L’abito di Heidegger e la nudità dell’Essere. Don Donato Gallucci.

Nell’anno 1904 il giovane Martin Heidegger giungeva al Bertholdsgymnasium di Friburgo in Brisgovia per ultimare gli studi liceali. Conseguita la maturità nell’anno successivo, Martin fu ammesso al Collegium Borromaeum, seminario arcivescovile dell’importante diocesi tedesca. Secondo alcuni, questo passo fu legato alla banale necessità di beneficiare di una borsa di studio che gli consentisse di mantenersi agli studi e non propriamente al desiderio di abbracciare la vita sacerdotale. Ma probabilmente non è proprio così – o almeno potrebbe non essere semplicemente così – se è vero che Heidegger, nello stesso tempo, aveva manifestato la volontà di trasferirsi addirittura in Austria, presso Feldkirch, pur di entrare nel noviziato dei gesuiti, ordine che era stato bandito dal territorio tedesco.

Evidentemente, è difficile accettare l’idea di un’autentica vocazione religiosa in Martin Heidegger, in considerazione di ciò che sarà la filosofia sviluppata in età adulta e che qualcuno ha addirittura definito “anticristiana”. Ma non si può nemmeno trascurare la personale testimonianza del nipote del filosofo, Heinrich Heidegger, il quale sacerdote cattolico lo sarà davvero. In un’interessante intervista concessa a Pierfrancesco Stagi e pubblicata da Morcelliana con il titolo Martin Heidegger, mio zio, don Heinrich a questo proposito ricorda: «ciò che io so direttamente da mio zio è che egli sognava di studiare teologia per diventare prete. Il successivo confronto con il “sistema del cattolicesimo” non può essere proiettato sui suoi anni giovanili. Egli ottenne non solo per necessità la borsa di studio dell’Arcidiocesi».

Comunque sia, il percorso di verifica della vocazione sacerdotale di Martin Heidegger si rivelerà più tormentato del previsto e a un certo punto si interruppe. Le ragioni non si possono ovviamente trattare in poche battute. Ma, come spesso accade, un episodio ci può far capire tante cose. Quando il quindicenne Martin partì per Friburgo, il suo parroco gli regalò il libro di Franz Brentano Sui molteplici significati dell’essere secondo Aristotele, un libro che indicò al ragazzo – come disse lui stesso – “la strada da seguire”. Infatti, fu all’Essere che Heidegger orientò i suoi studi filosofici. E furono proprio questi studi a distoglierlo dalla strada della vita cristiana. Perché – osservava il filosofo – gli uomini devono essere portati nelle condizioni di vivere la povertà dell’Essere in se stessa senza alcun riferimento alla trascendenza, «di comporre la libera fuga della verità dell’essere partendo da quest’ultimo». È quello che riferisce il nipote don Heinrich, il quale nella suddetta intervista sostiene che secondo questa visione filosofica, «la nudità dell’Essere in quanto tale è il destino che l’uomo dovrà imparare a fare proprio, ad appropriarsi nell’epoca della morte di Dio».

Molto opportunamente, don Heinrich osserva che proprio per questo Martin Heidegger potrebbe essere considerato un filosofo cattolico «in quanto cattolica è la sua domanda principale, ossia la domanda sull’essere. Un filosofo non cattolico difficilmente sarebbe giunto all’inizio del Novecento a incontrare questa antichissima questione propria del pensiero medioevale e scolastico». Resta però il fatto che Heidegger si allontanò dalla Chiesa cattolica e dal giovanile percorso vocazionale.

Proprio in quegli anni, un giovane lucano, diplomatosi presso il liceo classico Ennio Quirino Visconti di Roma, giungeva a Friburgo per gli studi universitari. Si chiamava Donato Gallucci e le sue spiccate doti di intelligenza avevano spinto lo zio don Domenico, un colto monsignore di Pietragalla in provincia di Potenza, a incoraggiare i suoi studi iscrivendolo prima ai migliori licei d’Italia – Firenze e Roma – e successivamente all’università di Friburgo. Nella città tedesca, Donato ebbe in un certo senso un percorso inverso a quello di Martin Heidegger; perché fu a contatto con l’ambiente religioso friburghese che maturò la decisione di indossare quell’abito talare che Heidegger proprio allora decideva di abbandonare. Non sappiamo se i due si incontrarono realmente, anche se la cosa appare più che probabile, dal momento che entrambi ebbero a frequentare gli stessi ambienti, sia universitari sia ecclesiali.

