Anna Achmatova, un’esile voce nel Grande Terrore sovietico (1)

«Prima di primavera ci sono dei giorni / che alita già sotto la neve il prato, / che sussurrano i rami disadorni, / e c’è un vento tenero ed alato. / Il tuo corpo si muove senza pena, / la tua casa non ti par più quella, / tu ricanti una vecchia cantilena, / e ti sembra ancora tanto bella…»

Ci sono parole che hanno il potere di scuotere il mondo e di ridestare gli uomini. I versi di Anna Achmatova ebbero questo potere. Sarà stato, probabilmente, per la speranza che hanno saputo infondere nel cuore degli uomini, in un momento fatale della storia. La poetessa invita il popolo a guardare bene “sotto la neve”, per scoprire il miracolo di una ripresa inattesa e che rianima la vita. «Il tuo corpo si muove senza pena».

Anna Andreevna Gorenko, nota col nome di Anna Achmatova, nacque a Odessa in Ucraina nel 1889 e morì a Mosca nel 1966. Ebbe una vita molto movimentata, finché le fu consentito; quando, cioè, il regime comunista non condizionò in maniera determinate la sua esistenza. Amava la cultura italiana ed ebbe rapporti intensi col pittore e scultore Amedeo Modigliani che incontrò durante il viaggio di nozze che fece insieme al suo primo marito Nikolaj Gumilëv. Ma della cultura italiana, ovviamente, apprezzava soprattutto la poesia e particolarmente Leopardi e Dante Alighieri, passione condivisa anche da altri poeti russi della sua generazione, tra i quali Osip Mandel’štam.

Furono i rapporti con Mandel’štam, al quale era legato da profonda amicizia, all’origine della sua disgrazia. Probabilmente per un puro caso. Era andata infatti a trovare il poeta a Mosca, dopo aver esitato non poco prima di salire sul treno in partenza da Leningrado, quando la polizia sovietica fece irruzione nell’abitazione. «Noi ci sedemmo lì tutte e due» racconta  nelle sue memorie Nadežda, moglie del poeta, «abbandonando Mandel’štam in pasto a Brodskij [un traduttore, persona diversa dall’omonimo Premio Nobel. ndr] e alla sua passione per la poesia, finché improvvisamente, verso l’una di notte, non risuonò alla porta un colpo netto, di un’eloquenza intollerabile. “Vengono a prendere Osja” dissi io, e andai ad aprire. Davanti alla porta c’erano alcuni uomini, mi parvero molti. […] Dalla camera grande uscì Mandel’štam. “Siete venuti a prendermi?” chiese. Un agente di media statura, quasi sorridendo, lo guardò: “Documenti, prego”. Mandel’štam estrasse di tasca il passaporto. Dopo averlo esaminato, l’agente esibì i suo mandato».

Anna Achmatova e il marito Nikolaj Gumilëv si separarono dopo alcuni anni di matrimonio, ma ciò non bastò a sciogliere del tutto i loro legami. La scure della repressione sovietica, anzi, unirà indissolubilmente in un destino di persecuzione tutta la famiglia: il figlio Lev sarà rinchiuso nelle carceri delle Croci di Leningrado prima di essere deportato nel Gulag e Nikolaj verrà arrestato e poi fucilato con altri sessanta compagni. Di questi, il regime non renderà mai note le motivazioni dell’arresto, né la sentenza di morte, né il luogo della sepoltura. Sorte analoga toccherà al secondo marito e ai migliori amici di Anna, tra i quali i più grandi scrittori russi.

Prima degli anni del Grande Terrore divampato sotto Stalin, l’Achmatova ebbe modo di tornare a Parigi. E tornò a vedere Amedeo Modigliani. Ripetutamente, Anna incontrò quel pittore che il marito, non del tutto infondatamente, definiva “un mostro ubriaco”. Eppure, quando era con Anna, Modigliani sembrava un altro; la seguiva, docile, al parco parigino dei Giardini del Lussemburgo dove recitavano versi di poeti francesi. Il pittore eseguì sedici ritratti della poetessa, dei quali uno soltanto sopravvisse alle razzie della polizia comunista; faceva bella mostra sul camino della casa pietroburghese della Fontanka.

Anna Andreevna Gorenko, come si è detto, mutò il suo nome in Achmatova. Sergio Romano, nella prefazione al volume Io sono la vostra voce… ricorda a questo proposito che lo pseudonimo voleva essere il patronimico di Achmat, nome di un khan tataro: «Anna Gorenko discendeva dall’ultimo grande khan tataro e amava dire con civetteria che fra i suoi antenati vi era Genghiz Khan, il grande mongolo che nel primo Duecento aveva sconfitto i cinesi e distrutto i regni musulmani dell’Asia anteriore».

