Anna Achmatova, un’esile voce nel Grande Terrore sovietico (3)

(Continua dalla Seconda parte)

Dopo la morte di Stalin, Anna Andreevna Achmatova fu formalmente riabilitata; non bisogna pensare però che in Unione Sovietica ciò potesse significare aver riacquistato, improvvisamente, piena libertà di parola. Del resto, si capì ben presto quanto il “disgelo” visto sotto Chruščëv fosse di corto respiro. In sostanza, ben poco cambiò nella vita di Anna Andreevna e le sue poesie continuarono a non essere pubblicate o a essere inserite, al massimo, in qualche edizione limitata. La sua opera più importante, Requiem, continuò a circolare soltanto clandestinamente. Nonostante ciò, la voce dell’Achmatova riuscì a infrangere il muro di silenzio che era stato costruito attorno a lei. Come spesso accade, in un certo senso la sua fama fu favorita probabilmente dalla stessa censura. Ancora più inspiegabile fu che la poetessa scampasse all’arresto e alla deportazione. Forse per il potere sovietico la sua popolarità non consentiva di sottoporla, a cuor leggero, a misure repressive. O forse per quello che si diceva prima e che era ben noto al Cremlino; che cioè la censura accresce la fama.

Comunque sia, in Occidente il “disgelo sovietico” dei tempi di Chruščëv venne percepito come una reale apertura dietro la quale poteva esserci un promettente processo di liberalizzazione. Fu a questo punto che nel 1956 “l’amico inglese”, il filosofo oxfordiano Isaiah Berlin, pensò che fosse giunto il momento propizio per un nuovo viaggio a Mosca e per fare ritorno dai suoi amici russi. L’illusione attorno alla natura di questa nuova fase storica creò però qualche incidente; come era avvenuto, del resto, ai tempi del primo viaggio di Berlin nell’immediato dopoguerra. Insomma, andrà a finire che l’incontro tanto atteso con la poetessa non ci fu.

Avvenne infatti che, giunto a Mosca, Berlin si era messo in contatto con Boris Pasternak e fu a questi che chiese di vedere la sua amica Anna Andreevna, la quale in quel periodo si trovava proprio nella capitale russa. Stranamente, però, Pasternak pensò di far precedere questa visita da una telefonata. L’iniziativa appare un po’ oscura; tutti sapevano che il telefono dell’Achmatova era sotto controllo e che una telefonata avrebbe immediatamente allertato il servizio di spionaggio, mettendo in grave difficoltà la poetessa. Era una cosa talmente inopportuna da far sorgere il sospetto che l’obiettivo di far naufragare l’incontro fosse, da parte di Pasternak, intenzionale. L’autore del Dottor Živago e la poetessa erano molto amici; ma non è escluso che in quel momento Pasternak avesse tutto l’interesse a seminare un po’ di zizzania. La prova potrebbe essere il fatto che egli rivelò all’Achmatova, senza che ce ne fosse reale necessità, che Isaiah Berlin era giunto a Mosca in compagnia della sua “bellissima” moglie. Era una gratuita cattiveria; il fatto che la poetessa fosse follemente innamorata dell’amico inglese era sulla bocca di tutti e il titolo del libro di Dalos Innamorarsi a Leningrado è a questo proposito abbastanza esplicito. Non si può dire con certezza che le cose stessero effettivamente così, comunque non si può nemmeno negare che la “soffiata” di Pasternak indispettì oltremodo l’Achamatova la quale chiese conto allo stesso Berlin del particolare in questione. È Berlin a rendere di pubblico dominio il dialogo telefonico e le parole della sua amica: «Sì, Pasternak mi ha detto che Lei e sua moglie siete a Mosca. Non posso incontrarla per motivi che proprio a Lei dovrebbero essere chiari. Possiamo parlare al telefono, perché così anche loro sapranno di cosa discorriamo. Da quando è sposato?». «Non da molto», risposi. «E per la precisione?». «Da febbraio di quest’anno».

