«Una volta risposi di sì». L’ONU, Hammarskjöld e la sottomissione.

Il 18 settembre 1961, Dag Hammarskjöld, Segretario Generale delle Nazioni Unite, periva in un incidente aereo. Sebbene in quegli anni egli fosse uno dei massimi protagonisti sulla scena mondiale, il suo nome fu dimenticato in fretta. Né si mostrò particolare interesse per conoscere la verità sul misterioso incidente aereo occorsogli nei cieli africani. Eppure, a questo riguardo, ci sarebbe stato tanto da chiarire. Per capire chi fosse Hammarskjöld basterebbe citare quello che scrisse, il giorno dopo l’incidente, il New York Times: «Se non fosse stato per la paziente, instancabile guida di Dag Hammarskjöld, l’ONU forse oggi non esisterebbe. Con calma, sagacia e perseveranza ha faticato per conservarla nonostante pesanti contrasti e per accrescerne l’efficacia in un mondo che vacilla sull’orlo della catastrofe». Quella di Hammarskjöld fu una perdita incalcolabile nella partita fatale, che si giocava in quegli anni, per evitare l’olocausto nucleare.

Ciò che accresce ulteriormente il già grande valore di quest’uomo è stata la personale consapevolezza dei rischi cui si esponeva e la considerazione dell’alta probabilità di rimanere vittima di una morte violenta. Preoccupazioni che, evidentemente, non sono riuscite a frenare la sua determinazione né a mettere in crisi le sue convinzioni.

Hammarskjöld era nato nel 1905 a Jönköping, una bella città svedese, a circa cento chilometri da Göteborg, conosciuta in tutto il mondo come la “capitale del fiammifero” e che dalla produzione industriale del noto fiammifero svedese ebbe a ricavare grandi ricchezze. L’ambiente familiare da cui proveniva potrebbe spiegare tutto della sua personalità. La famiglia era molto ricca e suo padre un uomo politico molto influente in Svezia; era stato anche, per un certo periodo, primo ministro. Nel suo diario, pubblicato postumo col titolo Vägmärken – Tracce di cammino, Hammarskjöld ha scritto: «Da generazioni di soldati e di uomini di governo della mia ascendenza paterna ho ereditato la persuasione che nessuna vita dava maggiore soddisfazione di una vita di servizio disinteressato al proprio paese e all’umanità. Questo servizio richiedeva il sacrificio di ogni interesse privato, ma nel contempo il coraggio di battersi fermamente per le proprie convinzioni. Dagli studiosi e dai pastori luterani della mia ascendenza materna ho ereditato la convinzione che nel vero senso dell’evangelo, tutti gli uomini sono uguali in quanto figli di Dio e devono essere accostati e trattati da noi come i nostri signori in Dio».

Mai nulla trapelò della spiritualità che si nota in queste parole se non dopo la morte dell’autore. Una spiritualità che forgiò in Hammarskjöld quel codice etico che partiva dal riconoscimento dell’uguaglianza di tutti gli uomini in quanto figli di Dio e che gli imponeva di trattare ciascuno di questi come “i nostri signori”. Era un codice che egli ben sintetizzò nella parola “sottomissione”. Per lui, il vero funzionario pubblico è chi riconosce nei cittadini “i nostri signori”, sottomettendosi loro. Fino all’estremo sacrificio di sé. Perché, diceva «la mia vita, nella sottomissione, ha un fine».

L’idea della sottomissione è stata completamente rimossa dalla cultura occidentale e viene vista oggi addirittura come un attentato alla libertà personale. Per Hammarskjöld, invece, è ciò che rende la vita umanamente sostenibile e che non è da intendere come sottomissione a un potere, ma è il riconoscimento della reale natura dell’uomo dalla quale si è definiti come bisognosi. È alla povertà dell’uomo, dunque, al mendicante e non ai potenti del mondo che Hammarskjöld accetta di sottomettersi, ricercando in tutto ciò, appunto, il senso della propria vita.

