Audrey Magee, The Undertaking. «Un motivo per vivere».

È difficile per me trovare un bel libro che non sia scritto da una donna. Uno di questi l’ho scoperto recentemente, si tratta di un romanzo di Audrey Magee, giornalista irlandese che collabora con The Irish Times, The Times, The Observer e The Guardian. Il suo The Undertaking, pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri col titolo “Quando tutto sarà finito”, è entrato nel 2014 nella shortlist del prestigioso Baileys Women’s Prize for Fiction. La Magee scrive uno straordinario romanzo storico ambientato in Germania, ai tempi del Terzo Reich e della seconda guerra mondiale. In questa realtà, notoriamente squallida e altamente immorale, fiorisce l’imprevista storia d’amore tra due sconosciuti, Peter Faber e Katharina Spinell. I quali non sono animati – nemmeno loro – da ideali particolarmente nobili. Lui è un soldato impegnato sul fronte russo, lei lavora in banca ed è una dattilografa sottopagata. Entrambi cercano, in qualche modo, la maniera di sopravvivere in circostanze così difficili.

Piegati dall’angoscia, determinata dall’incertezza sul loro destino, i due giovani non trovano altra soluzione ai loro problemi che quella di rivolgersi a un’agenzia matrimoniale. Con un matrimonio infatti Peter potrà godere di una licenza matrimoniale che gli consentirà di essere sollevato, sia pure per un breve periodo, dall’insopportabile orrore della guerra. Lei, Katharina, sposandosi troverà dal canto suo almeno la garanzia che nel caso di morte del marito – ipotesi evidentemente molto probabile nel contesto catastrofico nel quale si trova – avrebbe potuto continuare a vivere con una pensione di reversibilità. La storia d’amore tra i due, dunque, non ha che queste banali motivazioni e forse non si potrebbe parlare nemmeno di vero amore. Peter e Katharina però sono determinati a sposarsi e lo fanno per procura; arriva, dunque, il sospirato giorno della licenza matrimoniale e del primo incontro.

Si tratterà di un incontro assai poco romantico. Il soldato Peter Faber si presenta alla moglie, fino a quel momento una perfetta sconosciuta, nel peggiore dei modi. È inavvicinabile, tanta è la sporcizia dei suoi abiti militari e del suo corpo; ha un odore ripugnante e, inoltre, è pieno di pidocchi. Quando prova a baciare Katharina, questa comprensibilmente si ritrae disgustata. Nonostante ciò, già nelle prime fasi del rapporto d’amore, si fa strada l’imprevisto e passionale innamoramento, eventualità che non è compresa nell’ipotesi di un matrimonio di convenienza. Ma, evidentemente, l’amore non scaturisce necessariamente da un’attrattiva – questo almeno sembra essere ciò che la Magee vuol suggerire. C’è infatti ben poco di attraente in Peter. Se non nella reciproca attrazione, dove trova origine invece l’amore, nella vita di coppia? Nel romanzo “Quando tutto sarà finito” l’amore è rappresentato come qualcosa di altro rispetto agli uomini e che, dall’esterno e in maniera imprevista, irrompe nella loro esistenza; qualcosa che investe la loro vita e la trasforma tanto che “quando tutto sarà finito” – appunto – nulla resterà come prima. E la stessa volontà degli uomini, dalla quale comunemente si fa scaturire l’origine dell’amore, in realtà non trova il suo valore se non nell’atto di aderire o meno a questo sovrastante evento che la trascende.

Terminato il periodo effimero della licenza matrimoniale, la guerra torna a dividere le vite di Peter e Katharina, i quali devono misurarsi con le terribili incognite che li aspettano. Torneranno mai insieme? E in quali condizioni, se mai torneranno insieme? Dove poi troveranno la forza per resistere al male che clamorosamente incalza? Era quest’ultima domanda, tra l’altro, ciò che li aveva mossi inizialmente. Ma i due giovani imparano subito che non spetterà a loro trovare una risposta, saranno piuttosto le circostanze stesse della vita a offrire quel sostegno che cercano. Katharina resterà incinta e darà alla luce un bambino. È attorno a questo fatto che la loro vita comincerà a ruotare e troverà le ragioni per vivere e per resistere. Dunque, l’interrogativo vero della loro vita si preciserà diversamente: quale sarà la loro posizione rispetto alle circostanze della vita? Circostanze, in quel momento, particolarmente difficili.

«Mi manchi davvero, da morire» scrive Peter dal fronte russo, «e nel buio della notte mi assale il timore che la guerra possa durare tanto da farti dimenticare di me. Domattina, quando il sole mi avrà scaldato un po’, sarò meno ombroso, nella certezza che molto presto sarà tutto finito e potrò tornare da te e dal nostro bambino». Purtroppo, il tempo che trascorrerà fino al ritorno lascerà, in ognuno di loro due, profonde cicatrici. È facile immaginare l’ambiente nel quale Peter si ritroverà – il fronte russo – con tutto ciò che significa essere in guerra: lo squallore della vita militare, l’incubo della morte, l’irrazionalità della guerra, il sangue, la fame e il freddo, l’insostenibile fatica della marcia e, alla fine, l’inferno della battaglia di Stalingrado.

