Il vero segreto di Giovannino

Concetta Cirigliano Perna, nata a San Giorgio Lucano, vive in Australia da tempo. È docente universitaria, è scrittrice e collabora con alcune testate giornalistiche, tra le quali il settimanale “La Fiamma” di Sydney. Questo giornale australiano, probabilmente il più antico giornale in lingua italiana stampato all’estero, è stato diretto, tra gli altri, da un grande giornalista che si firmava col nome di Giuliano Montagna. La storia di Montagna e di sua moglie Giancarla viene ripercorsa oggi, a cura della stessa Cirigliano Perna, nel libro “Fuori dalla nebbia” pubblicato dall’editore cosentino Falco.

“Fuori dalla nebbia” è indubbiamente un libro molto interessante e, se è consentito inserire una nota un po’ banale, non ha nulla da invidiare a quelle storie che si vedono nelle soap televisive tipo Beautiful; per gli intrighi e per gli incredibili intrecci che ricostruisce. Soprattutto in considerazione di ciò che ha unito il destino di Giuliano Montagna e quello di sua moglie: un mancato riconoscimento di paternità. Né Giuliano né Giancarla infatti furono riconosciuti, alla nascita, dai rispettivi padri. Il fatto è particolarmente rilevante nel caso di Montagna che in realtà, come si sarà capito, avrebbe dovuto avere un cognome diverso, essendo figlio naturale di un grosso nome del giornalismo e della cultura: Giovannino Guareschi, il creatore di don Camillo e Peppone.

Riconoscere i propri figli è, ovviamente, dovere di ogni padre; sbrigativamente, pertanto, si potrebbe pensare che il comportamento di Guareschi in questo caso sia stato irresponsabile e meschino. Ma bisogna sapere come andarono le cose e, comunque, non sono queste le conclusioni di “Fuori dalla nebbia”, libro in cui la Cirigliano Perna raccoglie le confessioni di Giancarla Minuti. La quale, per inciso, non avrebbe dovuto chiamarsi con questo cognome neanche lei. La storia della Minuti, infatti, è ancora più clamorosa di quella di Giuliano, se si considera che la donna non ottenne nemmeno quel riconoscimento “clandestino” di cui comunque godette il marito. Non solo, ma per evitare che da bambina facesse domande imbarazzanti al riguardo, le fu detto, mentendo, che la mamma era morta, che colei che era la mamma non sarebbe stata che una zia, la quale tra l’altro se n’era andata all’estero, e che del padre se ne erano perse definitivamente le tracce. Il motivo di questa complessa quanto atroce menzogna fu che la mamma di Giancarla volle tenere nascosta al marito una gravidanza frutto di una relazione adulterina. Come possa pensare una donna di trascorrere nove lunghi mesi – nel caso concreto però furono fortunatamente soltanto sette – tenendo nascosta una gravidanza al legittimo marito è la ragione che, come si diceva prima, fa somigliare questi intrecci familiari a Beautiful.

Che cosa impedì a Giuliano Guareschi – adesso possiamo chiamarlo così – di ottenere quel riconoscimento di paternità che pure gli spettava? Ovviamente, a questa domanda Giuliano ha atteso una risposta. Una domanda alla quale – bisogna prenderne atto – suo padre non si è sottratto. Apprendiamo la risposta di Giovannino Guareschi nel libro autobiografico che Giuliano ha pubblicato, un libro molto bello che si intitola “Una vita per mio padre”, dove si tocca questo spinoso argomento della non riconosciuta paternità. In questo testo, Giuliano rievoca un incontro “clandestino” col padre; è un incontro molto doloroso, nel quale lo scrittore non nasconde la sua profonda solitudine; poi, scrive Giuliano, «si rivolge a me con amarezza: “Ora che sei adulto, spero che tu ti renda conto che nella vita si può essere vittima delle circostanze”».

