia nel maneggiarli. Lo stesso figlio Carlo pensa che la morte sia dovuta al cattivo funzionamento di un congegno a tempo, sebbene si potrebbe ipotizzare anche che qualcuno lo abbia potuto manomettere volutamente: «l’esplosione avvenne per un movimento brusco in cima alla trave (la tela della tasca che preme sulla calotta dell’orologio, il perno che fa contatto) oppure qualcuno preparò il timer con i minuti al posto delle ore?»

Quando qualcuno muore, svanisce anche la possibilità di avere delle risposte ad alcune domande. Questa del timer sarebbe stata una di quelle domande. Quando qualcuno fatalmente si smarrisce e imbocca una strada senza ritorno, c’è forse chi può rispondere al posto suo? Di Feltrinelli rimarranno pertanto soltanto delle domande; e tutt’al più quel grido di cui fu testimone il figlio e che, in un momento d’ira, Giangiacomo Feltrinelli si lasciò sfuggire: «tutto, ma proprio tutto dovrà cambiare e cambierà».

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