In questo voleva essere fedele alla tradizione luterana cui apparteneva, che proprio in quegli anni aveva trovato un eccellente testimone in Albert Schweitzer, premio Nobel per la pace nel 1952. Ma per lui non ci fu soltanto questo riferimento ideale; attinse anche all’esempio dei mistici medievali. «I due ideali che hanno dominato il mondo della mia infanzia» scrive nel diario, «mi hanno portato a incontrare, in completa armonia e rispondenza alle esigenze del nostro mondo di oggi, Albert Schweitzer […]. Ma la spiegazione di come l’uomo debba vivere una vita di servizio attivo verso la società in completa armonia con se stesso come un membro attivo della comunità dello spirito, l’ho trovato negli scritti di quei grandi mistici medievali per i quali “la sottomissione” è stata la via della realizzazione di sé e che hanno trovato nell’onestà della mente e nell’interiorità la forza di dire a ogni richiesta che i bisogni del loro prossimo mettevano loro davanti, e di dire a qualsiasi destino la vita avesse in serbo per loro quando hanno risposto alla chiamata del dovere così come l’avevano intesa».

Dag Hammarskjöld immaginava la vita dell’uomo, altrimenti solitaria, immersa nel rapporto con una misteriosa compagnia. Il 19 luglio del 1961, trascrive questi suoi versi: «Tu / che io non conosco / ma a cui appartengo. / Tu / che io non comprendo / ma che ha votato me / al mio destino. / Tu…» Egli immaginava la condizione umana come una solitudine amorosa, ossimoro difficile da spiegare se non con le sue stesse parole che egli riferisce a uno sconosciuto: «… uno di quelli che hanno avuto il deserto per guanciale e che hanno chiamato sorella una stella. Solo. La solitudine, però, può essere una comunione».

A questa “stella” lontana, a uno sconosciuto Tu, al Mistero, Hammarskjöld consegnò la sua vita. «Non so chi – o che cosa – pose la domanda. Non so quando sia stata posta. Non so cosa risposi. Ma una volta risposi a qualcuno – o a qualcosa. A quel momento risale la certezza che l’esistenza ha un senso e che perciò la mia vita, nella sottomissione, ha un fine. Da quel momento ho saputo cos’è “non volgersi indietro”, “non affannarsi per il domani”».

Nonostante – come si vede – Dag Hammarskjöld fosse una persona mite, si attirò non pochi nemici. Chi non ha memoria del clima politico degli anni Cinquanta e delle tensioni internazionali troverà difficile cogliere le ragioni dell’ostilità nei confronti del Segretario Generale dell’ONU. Parte dei “pesanti contrasti” – come si espresse il NYT – erano riconducibili alla realtà della Guerra Fredda. Erano gli anni del maccartismo e della caccia alle streghe contro i comunisti. Per la forte presenza di funzionari dell’URSS all’interno del Palazzo di Vetro, molti a New York guardavano agli uffici ONU come alla principale base logistica dello spionaggio sovietico. Altre tensioni provenienti dal mondo comunista erano legate alla questione della rappresentanza cinese all’interno dell’istituzione. Infatti, a rappresentare la Cina come membro permanente nel Consiglio di Sicurezza, tra l’altro con diritto di veto, era Taiwan e non Pechino. Considerando l’animosità di Mao Zedong, si può comprendere a cosa si esponeva chi aveva il compito di rappresentare l’ONU.

