Anna Achmatova, un’esile voce nel Grande Terrore sovietico (2)

(Continua dalla Prima parte)

Il soggiorno in Russia del 1945 si stava rivelando, per Isaiah Berlin, più fecondo di quanto si potesse sperare, nonostante la banalità delle circostanze che avevano favorito gli incontri. A Mosca Berlin era riuscito a vedere Boris Pasternak al quale aveva da consegnare un paio di stivali affidatogli dalle sorelle dello scrittore, esuli in Inghilterra; e questa fu l’occasione per stabilire con lui un rapporto duraturo. Aveva inoltre potuto far visita ad Anna Achmatova a Leningrado, dalla quale tra l’altro aveva ottenuto informazioni di prima mano anche sul conto di Osip Mandel’štam, morto miseramente sette anni prima; erano le informazioni di cui diceva di avere assoluto bisogno Maurice Bowra, importante critico letterario inglese.

La conversazione di Berlin con l’Achmatova nella casa sulla Fontanka fu, come era prevedibile, piuttosto contrastata e non priva di conseguenze. Nel corso dell’incontro, a un certo punto, sentirono provenire dalla strada delle urla. Nel suo libro Innamorarsi a Leningrado. Anna Achmatova e Isaiah Berlin – Donzelli Editore, 2007 – György Dalos scrive: «Ci fu un contrattempo al quale in seguito sia Berlin sia l’Achmatova avrebbero attribuito grande importanza. Il giornalista Randolph Churchill, figlio dello statista britannico, si trovava a Leningrado come corrispondente di alcuni giornali inglesi. Giunto in albergo sentì per caso che Isaiah Berlin, che conosceva dai tempi degli studi a Oxford, era in città. Preso dall’entusiasmo andò a cercarlo, poiché lo considerava un collega e un interprete ideale. Trovò effettivamente Fontannij Dom e lo chiamò ad altra voce dalla strada: “Isaiah! Isaiah!”. Questa scena, molto plateale per le condizioni dell’epoca, poteva diventare spiacevole e pericolosa per i cittadini sovietici coinvolti. Berlin decise dunque di accomiatarsi per il momento dall’Achmatova e rimandò l’incontro con lei alle nove di quella sera».

Ma questo non fu l’unico imprevisto. Anche l’incontro serale fu avversato dalla presenza di una «visitatrice non invitata e priva di tatto» – come la definisce György Dalos – che si intrattenne fino a mezzanotte. Erano piuttosto frequenti nell’Unione Sovietica scene di questo tipo, dove con un pretesto qualsiasi si presentava in casa un inatteso “visitatore”. Nadežda Mandel’štam, in L’epoca e i lupi, offre un’interessante descrizione di questi visitatori di professione – o, meglio, “semiprofessionisti”: «In ogni caseggiato venivano svegliate, a questo scopo, sempre le stesse persone – già stabilite in precedenza – mentre in provincia due testimoni erano sufficienti per tutta una strada o per un isolato. Vivevano una doppia vita: di giorno lavoravano per l’amministrazione dello stabile come falegnami, portieri, idraulici (altrimenti perché i nostri rubinetti dovevano sempre perdere acqua?) e di notte, quand’era necessario, si trattenevano fino al mattino negli appartamenti altrui». C’era uno di questi visitatori in casa di Osip Mandel’štam quando lo arrestarono, ce n’era uno in casa di Anna Achmatova quando era presente Berlin, il quale però ebbe la pazienza di attendere che la “visitatrice non invitata” abbandonasse il campo.

Fu a questo punto che l’incontro tra l’Achmatova e Berlin assunse un tono confidenziale e, secondo qualcuno, di affettuosa intimità, tanto da spingere György Dalos a dare al suo libro quel titolo che diede. Certo, ci fu qualcosa di irrazionale che trascinò i due nel campo minato delle confidenze. In un regime come quello di Mosca, anche le confidenze, col loro carico di “informazioni riservate” che si porta dietro, erano considerate inevitabilmente “attività antisovietiche”. I due si lasciarono andare pericolosamente a libere considerazioni sui loro legami di amicizia, sul destino del povero Mandel’štam – già questo bastava a far scattare misure repressive – e di una serie di altri amici dell’Achmatova che erano fuggiti all’estero.

Quando poi, su questo incontro con l’Achmatova e forse tradendo involontariamente la fiducia accordatagli, Berlin stilò un rapporto al Foreign Office, alla polizia sovietica il quadro sembrò chiaro: spionaggio. Se l’Achmatova non ne fu consapevole subito, della cosa se ne renderà conto alcuni mesi dopo. Nell’agosto successivo, infatti, i dirigenti del partito di Leningrado e dell’Unione degli scrittori furono convocati a Mosca al cospetto di Stalin in persona, per comunicazioni riguardo alla decisione di tenere a Leningrado una non meglio precisata “importante riunione”. Alla presenza di Andrej Ždanov, segretario del partito a Leningrado ma soprattutto braccio destro di Stalin nella sua azione di repressione culturale, il 16 agosto 1946 si tenne questa “importante riunione” con il fior fiore del mondo culturale della città. György Dalos, nel suo libro Innamorarsi a Leningrado, riporta una parte del discorso pronunciato da Andrej Ždanov.