Quali furono le circostanze di cui sarebbe rimasto vittima uno scrittore che era noto, invece, per la sua libertà? Innanzitutto, bisogna considerare la verde età e ciò che si fa fatica a chiamare col proprio nome: l’amore. «Io e tua madre» confessava Guareschi al figlio clandestino, «ci siamo voluti molto bene». Fu, evidentemente, un amore travolgente e che avrà conseguenze traumatiche per due amanti appena usciti dall’adolescenza. Ce ne parla lo stesso Giuliano che nel suo libro cita, riguardo a ciò, le sue zie Nella, Giulia e Rosa. Erano loro le “circostanze” cui alludeva Guareschi? Di loro rimase vittima?

«Forse sono state loro a far scappare mio padre» scrive Giuliano. «Aggressive, invadenti, iperprotettrici. Per convincerlo al matrimonio, lo inseguivano con la voce grossa». In realtà, per convincerlo a un affrettato matrimonio riparatore, non si limitarono a inseguirlo “con la voce grossa”. «Una sera, alla fine dell’estate» continua il racconto del figlio, «gli hanno teso un agguato all’uscita dello zuccherificio Eridania, dove andava ad arrotondare i pochi soldi che gli ballavano in tasca. Operaio stagionale. Davanti al cancello correva un canale. Nel racconto che mi è arrivato, la scena deve essere stata terribile. […] Ancora mi viene da stringere i pugni, quando mi rendo conto del guaio combinato dalle zie per eccesso d’amore. Dopo quell’incontro, mio padre è sparito. Con mia madre aveva il rapporto tenero di ogni innamorato».

Da quel momento, ricorda Giuliano, «i fili del mio futuro si sarebbero aggrovigliati, senza che il nodo si potesse più districare». A rendere inestricabile la situazione fu, in particolare, il trasferimento di Guareschi a Potenza per il servizio di leva. Ce lo ricorda il suo amico scrittore Oreste Del Buono, nell’autobiografia “Amici, Amici degli Amici, Maestri”, dove scrive che Giovannino «non aveva più potuto rinviare la prestazione del servizio militare perché non aveva dato abbastanza esami a giurisprudenza e si era trovato in viaggio per l’Accademia militare di Potenza».

All’epoca, Potenza era una città veramente tagliata fuori dal resto del mondo. Certamente questa lontananza, che si protrasse per un anno e mezzo, non favorì un’idonea soluzione del caso del figlio Giuliano. Inoltre, in quel tempo non vi erano le garanzie sindacali che ci sono oggi. Partito per il servizio militare, perciò, Guareschi perse il lavoro e il proprietario della casa lo mise alla porta. Affrontare un matrimonio in queste condizioni e non potendo contare nemmeno sul sostegno della propria famiglia, che versava in condizioni economiche altrettanto disastrose, appariva a un giovane poco più che ventenne un’impresa ardua. Il resto è la storia che i lettori di Guareschi conoscono bene: lo scrittore sposerà un’altra donna, Ennia Pallini – la mitica Margherita dei suoi racconti – e, poco dopo, sarà spedito dai tedeschi in campo di concentramento, poi verrà un dopoguerra con momenti di vera guerra civile e con forti tensioni politiche che spesso vedevano lo stesso scrittore tra i principali bersagli, particolarmente i contrasti con la Democrazia cristiana alla cui affermazione aveva dato un contributo determinante, ma che dopo “l’apertura a sinistra” lo videro tra i principali critici. Venne quindi, in seguito a una denuncia di De Gasperi, il processo, la condanna e una lunga detenzione.

