L’umorismo dopo Charlie Hebdo.

È triste dover parlare di umorismo quando degli umoristi muoiono. Quando, per giunta, com’è capitato per i redattori del giornale umoristico parigino Charlie Hebdo, essi muoiono di morte violenta. Non conosco, se non vagamente, il lavoro dei vignettisti così barbaramente uccisi e probabilmente non ne avrei condiviso affatto lo stile. Ma, ovviamente, non spetta a me stabilire le regole, soprattutto in un campo come questo dove la regola principale è quella di una libertà di espressione che non può essere negata.

I fatti di Parigi, comunque, devono interrogare chiunque. E non se ne può fare, certamente, una questione di stile. I fatti di Parigi interrogano chiunque perché coinvolgono una delle questioni più stringenti come è – checché se ne dica – la religione, cioè il personale rapporto con questa misteriosa presenza che chiamiamo Dio. Perché è questo che ha scatenato il massacro al Charlie Hebdo.

La questione, che ha acceso la furia omicida dei terroristi, sarebbe stata la “licenza” di mettere in ridicolo la religione islamica, tra le altre religioni prese di mira dal giornale, talvolta – bisogna dire tutta la verità – con ripugnante volgarità. La questione è, appunto, se ciò sia lecito. Certo, al Charlie Hebdo i disegnatori hanno mostrato di avere la mano pensante, che a me ricorda poco quella del creatore di Charlie Brown, al quale credo si volesse richiamare la loro testata.

A parte ciò, per quanto l’argomento si presenti come un tabù inviolabile, c’è da dire che non è affatto un tabù ridere di Dio nel contesto delle religioni abramitiche, che si riconoscono cioè nel comune cammino tracciato da Abramo. E l’islam è una di queste. Non solo, ma ridere di Dio è stata la prima reazione che ebbe Sara, moglie di Abramo, alla rivelazione divina; come ci ricorda la Genesi: «E l’Eterno disse ad Abrahamo: “Perché mai ha riso Sara”?»

Ma Dio sorride? E può trovare diletto nelle sue relazioni con gli uomini, creature in gran parte malvagie? Paolo Pivetti, autore di un libro intitolato La Bibbia e Groucho Marx!, ne è fermamente convinto. Egli afferma: «Quanta felicità, quanta consolazione ci neghiamo se non sappiamo cogliere nelle cose divertenti della vita anche il divertimento di Dio, la sua gioia, il suo umorismo. Che non è separato dalla sua misericordia, dalla sua giustizia, dalla sua bontà, ma fa parte di quello sguardo amorevole che lui posa teneramente sopra di noi. E non è sempre facile da cogliere, come il vero umorismo, fatto di messaggi segreti, di allusioni, di fantasiose metafore. Forse a Dio non basta essere amato e adorato: vuole anche che lo troviamo simpatico, che ci divertiamo con lui».

Probabilmente proprio l’audace tentativo di Dio, di introdursi di soppiatto nella vita – altrimenti noiosissima – dell’uomo, è la causa scatenante dell’umorismo. Lo sostiene l’umorista ebreo Moni Ovadia. In L’ebreo che ride, un libro che raccoglie le sue lezioni tenute all’università di Padova sull’umorismo ebraico, egli ricostruisce – Sacra Scrittura alla mano – questo celestiale intrigo.

Osserva Ovadia che pochi riflettono sul tema dell’annunciazione ebraica. A differenza di quella cristiana che è invece notissima e della quale la Chiesa ha fatto giustamente il punto centrale. L’annunciazione ebraica sarebbe, secondo Ovadia, un’esplosione di ilarità: «Abrahamo all’annuncio – portato dall’Arcangelo in travestimento di viandante – che egli, ormai centenario, avrà per congiungimento un figlio da sua moglie Sarah novantenne e da sempre sterile, scoppia a ridere. Sarah, in modo più ritroso, ride anche lei. L’Arcangelo la vede e le dice: “Cosa fai, ridi?” Sarah nega e si schermisce, ma l’Arcangelo insiste: “No, no, ti ho vista. Tu hai riso!” Anni più tardi, in presenza del lieto evento, è lecito supporre che anche Dio abbia riso della ilare diffidenza di Sarah e di Abrahamo. A perenne testimonianza di questo fatto rimane il nome che l’Eterno chiede loro di dare al neonato: “Lo chiamerete Isacco!” (in ebraico Itzkhak dal verbo tzakhak, ridere). Dunque Isacco significa: “Che rise” o “Colui che rise”. Abrahamo ha già avuto un figlio dalla serva Hagar: Ishmael (“Dio ascolta”). Su di lui l’Eterno promette di stabilire un grande popolo. Sarà il popolo dell’Islam. Ma è Isacco il figlio di Abrahamo che darà vita al progetto identitario Israel. Questo progetto si annuncia con uno scoppio di riso. Il ridere di sé, beninteso. Il patriarca e la matriarca diranno: “Le genti rideranno di noi perché abbiamo riso dell’annuncio miracoloso”. Questo scoppio di riso non è appiccicato a posteriori all’evento: ne è parte costitutiva».

È difficile definire con precisione cosa sia l’umorismo. La questione ha appassionato generazioni di umoristi. Dell’umorismo possiamo, comunque, individuare quale sia la sua origine: quello scoppio di ilarità di fronte alla grandiosità della promessa di Dio, come quella che è stata la più clamorosa – un uomo vecchio come Abramo ed una donna sterile, sua moglie Sara, rigenereranno la faccia della terra. Di fronte a questa promessa, oggettivamente incredibile, la prima reazione che l’uomo ha non può essere che una sonora risata. Salvo poi a scoprire che a Dio piace l’uomo che ride, ma che non si ferma al riso. No, anzi; nella sua fedeltà alla promessa, Dio è anche uno che fa tremendamente sul serio.

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