A proposito dell’Achmatova, Ždanov disse: «È una rappresentante di quel pantano letterario reazionario senza idee. I temi di Anna Achmatova sono esclusivamente individualistici. Il registro della sua poesia è limitato fino alla povertà, è la poesia della dama da salotto impazzita, che si muove tra il boudoir e l’inginocchiatoio. Il suo materiale è costituito da motivi erotici, legati ai temi della tristezza, della malinconia, della morte, del misticismo e dell’abbandono. Il senso di abbandono, una sensazione comprensibile per la coscienza sociale di un gruppo in via di estinzione, i cupi toni della disperazione di chi sta per morire, esperienze mistiche unite a erotismo: questo è l’inverno spirituale di Anna Achmatova, macerie residuali di quel mondo irrecuperabile e finito per sempre della vecchia cultura aristocratica, dei “bei tempi antichi sotto Caterina”. È per metà suora, per metà sgualdrina, o più esattamente sgualdrina e suora, in cui lussuria e preghiera si intrecciano».

C’è da chiedersi come mai le idee di questa “dama impazzita” fossero ritenute così pericolose se lo stesso Ždanov aveva definito la poesia dell’Achmatova “senza idee”. Ma è chiaro che il braccio destro di Stalin più che fare un discorso logico voleva semplicemente infangare pubblicamente il nome di una poetessa “sgualdrina e suora”. La presenza del figlio di Churchill alla Fontanka e, soprattutto, il rapporto stilato da Berlin per il Foreign Office sul suo soggiorno a Leningrado, per il regime sovietico erano cose  più che sufficienti a spiegare tutto in chiave eversiva. Stupisce un po’ che l’Achmatova e Berlin si siano confidati con tanta libertà in un contesto del genere e, per giunta, in una casa dove la poetessa coabitava con altri nuclei familiari, un luogo quindi dove potevano esserci eventuali delatori. Probabilmente la ragione di questo sta nel fatto che in quegli anni del dopoguerra si viveva con l’illusione della sospirata apertura della società russa al resto del mondo. Tanto è vero che, tornato a Oxford, Berlin propose il conferimento della laurea ad honorem a Boris Pasternak. L’idea non si realizzò, come più in generale si rivelerà una pia illusione l’attesa di una certa liberalizzazione della società sovietica.

Anzi, da allora il regime decise che nella casa dell’Achmatova fossero installati dei microfoni – ben visibili, a marcare il carattere provocatorio del provvedimento – e numerosi agenti del servizio di spionaggio tenevano la poetessa costantemente d’occhio. Da quel momento in poi, nei rapporti dei servizi segreti, la donna non avrà più un nome proprio ma sarà indicata come “l’oggetto”. Delos riporta alcuni di questi documenti della polizia dove si segnalano gli spostamenti della poetessa: «L’oggetto è quasi sempre a Mosca, dove abita con la famiglia Ardov. In estate preferisce la dacia di Komarovo, che è stata costruita per lei dal Fondo della letteratura. A Leningrado alloggia per lo più a casa della figlia adottiva Ira Punina-Rubinstein».

Alla fine, negli archivi della polizia, di Anna Achmatova rimarrà un dossier di ben novecento pagine. Potrebbero sembrare scene di ordinaria repressione poliziesca, invece l’Achmatova attribuì alla circostanza un significato che va oltre l’ordinario. La poetessa si convinse, infatti, che fu proprio il suo incontro con Isaiah Berlin a dare inizio alla Guerra Fredda. Detta così, la cosa potrebbe apparire una forzatura o più semplicemente un’interpretazione lirica degli eventi. Ma, vista dall’interno del regime sovietico, assume contorni ben più realistici.

L’incontro tra Berlin e l’Achmatova alla Fontanka, la presenza del figlio di Churchill “preso dall’entusiasmo” – o forse soltanto ubriaco – e la relazione al Foreign Office inviata da Berlin, avevano fissato una successione di eventi alla quale la polizia comunista aveva attribuito, come si è visto, un certo peso. E non è escluso che Stalin possa aver pensato che fossero stati proprio questi fatti a ispirare il famoso discorso della “cortina di ferro” che Winston Churchill tenne, effettivamente, pochi mesi dopo. «Diamo il benvenuto alla Russia» disse Churchill, «nel suo giusto posto tra le più grandi Nazioni del mondo. Siamo lieti di vederne la bandiera sui mari. Soprattutto, siamo lieti che abbiano luogo frequenti e sempre più intensi contatti tra il popolo russo e i nostri popoli. È tuttavia mio dovere prospettarvi determinate realtà dell’attuale situazione in Europa. Da Stettino nel Baltico a Trieste nell’Adriatico una cortina di ferro è scesa attraverso il continente. Dietro quella linea giacciono tutte le capitali dei vecchi stati dell’Europa Centrale ed Orientale. Varsavia, Berlino, Praga, Vienna, Budapest, Belgrado, Bucarest e Sofia; tutte queste famose città e le popolazioni attorno ad esse, giacciono in quella che devo chiamare sfera sovietica, e sono tutte soggette, in un modo o nell’altro, non solo all’influenza sovietica ma anche a una altissima e in alcuni casi crescente forma di controllo da Mosca». È il discorso che, per convenzione, segna l’inizio della Guerra Fredda.