Ma le maggiori criticità emergevano nelle questioni che riguardavano quei paesi che in quegli anni erano indicati come “il Terzo Mondo”. Se le tensioni tra le due superpotenze USA-URSS erano affrontate a livello dei rapporti bilaterali tra i singoli Stati, era nel Terzo Mondo, e particolarmente in Africa, che l’ONU svolgeva un ruolo particolarmente gravoso. Anche in quest’area i problemi che si presentavano non erano di poco conto, in quanto si era impegnati ad attraversare la delicata fase della decolonizzazione, un processo che – è facile immaginarlo – andava incontro a non poche resistenze. Tra i tanti focolai di crisi che il continente africano presentava, il maggiore era indubbiamente quello del Congo, un paese dell’Africa centrale, otto volte più esteso dell’Italia e dove, per le sue dimensioni, per la sua posizione, per la sua storia ma soprattutto per le sue risorse minerarie, si giocava una buona parte dei destini africani.

Tutto ciò aveva purtroppo il suo tallone d’Achille proprio nelle Nazioni Unite. Se cioè, nell’idea dei membri permanenti nel Consiglio di Sicurezza, la garanzia della pace consisteva nel mantenimento dello status quo uscito dal secondo conflitto mondiale, per il Segretario Generale, invece, essa dipendeva dalla “diplomazia preventiva” dell’ONU. Erano due punti di vista completamente divergenti. Hammarskjöld faticò non poco perché potesse essere efficace l’azione del Palazzo di Vetro finalizzata a “risolvere pacificamente” le controversie internazionali, identificando nelle missioni di pace la modalità di intervento. Fu quindi creata una forza militare capace di ripristinare la normale agibilità politica dove la pace era compromessa. La presenza dei Caschi blu sugli scenari internazionali costringeva a rivedere e spesso anche a ridimensionare il protagonismo delle grandi potenze, in quanto le relazioni internazionali non ruotavano più attorno al concetto di bilateralità, ma consistevano in un’azione multilaterale.

Era questa una scommessa molto ardita, almeno in quei tempi, su ciò che Hammarskjöld stesso chiamava «una fragile costruzione umana». Il Segretario Generale dell’ONU avrebbe avuto la stessa autorevolezza di un Consiglio di Sicurezza forte della rappresentanza delle maggiori potenze mondiali? Talvolta capita di assistere a Davide che prevale sul gigante Golia. Questo fu certamente il caso degli organi operanti presso le Nazioni Unite. Anche se, come si diceva, il Segretario Generale non era al riparo dagli enormi rischi che la sua azione comportava. Tutto questo non intimorì però Dag Hammarskjöld che in una sua poesia scriveva: «Con mille altre domande / giungerò là / dove la vita si spegne…» Egli non poteva non accettare questo compito. Non avrebbe potuto non dire di sì al destino di fronte al quale avvertiva la necessità della sottomissione. Nel suo diario annoterà: «Ciascuno percorre da solo il cammino verso il compimento, verso la mortale rinuncia a se stessi. E su questa sponda non si troverà mai nessuno che l’abbia percorso».

Il suo diario è disseminato della premonizione di essere chiamato a percorrere la strada di questo Calvario, la stessa percorsa da Cristo: «Un giovane uomo, duro nel suo abbandono della vita. Chi gli fu più vicino, racconta dell’ultima sera quando si alzò da tavola, depose le vesti e lavò i piedi dei commensali e discepoli; un giovane, duro, solo davanti al suo destino. […] Se Dio avesse voluto qualcosa da lui, egli non sarebbe venuto meno. Solo da poco gli era parso di vedere più chiaro e di capire che la via della possibilità poteva essere quella del martirio».

A questo destino si sottomise, docilmente ma ardentemente, Hammarskjöld: «“… e presto verrà la notte”, / Al passato: grazie / al futuro: sì!» Sarebbe bastato poco a compromettere questa sua “fragile costruzione umana”. Ma ciò avrebbe avuto ben poca importanza per lui se è vero, come egli credeva, che «ogni mattina, il mondo sarà creato di nuovo, perdonato: in te, da te». Del destino percepiva la durezza ma anche l’affidabilità: «Un tempo la morte faceva sempre parte della compagnia. Ora è mia vicina di tavola: me la devo fare amica».