La conversazione, breve ma incalzante, ha diversi aspetti interessanti. Che il fattore determinante fosse stato la gelosia o altro, la conseguenza fu che questa telefonata compromise la possibilità di incontrare l’Achmatova. Perché Pasternak si comportò in questo modo? Perché volle mostrare a Berlin di essere nelle grazie della poetessa evitando però, nello stesso tempo, che i due si incontrassero? La ragione potrebbe essere ricercata nelle grandi manovre per l’attribuzione del premio Nobel per la letteratura, in corso proprio in quel periodo, e non è escluso che l’Achmatova e Pastenak ritenessero che Berlin avesse qualche influenza in proposito. Pasternak sapeva di avere buone chance per il premio, ma sapeva anche che una delle concorrenti più temibili era proprio la sua amica. Quindi, con tutto il bene che poteva volere ad Anna Achamatova non si sottrasse alla tentazione di pilotare la vicenda in maniera tale da evitare che lei fosse avvicinata da chi potesse apprezzarne il valore. E si sa quanto Berlin – innamorato o no – fosse attratto dalla personalità dell’Achmatova. Si tratta comunque di peccati veniali, abbastanza frequenti nei rapporti tra gli scrittori, che nel caso dei due autori russi non compromise l’amicizia, a parte un’unica nota negativa: qualche frecciata velenosa da parte dell’Achmatova per mettere in dubbio l’effettivo valore del Dottor Živago.

L’incidente si concluse così e, in fondo, Anna Andreevna Achmatova non se la prese più di tanto della mancata possibilità di rivedere il suo amico Berlin. In quel momento aveva ben altri pensieri. Suo figlio Lev, infatti, aveva appena fatto ritorno dal Gulag e, oltre a dover stare ben attenta che non ci facesse ritorno – cosa non infrequente nei paesi comunisti – la poetessa doveva fronteggiare i difficili rapporti con lui che purtroppo manifestò la terribile convinzione di essere stato trattenuto nel campo per colpa della madre, con il suo rifiuto di chiedere la grazia. Sebbene la circostanza fosse del tutto falsa e frutto soltanto del lavaggio del cervello subito da Lev negli anni della detenzione, sembrava impossibile pervenire a un chiarimento; infatti, il figlio arriverà alla definitiva rottura nei rapporti con la madre.

Attorno ad Anna Achmatova si era venuta a creare una situazione spiacevole e un po’ tutti si rendevano conto della necessità di far qualcosa per un giusto riconoscimento del valore letterario della poetessa russa, essendo sfumato il massimo riconoscimento del Nobel, il “nobeluccio” – per usare un’espressione dell’Achmatova. Perfino il regime sovietico era interessato a fare qualche passo in tal senso. Effettivamente, l’Achmatova meritava davvero il Nobel. Si pensi che ben tre scrittori che ebbero modo di frequentare la poetessa furono insigniti di questo importante riconoscimento: Boris Pasternak, Joseph Brodsky, Aleksandr Solženicyn. Questo basta a capire quanto lo meritasse la stessa Achmatova.

In questo contesto maturò la possibilità di conferire ad Anna Achmatova nel 1964 il premio Etna-Taormina, istituito in Italia per iniziativa della Comunità europea degli scrittori. Il premio, certamente non paragonabile per prestigio al Nobel, aveva la dotazione di un milione di lire che era una cifra indubbiamente modesta ma per niente trascurabile per le tasche del cittadino sovietico dell’epoca. A parte ciò, la cerimonia di premiazione dava la possibilità all’Achmatova di uscire dall’Unione Sovietica dopo essere stata impedita per circa venticinque anni e di poter ritornare, addirittura a cinquant’anni di distanza, nella sua amata Italia. Inoltre, proprio nei giorni in cui sarà in Italia, giungerà la notizia che l’Università di Oxford aveva deciso di conferire ad Anna Achmatova la laurea honoris causa in Letteratura.

Era un riconoscimento straordinario quello che avrebbe ricevuto a Oxford. Tuttavia, forse ancora più gratificante era per la poetessa essere in Italia. L’Achmatova amava il “bel paese”, come anche altri poeti russi della sua generazione e come in genere gli intellettuali pietroburghesi, a cominciare dallo stesso Dostoevskij, per il ruolo che ha avuto nella letteratura la poesia italiana, particolarmente Dante e Leopardi. Il viaggio in Italia era per lei un’occasione importante, avendo intrapreso tra l’altro il non facile lavoro di traduzione in russo del poeta di Recanati.