Questa donna che sentiva scorrere nelle sue vene il sangue di quei mongoli che sottomisero l’oriente intero, con l’avvento del regime sovietico visse la sua vita sotto costrizione. Accusata di “ricercare l’estetismo” fu condannata al silenzio. Per lungo tempo, ogni giorno, se ne stava muta con un pacco viveri davanti alle carceri delle Croci dove era rinchiuso il figlio Lev. Lì aspettava l’unica notizia che poteva sperare di strappare alle guardie; nel caso queste avessero rifiutato il pacco, questo sarebbe stato il segno che suo figlio era stato ucciso.

L’Achmatova era già affermata come poetessa – lei preferiva che fosse chiamata col maschile “poeta” – ma fu probabilmente davanti al carcere delle Croci che ebbe la sua consacrazione come poeta nazionale. «Ho trascorso diciassette mesi» raccontò, «a fare la coda presso le carceri di Leningrado. Una volta un tale mi “riconobbe”. Allora una donna dalle labbra bluastre che stava dietro di me e che, certamente, non aveva mai udito il mio nome, si ridestò dal torpore proprio a noi tutti e mi domandò all’orecchio (lì tutti parlavano sussurrando): “Ma lei può descrivere questo?” E io dissi: “Posso”».

Compose così Requiem, un poemetto che sarà uno dei suoi componimenti più intensi e apprezzati. L’opera non sarà pubblicata, ma in fondo nemmeno trascritta. Anna Achmatova pregò alcuni amici di mandarlo a memoria e così, oralmente, fu tramandato per decenni. Dedicherà il Requiem alle donne del carcere delle Croci: «Avrei voluto chiamare tutte per nome, / ma hanno portato via l’elenco, e non so come fare. / Per loro ho intessuto un’ampia coltre / di povere parole, che ho inteso da loro. / Di loro mi rammento sempre e in ogni dove, / di loro neppure in una nuova disgrazia mi scorderò. / E se mi chiuderanno la bocca tormentata / con cui grida un popolo di cento milioni, / che esse mi commemorino allo stesso modo / alla vigilia del mio giorno di suffragio».

“Se per riconoscenza vorranno fare un monumento in mio onore – disse pressappoco così – vorrei che fosse eretto davanti a questa prigione”. Anna Achmatova era una donna molto fragile – non riuscirà mai ad avere una vera stabilità affettiva – ma le sue spalle seppero reggere il dolore della Russia intera e il grido di “cento milioni” di vittime innocenti.

Scriveva il suo Requiem alla fine degli anni Trenta, ma già con la Rivoluzione di Ottobre il clima in Russia si era fatto decisamente ostile per tanti intellettuali non allineati e soprattutto per lei che, tra l’altro, proprio allora si separava dal marito Nikolaj dal quale aveva sempre ricevuto aiuto e protezione; come presidente dell’Unione degli scrittori, Nikolaj aveva contribuito non poco a introdurla nei circoli culturali della città e anche all’estero. Fu allora che emerse la forza profetica delle sue parole. Già nel lontano 1915 infatti aveva composto una poesia intitolata Preghiera, dove scriveva: «Dammi anni d’infermità, / d’affanno, di febbre, d’insonnia, / prendimi il figlio e l’amato, / e il misterioso dono del canto. / Così ti prego nella Tua liturgia / dopo tanti giorni tormentosi, / perché il nembo sulla buia Russia / diventi nuvola in una gloria di raggi».

Dopo la presa del potere da parte dei bolscevichi, moltissimi scrittori furono costretti ad abbandonare la Russia. Non era questa però una strada che Anna Achmatova poteva percorrere. Lei che in Piantaggine del ’17 aveva scritto: «Una voce mi chiamava confortevole, / Dicendo: “Vieni qui, lascia / Il tuo paese peccaminoso e sordo, / Lascia la Russia per sempre. / Laverò le tue mani del sangue, / Trarrò dal tuo cuore la nera vergogna, / Con un nuovo nome coprirò / Il dolore di sconfitte e di offese.” / Ma calma e indifferente / Mi tappai con le mani gli orecchi / Perché da questo discorso indegno / Non fosse profanato lo spirito afflitto».

Fu proprio questa decisione di non abbandonare il suo paese che, secondo Sergio Romano, «le conferì un ruolo particolare nella cultura russa». Vennero i bolscevichi a violentare la Russia, ma venne anche la guerra e con questo sembrò almeno a Leningrado – ribattezzata allora Stalingrado – che si fosse toccato veramente il fondo; nell’assedio di Stalingrado si conteranno non meno di mezzo milione di morti. Invece, anche la pace doveva rovesciare il suo carico di orrore.

Isaiah Berlin era uno di quegli intellettuali che aveva dovuto abbandonare la Russia in seguito alla Rivoluzione di Ottobre. Dopo aver cercato invano scampo con la sua famiglia in Lettonia, raggiunse l’Inghilterra. Per la verità, allora Berlin era troppo giovane e ancora non poteva essere considerato propriamente un intellettuale. Pertanto, sui motivi che possano averlo spinto ad abbandonare il suo paese si potrebbe fare soltanto dell’ironia. All’epoca, Isaiah non era altro che uno studente brillante, ma evidentemente i bolscevichi consideravano questa una pericolosa inclinazione; non si sa mai, uno studente che ragiona con la sua testa potrebbe diventare un nemico del popolo – per la dottrina comunista, riuscire a individuare dei “nemici del popolo” ancora allo stato potenziale era considerata la prova di una mente raffinata. Comunque sia, Isaiah Berlin riparò oltre la Manica.