Nel mese di settembre del 1961, Dag Hammarskjöld era impegnato nella soluzione della crisi del Congo, una crisi che, convenzionalmente, si fa risalire alla guerra per la secessione del Katanga, ma che in realtà, come tutti i conflitti, era inserita in un quadro molto più complesso. L’affrancamento del Congo dalla dipendenza coloniale è forse il capitolo più buio dell’epoca del colonialismo. Quanto fosse anomala la situazione del paese africano si comprende dal fatto che era sorta come “colonia personale” del re del Belgio; in parole povere, era considerata “proprietà privata” del sovrano, il quale aveva potere di vita o di morte sui poveri sudditi, ridotti di fatto in condizioni di schiavitù. Il dispotismo di Leopoldo II, sul trono del Belgio dal 1865 al 1909, e che viene annoverato tra i peggiori criminali della storia, si spinse oltre ogni limite scatenando uno dei più sanguinosi genocidi che si ricordano, con un numero incalcolabile di morti – non meno di tre milioni, secondo alcuni addirittura dieci milioni.

Nonostante ciò, dopo Leopoldo II il dominio belga sul Congo si protrasse ancora per altri cinquant’anni, si può immaginare in quale clima di ostilità. In quel mese di settembre, però, incredibilmente sembrava che l’opera paziente e coraggiosa di Hammarskjöld potesse portare a una definitiva svolta sulla via della pacificazione. Ma fu un cammino che si interruppe nel peggiore dei modi. Il 18 settembre, l’aereo su cui viaggiava il Segretario Generale dell’ONU e con altre quindici persone a bordo, precipitò nei pressi di Ndola, nella Rhodesia del Nord – oggi Zambia. Le circostanze dell’incidente non furono chiarite mai, sebbene i sospetti di un sabotaggio fossero pesantissimi. Harry Truman, ex presidente degli Stati Uniti, disse di Hammarskjöld: «era sul punto di ottenere risultati concreti quando lo hanno ucciso. E sottolineo quello che ho detto: “quando lo hanno ucciso”».

Tante sono le ipotesi che possono farsi riguardo a chi possa aver voluto uccidere quest’uomo buono. Ma indubbiamente Dag Hammarskjöld si muoveva su un campo minato. Basti pensare soltanto al fatto che dalle miniere del Congo proveniva l’uranio che aveva consentito agli Stati Uniti di realizzare la bomba atomica. Basti pensare che proprio in quegli anni iniziava l’escalation per gli armamenti nucleari nella quale erano impegnati, oltre che le due superpotenze, anche altri paesi che aspiravano ad avere un ruolo di primo piano nello scacchiere internazionale; tra i quali, un nuovo soggetto che sarà dirompente sulla scena mondiale: la Cina. Dalla possibilità di accedere alle miniere di uranio sarebbero dipesi i rapporti di forza negli anni della Guerra Fredda.

È possibile che Dag Hammarskjöld sia stato deliberatamente ucciso? Che qualcuno possa aver voluto la sua morte? Il dubbio è legittimo se è vero quello che si dice, che cioè un quotidiano svedese in quei giorni avrebbe scritto: «È stato un bene che morisse». Ma questo inquietante interrogativo, paradossalmente, ha un’importanza relativa per un uomo che ha accettato volontariamente di sottomettersi totalmente al suo destino, al quale una volta aveva risposto di sì. Nelle ultime pagine del diario sono annotati questi suoi versi: «Ora sono io il prescelto / che viene legato al ceppo / per essere sacrificato». Qualche anno prima, sullo stesso diario, aveva scritto: «È meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera. Chi ha questa grande capacità di veder chiaro in se stesso senza tergiversare, e di agire partendo da lì, giungerà alla meta».

A Dag Hammarskjöld fu assegnato il premio Nobel per la pace 1961. Purtroppo, essendo rimasto nel frattempo “legato al ceppo”, non ebbe la possibilità di ritirarlo.

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