Alla notizia della premiazione, l’Achmatova scrive a Giancarlo Vigorelli, organizzatore della manifestazione e segretario generale della Comunità europea degli scrittori: «Caro Giancarlo, la Sua lettera, con la quale sono stata informata che mi viene assegnato il Premio Taormina, mi ha arrecato una vivida gioia. Non voglio a questo proposito né brillare per arguzia, né celarmi dietro una falsa modestia, ma questa notizia, che mi giunge dal paese che ho amato teneramente per tutta la mia vita, ha gettato un raggio di luce sul mio lavoro. La prego, caro Giancarlo, di partecipare la mia gratitudine agli amici che mi hanno prescelta e di ricordarsi che mi ha fatto particolarmente piacere ricevere questa notizia proprio da Lei. In questi ultimi tempi, i miei pensieri sono rivolti all’Italia, poiché ho intrapreso a tradurre in russo l’intiero volume delle poesie di Leopardi e ho una gran voglia di visitare di nuovo la Sua Patria per immergermi nell’elemento della lingua italiana e vedere la casa in cui visse e creò il Grande Poeta».

Come si vede, non si tratta di parole di circostanza, come non era un mero interesse letterario, da parte della poetessa russa, quello della traduzione di Leopardi. Lo conferma anche Adriano Dell’Asta sul quotidiano Avvenire del 29 giugno 2011, in occasione della pubblicazione della traduzione dell’Achmatova. «Molte sono le cose che uniscono Anna Achmatova e Giacomo Leopardi» scrive Dell’Asta, «e proprio queste molte cose che uniscono i due poeti rendono le traduzioni dell’Achmatova qualcosa di più di un semplice esercizio poetico o anche di un commovente omaggio di un poeta all’altro. A unire dunque i due poeti, innanzitutto, c’è “l’ospite dolce col flauto nella mano”, che unisce tutti i poeti, toccandoli nell’intimità del cuore e facendoli propri sacerdoti. Poi c’è il fatto che questo possesso, quanto più scende nelle profondità segrete dell’anima, tanto più si espande a investire tutto l’universo e a restituirlo al poeta “nell’organica unità delle parti che lo compongono”, cioè come un tutto dotato di senso. Il poeta, infatti, come diceva Sinjavskij in un indimenticabile studio su Pasternak, “fonde in qualcosa di organico, in un tutt’uno, le parti frammentarie della realtà e con ciò stesso incarna in un certo senso la grande unità dell’universo”».

Questi due grandi poeti sono uniti, oltre che dalla Musa, “ospite dolce col flauto nella mano”, anche da qualcosa che va oltre la poesia. Dell’Asta conclude l’articolo con una riflessione molto bella: «I due poeti si incontrano ancora una volta: al culmine della disperazione, nella preghiera. Ma non capiremmo sino in fondo questa comunione se non capissimo che questa comune preghiera nasce dall’identica domanda dell’uomo, che vuole capire e dire sino in fondo il senso del proprio esistere: vuole ritrovare il senso della propria umanità mortale e finita di fronte all’infinito, come succede con Leopardi, o vuole ritrovare e restaurare il mistero del volto umano di fronte alla riduzione e alla negazione dell’umano tentata dai regimi totalitari, come succede con l’Achmatova. Questa esperienza unica diventa l’esperienza comune della letteratura russa del XX secolo, quando questa letteratura, posta di fronte al rischio reale dell’annullamento completo di sé e dell’umano, ha avuto l’occasione di riproporre all’umanità, con una radicalità nuova, l’eterna domanda dell’uomo e del poeta. Nei suoi grandi protagonisti come l’Achmatova, la letteratura russa del XX secolo, segnata dalla prova dei campi di concentramento, ha vissuto in una maniera drammaticamente del tutto nuova una sorta di discesa agli inferi, passando (proprio grazie ai campi) attraverso l’esperienza di una vera e propria morte-risurrezione».