Apparentemente migliori sono le condizioni nelle quali si trova a vivere Katharina. Il fatto di appartenere a una famiglia che è parte del “sistema” – il regime nazista – non le risparmierà i privilegi di una vita agiata; se si pensa – per fare un esempio – che ha accesso addirittura alla pasticceria del fuhrer. Ma, nonostante il benessere immediato, non meno deprimente è il quadro all’interno del quale, in realtà, deve muoversi la famiglia Spinell. La quale non si fa scrupolo di perseguitare una famiglia ebrea per impossessarsi della casa; un fatto che pagherà molto caro perché verrà meno poi la forza morale necessaria a impedire che il figlio, reso inabile alla vita militare dalla stessa guerra, venga inviato ugualmente al fronte andando incontro a una morte certa. È questa una complicità che piegherà Katharina, portandola a rinunciare alla sua dignità di donna e a offrire il proprio corpo a un uomo del regime.

Come si diceva, però, la vita di Peter e di Katharina sarà dominata dalla presenza del figlio. Sarà questo rapporto con il frutto del loro amore che li salverà, nonostante la loro personale debolezza, e sarà questo che riuscirà addirittura a spezzare il loro immorale legame col “male assoluto”. Come un commilitone dirà a Peter: «La maggior parte dei soldati combattono per un capo, per la patria o per il loro Dio. Tu invece hai scelto una moglie e un figlio. Perché? […] Avevi bisogno di un motivo, vero? Qualcosa al di fuori di te?»

La salvezza starà tutta in questo “qualcosa al di fuori di te”. Sarà questo che restituirà la loro consistenza e la dignità umana. «Tu sei fortunato» dice l’amico Kraft a Peter, «ad avere una moglie e un figlio che ti aspettano, Faber. Una vera fortuna. […] Io sono un niente. Un niente che non ha nessuno. […] Voi ricomincerete tutti da capo quando sarà finita. Tornerete alle vostre case. Alle vostre famiglie. Io tornerò in una casa vuota, una grande casa vuota dove abitare da solo».

Il loro è un cammino non facile perché essi sanno di andare incontro a un destino che non svela le sue incognite. E gli eventi che si susseguono presenteranno prove sempre più difficili da accettare. Paradossalmente, il momento più tragico sarà quello della liberazione, della vittoria finale sul regime nazista. Sarà in questo momento che Katharina subirà la peggiore delle violenze: lo stupro di massa delle donne tedesche ad opera dell’esercito sovietico, uno dei peggiori crimini di guerra che ancora non si ha il coraggio di denunciare apertamente. Secondo alcune stime, circa due milioni di donne tedesche furono stuprate al termine della guerra, centomila nella sola Berlino. Di fronte alla possibilità di fuggire da questo orrore, Katharina si era rifiutata di abbandonare quella casa dove a Peter aveva promesso di aspettarlo. Pagherà molto caro questo suo atto di eroica fedeltà coniugale.

Un giorno, finalmente, il suo uomo ritornò, al termine di un lungo periodo trascorso al fronte e poi prigioniero in un campo di concentramento sovietico. Tante cose erano cambiate nella vita di Katharina, da quando erano arrivati gli “amici comunisti” con la loro ambigua idea di democrazia che presumeva di liberare la Germania, mentre si violentavano le sue donne. Tante cose erano cambiate da quando «Katharina si chiuse a chiave in camera sua. Si guardò allo specchio, guardò i lividi e i denti rotti. Impugnò le forbici e si tagliò i capelli. Una ciocca dopo l’altra cadeva lungo la schiena, sul pavimento».

Al termine di tutto ciò, comunque, Peter era tornato. Ma nel frattempo l’amorosa attesa di Katharina aveva attirato su di lei quel “qualcosa al di fuori di te”, con la sua forza travolgente. Tutto era cambiato, perfino il figlio non era più lo stesso, non era più quello di Peter. Cosa era successo? In un romanzo nel quale Audrey Magee tiene sempre molto alta la tensione del racconto, è questo il momento drammaticamente più intenso. Quel “qualcosa al di fuori di te” che ha mosso i due giovani a incontrarsi e che poi li ha travolti con la sua forza fatale, ha cambiato letteralmente tutto; perfino il bambino che era al centro della loro vita affettiva non era più il frutto concreto del loro rapporto di amore.

«Ho bisogno» disse Katharina rivolta a Peter, «che tu mi accetti per quella che sono, che accetti mio figlio per quello che è». Ma la risposta di Peter è un rifiuto: «No. Non posso. Ti voglio com’eri prima, la madre di mio figlio». Poi la guardò, «guardò i capelli a spazzola, i denti rotti. Si avvicinò alla finestra e vide i soldati».

Peter abbandona così Katharina. Perché non poteva accettare l’idea che la sua donna fosse ormai diversa da come era prima e perché, soprattutto, non poteva sostenere lo sguardo di quel figlio che non gli apparteneva. Questa storia finisce così. Soltanto Katharina resterà a guardare in faccia la realtà e i suoi denti spaccati. E a guardare tutto ciò col suo indomito sguardo amoroso. Uno sguardo carico di gratitudine anche di fronte a ciò che è più difficile da accettare: «Non mi era rimasto più niente. Mi ha dato un motivo per vivere». Soltanto una donna, come è Audey Magee, poteva raccontare del sublime accadere degli eventi e della partecipazione commossa a quel “qualcosa al di fuori di te” che, come sta scritto, «soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va».

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