Terminati gli studi in Inghilterra, per il giovane Isaiah si aprirono subito le porte della carriera universitaria. Apprezzato studioso di filosofia politica, Berlin otterrà negli anni Cinquanta un’importante cattedra presso l’Università di Oxford.  La seconda guerra mondiale era finita da pochi mesi quando Anna Achmatova ricevette la sua visita a Leningrado. Isaiah Berlin era tornato in Russia come inviato del governo inglese. Pur non essendo un diplomatico, era stato nominato primo segretario dell’ambasciata britannica a Mosca, un incarico che gli era stato conferito con ogni probabilità per la sua notevole padronanza della lingua russa e per i suoi legami con la famiglia Churchill.

In altri tempi sarebbe stato impensabile che un esponente del mondo accademico occidentale potesse avvicinare uno scrittore russo, ma in quel momento si usciva dall’esperienza del fronte alleato nella guerra contro Hitler che aveva saldato questa strana amicizia tra mondi che erano in realtà agli antipodi. Tra l’altro, qualcuno – Anna Achmatova probabilmente era tra questi – confidava che realmente dopo la comune esperienza bellica la Russia potesse aprirsi all’Occidente.

Nel pomeriggio del 25 novembre del 1945, dunque, Isaiah Berlin bussò alla Fontannij Dom, una casa in riva alla Fontanka dove abitava l’Achmatova. Era un palazzo appartenuto in passato ai conti Šeremtev che poteva, per questo, conferire una parvenza di nobiltà ai suoi occupanti. In realtà, il visitatore Berlin notò che vi si viveva “senza comodità” e che «era arredata molto modestamente, quasi tutto era andato perduto, saccheggiato o venduto, durante l’assedio. C’erano un tavolino, tre o quattro sedie, una cassapanca di legno, un divano e su un camino spento era appeso un disegno di Modigliani». L’accento sul “camino spento” non è privo di significato, essendo ormai nel gelido novembre pietroburghese; infatti, «i problemi con i generi alimentari e il combustibile si fanno ben presto evidenti». Nonostante le ristrettezze, anche Berlin scorse comunque una certa aura di nobiltà attorno alla poetessa. György Dalos, nel suo libro Innamorarsi a Leningrado. Anna Achmatova e Isaiah Berlin, riporta la descrizione che Berlin fa dell’Achmatova: «Una donna imponente con i capelli grigi, uno scialle bianco sulle spalle, si alzò lentamente. Anna Andreevna Achmatova era straordinariamente dignitosa. Era molto controllata nei movimenti, aveva una testa nobile dai bei tratti. Un po’ rigidi, con un’espressione di infinita tristezza. Mi inchinai. Mi sembrò il caso di farlo, perché lei aveva l’aspetto di una regina da tragedia».

Isaiah Berlin non era giunto a Leningrado per incontrare l’Achmatova – se le autorità sovietiche avessero avuto l’onestà di prendere atto di ciò non sarebbe successo quello che poi successe. Anzi, pur sollecitato da Maurice Bowra, un collega di Oxford, Berlin aveva escluso l’eventualità di un incontro con l’Achmatova come “difficilmente raggiungibile”. Secondo György Dalos, mentre era a Leningrado, Berlin pensava semplicemente di approfittare per cercare di procurarsi alcune pubblicazioni di epoca prerivoluzionaria che non erano più reperibili a Mosca. Si trovava dunque nella Libreria degli Autori sulla Prospettiva Nevskij, quando fu avvicinato da un uomo che era in rapporti con l’Achmatova, una specie di agente letterario clandestino, il quale gli propose di incontrare la poetessa. «Abita non lontano di qui, in Fontannij Dom» disse l’uomo cercando di essere persuasivo. Berlin, forse pensando che in questa maniera avrebbe potuto soddisfare facilmente la richiesta ricevuta da Maurice Bowra, accettò molto volentieri; del resto, si trattava soltanto di svoltare l’angolo della strada.

Quando l’ospite inglese fece il suo ingresso nel palazzo dei Šeremtev, sembrò come se l’Achmatova l’aspettasse da tempo. Gli lesse brani delle sue poesie tratte da Anno Domini, Lo stormo bianco, Da sei libri e dal Requiem, finché, racconta Isaiah Berlin, «si interruppe e raccontò degli anni 1937-38, quando il marito e il figlio furono arrestati e internati. […] Raccontava con voce asciutta, oggettiva, interrompendosi ogni tanto da sola: “No, non posso, non è bene. Lei viene da una società di esseri umani, in parte… – Seguì una lunga pausa. – E anche adesso…” Domandai di Mandel’štam. Gli occhi le si riempirono di lacrime…»

(Prima parte. Continua)

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