La cronologia è abbastanza eloquente: il 25 novembre 1945 Isaiah Berlin va a incontrare Anna Achmatova, il 5 marzo 1946 Winston Churchill pronuncia il suo discorso sulla “cortina di ferro”, il 16 agosto successivo si tenne a Leningrado “l’importante riunione” nella quale veniva scomunicata l’Achmatova.

Sarà eccessivo, come fece Anna Achmatova, attribuire conseguenze così devastanti al semplice incontro notturno tra una poetessa russa e uno studioso inglese, ma qualcosa di grave deve essere comunque successo se anche Isaiah Berlin ne rimase fortemente impressionato, tanto che di questo incontro non volle parlarne mai più fino alla morte della poetessa. Nonostante fosse forte la curiosità di quanti volevano almeno sapere se ci fosse qualcosa di vero nelle voci che parlavano di una notte d’amore tra i due. A questo proposito, secondo i ricordi di Brenda Tripp, addetta all’ambasciata inglese, Berlin sarebbe tornato dalla casa della Fontanka balbettando «sono innamorato, sono innamorato». Ma quale valore dare a queste parole, se realmente furono pronunciate, non è facile stabilirlo. Berlin era convinto di aver incontrato una donna di sessantun anni, sebbene in realtà ne avesse qualcuno in meno, e lui non era che un giovanotto poco più che trentenne. Un vero innamoramento, di cui tanto si è vociferato, pare alquanto improbabile. E fu escluso esplicitamente da Berlin stesso che volle precisare di nutrire per la poetessa, piuttosto, «fascino, rispetto, ammirazione e simpatia» e che l’incontro con lei rimarrà come «uno dei ricordi più intensi – forse il più intenso – della mia vita».

La figura dell’amico inglese fu dalla poetessa fortemente idealizzata, al punto da apparire angelica; ma in questo potrebbe aver giocato anche il fatto che nella lingua russa i vocaboli “inglese” e “angelico” hanno una pronuncia molto simile. L’amico, “l’ospite”, fu comunque un elemento molto presente nella poesia di Anna Achmatova e, dal punto di vista strettamente letterario, quella di Berlin rappresentò l’originalissima e geniale invenzione di una musa maschile. A questo proposito, Isaiah Berlin disse: «Ci vedeva entrambi come figure della storia mondiale, votati dal destino a svolgere un ruolo gravido di conseguenze in un conflitto cosmico – e questo si rispecchia nelle sue poesie di quell’epoca. Era una parte costitutiva della sua visione storico-filosofica del mondo, su cui poggiava gran parte della sua poesia».

Nella poesia dell’Achmatova si volevano unire, dunque, in un solo cuore le due anime europee: l’occidente e l’oriente, fino all’estremo asiatico. E questo, come ha notato brillantemente György Dalos in Innamorarsi a Leningrado, per l’Achmatova sarebbe stato sufficiente ad attirare “l’ira dei poteri cosmici”. Scrive Dalos: «Il mondo è e resta com’era, vale a dire diviso, e il tentativo di superare l’isolamento delle due metà con l’amore è destinato a fallire in partenza. La protagonista ne è consapevole, ma non ha alcuna possibilità di sottrarsi al fallimento: “La porta che tu hai aperto per metà, / mi manca la forza di chiuderla”. Inoltre è convinta di avere contribuito, insieme a Isaiah Berlin, ad approfondire la divisione del mondo».

In fondo Andrej Ždanov, il portavoce di Stalin, aveva colto proprio questo quando parlava di “inverno spirituale di Anna Achmatova”. Ma la poetessa sa che dallo spiraglio di quella porta socchiusa, che “mi manca la forza di chiuderla”, l’amico tornerà e rigenererà la faccia della terra. E per comprendere bene questo bisogna ritornare alla giovinezza di Anna, quando prima che tutto questo accadesse – la rivoluzione, gli anni del terrore – scriveva: «Sempre quell’incontrarci ci lasciava / l’impressione di una lotta. / Ed io, indovinato dal mattino / l’attimo del tuo arrivo, / percepivo nei palmi socchiusi / il morso leggero di un tremito».

(Seconda parte. Continua)

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