Nel suo viaggio in Italia, le cose non andarono però come Anna Andreevna avrebbe voluto. La poetessa era molto provata per l’età avanzata, per il suo non buono stato di salute e per la fatica di un estenuante viaggio che compì, tra i rigori dell’inverno russo, con un treno che giungerà a Roma dopo quattro giorni. Non riuscì, perciò, ad andare a Recanati né sulla tomba di Leopardi. E l’atmosfera che troverà a Catania dove si svolse la cerimonia della consegna del premio non si rivelerà del tutto congeniale a lei. Pier Paolo Pasolini, presente anche per la proiezione del suo nuovo film Il Vangelo secondo Matteo, dedicò all’Achmatova una poesia che la poetessa mostrerà di non gradire molto e che Pasolini aveva scelto di intitolare Quasi alla maniera dell’Achmatova. Era una scelta poco felice da parte di Pasolini, dal momento che nell’eventualità la poetessa non si fosse riconosciuta nella “maniera” in cui veniva rappresentata, la poesia avrebbe perso la sua efficacia. E così fu, purtroppo. Ancora più imbarazzante sarà il fatto che i versi dedicati all’Achmatova saranno inseriti in una raccolta intitolata Poesie marxiste. Si può immaginare che effetto avrebbe potuto fare l’esaltazione del marxismo in una poetessa vittima del grande terrore staliniano, nel caso fosse venuta a conoscenza di ciò. È un peccato, un po’ perché Pasolini stimava sinceramente Anna Achmatova, un po’ perché bisogna riconoscere che, al di là di tutto, Pasolini è riuscito a cogliere il senso della poetica achmatoviana, quando scrive: «Nulla esiste se non si misura col mistero: / che testimonianza avremmo degli “eventi” / se non cantasse prima e dopo di loro / un passero col suo canto lieve e severo?»

Queste incomprensioni però vanno collocate in un clima di grande tensione che si respirava in quei giorni. Nikita Chruščёv era stato destituito con un colpo di mano di Leonid Brežnev e  il processo di disgelo avviato in Unione Sovietica si era interrotto nel peggiore dei modi. Anche il viaggio in Italia di Anna Achmatova sarebbe stato probabilmente annullato se non fosse stato per un fatto curioso: era stato lo stesso Brežnev, in qualità di Primo segretario del Comitato Centrale del partito comunista sovietico, a seguire la questione del viaggio in Italia e a concedere alla poetessa l’autorizzazione finale. Per questo, il nulla osta non poteva essere revocato facilmente. Che il clima fosse cambiato lo rivela anche un simpatico episodio. Giunta a Catania, l’Achmatova fu sistemata in una stanza d’albergo diversa da quella che era stata prenotata; sicché quando i suoi “angeli custodi” sovietici bussavano alla porta, non ricevendo nessuna risposta, temettero che la poetessa fosse fuggita per riparare all’estero. Ma chi temeva questo non conosceva evidentemente Anna Achmatova.

Già nel ’17 la poetessa infatti aveva composto Piantaggine, una poesia che recitava: «Una voce mi chiamava confortevole, / Dicendo: “Vieni qui, lascia / Il tuo paese peccaminoso e sordo, / Lascia la Russia per sempre. […] Ma calma e indifferente / Mi tappai con le mani gli orecchi». Tanto tempo era trascorso da allora e quante nuove pene gravavano sul cuore dolente dell’Achmatova. Nonostante ciò, mai Anna Andreevna avrebbe abbandonato l’amata patria, la misteriosa madre Russia, senza della quale le sembrava inconcepibile la sua stessa esistenza, come aveva mirabilmente intuito Pasolini: «Nulla esiste se non si misura col mistero».

Quello che aveva scritto nella poesia A molti nel 1922, per Anna Andreevna Achmatova era un impegno vincolante. Sarebbe rimasta per sempre nella sua Russia, anche a rischio di perdere tutto, di essere rifiutata e dimenticata: «Io sono la vostra voce, il calore del vostro fiato, / il riflesso del vostro volto, / i vani palpiti di vane ali… / fa lo stesso, sino alla fine io sto con voi. / Ecco perché amate così cúpidi / me, nel mio peccato e nel mio male, / perché affidaste a me ciecamente / il migliore dei vostri figli; / perché nemmeno chiedeste di lui, / mai, e la mia casa vuota per sempre / velaste di fumose lodi. / E dicono: non ci si può fondere più strettamente, / non si può amare più perdutamente… / Come vuole l’ombra staccarsi dal corpo, / come vuole la carne separarsi dall’anima, / così io adesso voglio essere scordata».

In parte, sarà così; Anna Andreevna, se non dimenticata, non viene ricordata come si dovrebbe. La sua voce ha però trionfato lo stesso. Per farla tacere non è servito nemmeno un enorme potere repressivo come quello del grande terrore staliniano, con la sua raccapricciante ferocia. Pertanto, per sempre e miracolosamente, si potrà ascoltare la sua voce, così dolce e rassicurante, che ripete: «Sino alla fine io sto con voi…». Sì, non si può amare più perdutamente di così.

(Fine)

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