Isabella Morra, poetessa lucana che anticipò Giacomo Leopardi.

Foto di E. Policicchio

Sul fiume Sinni, in Lucania, a venti chilometri dalla foce, si incontra Valsinni. Apparentemente, in questo paese, nulla sarebbe degno di nota. Ma nel novembre del 1928 Benedetto Croce volle venire qui “tratto dal desiderio” di mettersi sulle tracce di una giovane poetessa vissuta nel XVI secolo, una donna che poi il filosofo proporrà a tutta la cultura italiana come modello di libertà, in anni in cui questa libertà faticava ad affermarsi: Isabella Morra. Dopo la scoperta di Croce, alla poesia della Morra qualcuno ha cominciato a guardare come a una delle voci più originali della lirica cinquecentesca italiana.

Isabella era figlia del barone Giovan Michele Morra. Il quale, in uno dei momenti di maggiore tensione politica e militare dell’Europa, aveva lasciato la famiglia e il suo castello sul fiume Sinni per riparare a Parigi, alla corte di Francesco I. Il castello e il borgo si rivelarono per la giovane poetessa ambienti ostili, in particolare per l’indole violenta dei fratelli. Tutta la poesia di Isabella Morra è permeata di nostalgia per il padre lontano e di attesa del suo ritorno: «D’un alto monte onde si scorge il mare / miro sovente io, tua figlia Isabella, / s’alcun legno spalmato in quello appare, / che di te, padre, a me doni novella».

La poesia di Isabella, sebbene segnata dal dolore per la solitudine e per la violenza di cui è vittima – «scrivo piangendo» – non è però una poesia disperata. Ella, anzi, ha uno sguardo carico di dolcezza rivolto proprio alla sua terra selvaggia; sostenuta, in questo, da una fede in ciò che abbatte «le porte di ogni duro core, cacciando il vizio fore».

Isabella fu assassinata brutalmente dai suoi stessi fratelli Cesare, Decio e Fabio; ma ella aveva imparato a guardare con pietà anche alla violenza, a invocare la grazia celeste capace di cambiare il cuore dei prepotenti e di «infiammargli a poco a poco, / e co’ leggiadri detti e gravi e belli / render beati e pien di grazia quelli».

Valsinni è un paese con un piccolo borgo medievale, dove la giovane Isabella Morra visse e fu uccisa. Da dove per anni scrutò invano il ritorno del padre lontano e attese la sua protezione. Come ci ha voluto insegnare Benedetto Croce, questo remoto borgo lucano merita un pellegrinaggio da parte di quanti hanno a cuore la libertà personale, la dignità della donna, gli affetti familiari e il senso più profondo della propria esistenza.

La poesia di Isabella Morra non è molto conosciuta in Italia; paradossalmente, è più conosciuta all’estero che nella sua terra, al di là dei racconti di qualche benemerito cantastorie. Se può sembrare eccessivo accostarla a Giacomo Leopardi, non si può non riconoscere che quasi tre secoli prima ella ha anticipato qualcosa del genio del grande poeta. Entrambi furono costretti «in questo / natio borgo selvaggio, intra una gente / zotica, vil» come dirà Leopardi e, inoltre, sembrano precursori di quelli del poeta di Recanati alcuni versi di Isabella: «Degno il sepolcro, se fu vil la cuna, / vo procacciando con le Muse amate».

Come, per esempio, scriverà nella Rima XI: «dirò con questo stil ruvido e frale / alcuna parte de l’interno male / causato sol da te fra questi dumi, / fra questi aspri costumi / di gente irrazional, priva d’ingegno, / ove senza sostegno / son costretta a menare il viver mio, / qui posta da ciascuno in cieco oblio».

Sono versi pieni di amarezza per una “crudel Fortuna”. Tutto questo infatti sembravano suggerire, apparentemente, le circostanze della vita di Isabella Morra. Eppure, bisogna dire che mentre il percorso umano di Giacomo Leopardi si concluse con una non redenta domanda di salvezza, a Isabella capitò invece di andare incontro «con sí verace affetto» allo sguardo amoroso dell’eterno amante, uno sguardo tanto dolce – «occhi che date al sol la vera luce» – da racchiudere in un solo volto umano tutta la bellezza dell’universo. Bellezza assoluta che per la sua potenza ha la capacità di volgere ogni cosa alla misericordia: «Signor, nel piano spazio di tua fronte / la bellezza del Ciel tutta scolpita / si scorge, e con giustizia insieme unita / de l’alta tua pietade il vivo fonte, / e le pie voglie a perdonarci pronte».

È in questa misericordia che l’uomo, per Isabella, nonostante tutte le avversità cui può andare incontro, ritrova la pace e il senso più profondo della propria esistenza: «Signor, da questa tua divina bocca / di perle e di rubini escon di fore / dolci parole ch’ogni afflitto core / sgombran di duolo e sol piacer vi fiocca / e di letizia eterna ogniun trabocca. / Guancie di fior celesti adorne, e piane / a le speranze umane; / corpo in cui si rinchiuse il Cielo e Dio, / a te consacro il mio: / la mente mia qual fu la tua statura / con gli occhi interni già scorge e misura».

Così, nelle circostanze della vita, che pure l’avevano fatta gridare alla crudel Fortuna ma che adesso sono quelle «fortunate strate, donde adopra il Signor», Isabella Morra scorge la statura del Mistero. «Così contemplo Cristo», recita; e lo fa attraverso quelle stesse circostanze: «Per voi, grotta felice, / boschi intricati e rovinati sassi. / Sinno veloce, chiare fonti e rivi, / erbe che d’altrui passi / segnate a me vedere unqua non lice, / compagna son di quelli spirti divi, / c’or là su stanno in sempiterno vivi, / e nel solare e glorïoso lembo / de la madre, del padre e del suo Dio / spero vedermi anch’io / sgombrata tutta dal terrestre nembo, / e fra l’alme beate / ogni mio bel pensier riporle in grembo. / O mie rimote e fortunate strate, / donde adopra il Signor la sua pietate!»

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