Fu difficile risolvere il nodo della paternità anche dopo la scarcerazione, sebbene Guareschi proprio in quel periodo avesse preso a cuore il destino di Giuliano, trovandogli un lavoro in un’importante azienda parmigiana. Ma il figlio sognava di fare il giornalista per seguire le orme del padre che però, allora, non era nelle condizioni migliori per sostenerlo nella realizzazione di questo sogno. Giuliano decise così di lasciare per sempre l’Italia e andarsene in Australia alla ricerca di miglior fortuna. La morte prematura del padre sembrò porre definitivamente fine alla questione del riconoscimento. Non fu proprio così perché molti anni dopo si arrivò a una risposta certa, quando cioè in tempi recenti hanno trovato applicazione le tecniche che rendono possibile l’esame del DNA. Ma anche in questo caso la soddisfazione fu di breve durata perché, appena un paio d’anni dopo il test di paternità, il povero Giuliano è scomparso. È stato notato che il vero test avrebbe potuto essere il talento giornalistico di Giuliano. Sì, è così. Da questo punto di vista, nei suoi scritti era abbastanza evidente il DNA di Giovannino Guareschi; e, per fare una battuta, sarebbe bastato a questo proposito il semplice parere di un critico letterario.

Casi come questo, soprattutto all’epoca, erano trattati come “errori di gioventù” e i bambini che nascevano da questi “errori” si chiamavano, quando andava bene, “figli illegittimi” oppure rappresentavano un infamante “frutto del peccato”. Giovannino Guareschi, invece, era convinto che il cuore di un ragazzo non sbaglia mai e che non può essere considerato un “errore di gioventù” il “rapporto tenero di ogni innamorato”, per riprendere le parole di Giuliano. Probabilmente fu questa audace idea a complicare le cose. Perché sarebbe stato facile dire “ho sbagliato”. Per esempio, un matrimonio riparatore avrebbe potuto mettere a tacere lo “scandalo”. Guareschi, invece, non si curava di questo; se si fosse curato degli scandali non sarebbe stato quello scrittore-provocatore che fu.

Ma la vera questione, il vero segreto di Guareschi stava in altro: egli non fu capace di puntare l’indice accusatore contro quel ragazzo innamorato che era stato Giovannino. Non fu capace di dirgli: «Ma cosa hai combinato?» Lo ha scritto: «A un certo punto della mia vita mi capiterà di trovarmi con questo ragazzo al mio fianco. Mi seguirà sempre e dovunque con me, vestito da collegiale. Io gli vorrò molto bene e mai potrò tradirlo perché non si deve tradire la propria fanciullezza».

Potrebbero essere difficili da accettare o da gestire gli esiti di questa posizione; che, cioè, questa fedeltà al proprio cuore o, come lo chiamava Guareschi, la coscienza. E si può tranquillamente ammettere che queste sono eventualità che la ragione non può considerare. Ma la vita è qualcosa che quando capita, comunque capiti, bisogna amarla. Questo “qualcosa” è quel qualcosa che un tempo si chiamava “verità”.

Molti si fermeranno a considerazioni moralistiche, ma questa storia ha ben altro da dire; questa storia ci insegna che la verità urla così forte che non la si può mettere a tacere, nemmeno con un matrimonio riparatore o con un complesso artificio di menzogne, come è stato per Giancarla. E non si può nemmeno ricorrere, come si fa oggi, alla rimozione. Alla verità ci si può soltanto arrendere. Guareschi, almeno, si arrese. Dalla verità accettò di farsi disarmare; sempre, anche quando si trattava di mettere lo zaino sulle spalle e prendere senza esitare la via della prigione o del lager.

Che conclusioni si possono trovare per questa storia? Soltanto quello che ha detto Giancarla Minuti Guareschi nel libro “Fuori dalla nebbia”: «Spero che queste mie confessioni siano interpretate per come le ho intese: all’insegna dell’amore e del perdono. Combattere per la verità può fare molto male».

Con tutte le contraddizioni che ha avuto questa storia, questa è comunque la storia di un figlio che ha cercato suo padre perché sinceramente lo amava. Faccende così ce ne sono state tante. E questi scossoni che avvertiamo sulla crosta terrestre in fondo non sono provocati da altro che dal trambusto di tutti questi figli che sono alla ricerca del padre. Questa è una cosa che deve fare pensare e che deve spingere alla comprensione. Perché dall’amore, una volta che si finisce dentro, non se ne esce vivi.

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