La Sacra Sindone nella vita di Umberto II, «il migliore dei re» (3).

(Continua dalla Parte seconda)

L’impegno di Umberto di Savoia in favore della devozione verso la Sacra Sindone non fu limitato soltanto ad alcuni episodi celebrativi. Ne Il re signore, Luciano Regolo scrive: «Una delle prime imprese a cui si dedicò dopo l’esilio fu la ricostruzione, sulla base di fotografie, della sua raccolta iconografica relativa alla sacra Sindone, che, ricoverata a Cassino, durante la guerra, era andata quasi interamente distrutta dai bombardamenti. Il re, pazientemente, setacciò tutti gli antiquari, fin quando non rimise insieme i pezzi sopravvissuti».

Nella sua residenza portoghese egli archivia puntualmente tutta la corrispondenza sulla Sindone che ha modo di scambiare con il cardinale di Torino e la Confraternita del Santo Sudario, con studiosi di fama internazionale. Nel novembre del 1946 riceve dal card. Fossati il verbale del viaggio di ritorno del sacro lino da Montevergine, nel gennaio successivo la confraternita del Santo Sudario scrive manifestandogli la gratitudine per aver disposto il ritorno a Torino della reliquia, il 23 giugno del ’47 anche Fossati gli invia una lettera ringraziandolo «di aver permesso che la SS. Sindone ritornasse tra noi».

Benché in esilio, Umberto II annota ogni vicenda relativa alla storia della reliquia; dal tentato incendio della Tela da parte di un maniaco nel 1971, alle autorizzazioni a nuove indagini scientifiche e a studi sulla devozione sindonica, raccogliendo fotografie, programmi, atti di convegni e seminari.  Grazie al suo assenso, per la prima volta in Eurovisione, il 25 novembre 1973, preceduto da un messaggio di Paolo VI, arrivarono in milioni di case le immagini a colori del misterioso uomo della Sindone. Questo del ’73 fu un avvenimento straordinario, non soltanto per la presenza della televisione, quanto perché, grazie anche all’intervento personale del pontefice, rompeva un certo clima di ostilità che si era registrato negli anni precedenti nei confronti della devozione sindonica, fatto che aveva spinto lo Stato italiano a proibire l’ostensione prevista per il 1961.

Disse il Papa, i occasione dell’ostensione: «Qualunque sia il giudizio storico e scientifico che valenti studiosi vorranno esprimere circa codesta sorprendente e misteriosa reliquia, noi non possiamo esimerci dal fare voti che essa valga a condurre i visitatori non solo ad un’assorta osservazione sensibile dei lineamenti esteriori e mortali della meravigliosa figura del Salvatore, ma possa altresì introdurli in una più penetrante visione del suo recondito e affascinante mistero. Noi pensiamo all’ansioso desiderio che la presenza di Gesù nel Vangelo suscitava di vederlo; più che curiosità attrazione. Così Zaccheo, che, come ricorda l’evangelista Luca, “cercava di vedere Gesù” (Lc 19, 3); così i Greci arrivati a Gerusalemme proprio al momento della manifestazione messianica così detta delle Palme, i quali si rivolgono all’apostolo Filippo chiedendo: “Noi vogliamo vedere Gesù” (Gv 12, 21)»

Intanto si avvicinavano per questo “gentiluomo molto sfortunato” – così lo definì Giulio Andreotti – gli anni della malattia, dignitosamente vissuti lontano dalla sua Italia, nel silenzio e nella solitudine. Ricordava la figlia Maria Beatrice: «Il 14 maggio 1982, mio padre, già molto debole, si precipitò nella residenza del cardinale di Lisbona, dov’era di passaggio Giovanni Paolo II. Pensava che potesse aiutarlo a tornare nel suo Paese. Il Papa lo abbracciò, disse che avrebbe fatto il possibile. […] Poco dopo si aggravò e fu ricoverato alla London Clinic, dove lo raggiunsi. Gli parlai molto della vita e della morte come parte dell’unico ciclo, come un passaggio che non ci separa veramente dai nostri affetti. Una volta, d’improvviso, con lo sguardo sereno, mi disse: «Sai? Hai ragione. Non c’è niente da temere è come cambiare un vestito, toglierne uno e poi metterne un altro». L’immagine di quell’Uomo, impressa sul sacro Lino, testimonianza misteriosa di una morte ma insieme di quel fatto straordinariamente grande che è la risurrezione, reliquia gelosamente custodita per tutta la vita, aveva confermato la fede di questo umile re: «Alla tua chiamata io vengo tranquillo». Egli affrontò la morte con serenità e coraggio.

Il re Umberto II di Savoia, l’ultimo depositario della Sindone, si spense in un ospedale di Ginevra il 18 marzo del 1983. Erano trascorsi esattamente cinque secoli da quando il Telo venne, per la prima volta, iscritto nei registri inventariali di Casa Savoia; una curiosa coincidenza che finì per sottolineare l’importanza del ruolo assunto dai discendenti di Umberto Biancamano nella custodia della reliquia.

Chi vide sul letto di morte l’ultimo re d’Italia, notò, appuntate sulla sua giacca, le decorazioni che aveva ricevuto sul fronte di Cassino dove, nella più difficile ora della sua vita, si era battuto eroicamente contro un nemico che sembrava invincibile e che invece fu sconfitto. Di fronte alla morte, “l’ultimo nemico”, volle presentarsi con la stessa fiducia mostrata quel giorno. Intendeva affermare, così, la certezza che tutto quello che sembrava disperdersi, lo avrebbe definitivamente riacquistato, come era accaduto con i suoi «pezzi» della collezione iconografica sulla Sindone; oggetti provvisoriamente perduti, appunto, nella terribile battaglia di Cassino.

Nell’Italia repubblicana del dopoguerra non poteva esserci posto per un re. Ma se nell’Italia del dopoguerra questo posto ci fosse stato, Umberto poteva essere, come disse Ferruccio Parri, “il migliore dei re”. Al funerale di Umberto partecipò anche Enzo Tortora, pare unico giornalista presente, improvvisando una telecronaca per non si sa quale canale televisivo, forse nessuno. In quello che fu forse il suo ultimo sevizio giornalistico prima di essere arrestato, Tortora raccontò commosso questo ultimo tragitto di Umberto che «non ha voluto per questo addio insegne particolari. Ha voluto anzi che si abolissero tutte le insegne. Sulla sua bara semplice, quasi spoglia, ha chiesto soltanto la bandiera italiana».

Le spoglie di Umberto riposano oggi nell’abbazia savoairda di Hautecombe, nella diocesi di Chambéry della Chiesa francese. Nella stessa Chambéry dove, nel 1506, per la prima volta la Sacra Sindone su consegnata dai Savoia al culto dei fedeli.

(Leggi tutte le puntate)

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Revisione di un articolo pubblicato sulla Rivista del Collegamento pro Sindone

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