Quello di Donato Gallucci non fu che uno dei tanti “destini inversi” che Heidegger incrociò sulla strada di Friburgo. Uno di questi sarà quello della povera ebrea Edith Stein che troverà la morte nel lager di Auschwitz-Birkenau dopo essere entrata in convento col nome di suor Teresa Benedetta della Croce. La Stein, che sarà anche assistente di un altro docente di Friburgo, Edmund Husserl, fu colei che permise l’incontro di Heidegger con questo illustre filosofo. È proprio in una lettera del novembre 1921, scritta da Husserl a un amico, che troviamo una risentita considerazione verso la conversione alla Chiesa cattolica della Stein, che sarà poi elevata agli onori degli altari da Giovanni Paolo II, e di molti altri giovani presenti allora a Friburgo. Scrive Husserl: «Ciò che mi scrive della signorina Stein mi ha rattristato, lei a me non l’ha scritto. C’è purtroppo un grande movimento di conversioni, un segno della miseria interiore degli animi».

Tra i segni di questa “miseria interiore”, cui allude poco garbatamente Edmund Husserl, vi è forse anche la vocazione sacerdotale di Donato Gallucci? Da Friburgo, Gallucci ne uscì con due lauree, in Filosofia e in Lettere, e con la padronanza di numerose lingue, tra la quali l’inglese, il tedesco, il francese, lo spagnolo e l’arabo, oltre alla conoscenza del latino, del greco antico e dell’ebraico. Sembra che fosse destinato alla carriera universitaria, secondo alcuni alla sede di Lovanio. Intanto, riceveva l’ordinazione sacerdotale nella cattedrale dell’arcidiocesi di Friburgo, retta all’epoca dal vescovo Thomas Nörber, un sacerdote arrivato non si sa come alla guida di questa importante diocesi direttamente da una parrocchia di campagna. A giudicare da quella che sarà la vita di don Donato, l’esempio umile di questo vescovo avrà, probabilmente, una certa influenza.

Lo scoppio della Grande guerra, però, finirà per sconvolgere la goliardica atmosfera di Friburgo, oltre che purtroppo la pace di interi popoli. Donato Gallucci dovrà abbandonare la sua promettente attività scientifica – i suoi articoli saranno pubblicati su riviste internazionali – per accorrere al fronte, dove sarà impegnato come cappellano militare. Orazio Carratelli, in un articolo uscito sul Secolo d’Italia il 10 marzo 1965, scrive che Gallucci «quando, a guerra conclusa, riprese la sua opera nei seminari e nelle biblioteche avvertì che troppe cose erano cambiate, che gli stessi sentimenti degli uomini avevano subito profondi mutamenti. La coscienza gli suggerì che era tempo di abbandonare le cattedre ed i libri, per rivolgersi ad una missione umile ed oscura, ma certo più importante e più urgente: quella di tendere una mano ai più sprovveduti».

Mentre in quegli anni don Donato indossava l’abito talare e raggiungeva l’esercito al fronte, Martin Heidegger rompeva con quello che definì il “sistema del cattolicesimo”. Non che questo significhi un taglio netto verso la fede da parte di Haidegger che proprio in quegli anni si sposava con rito religioso; è molto più probabile che ci fosse in lui soltanto la necessità di affermare l’autonomia del suo pensiero rispetto alla dottrina cattolica.

Tra Gallucci e Heidegger non ci fu però soltanto un inconsapevole “scambio d’abito”; sembra di scorgere anche una comune fonte di ispirazione. Negli anni successivi alla guerra, don Donato tornò nella sua Lucania per andare a esercitare il suo ministero sacerdotale a Miglionico, in provincia di Matera, in quello che era uno dei comuni più poveri d’Italia. Era proprio qui, lontano da Friburgo, dove don Donato aveva compreso la necessità di accorrere a condividere le estreme condizioni di povertà di quegli uomini, che le parole di Heidegger, con le quali si rappresentava l’Essere nella sua nudità, diventavano vere. Sarà stato per questa ispirazione che il giovane don Donato, che aveva ancora nel cuore l’orrore per le miserie della guerra, preferì alle cattedre universitarie la desolazione di questo mondo contadino? Mons. Guglielmo Motolese, che in quegli anni amministrava la diocesi lucana, in una relazione inviata alla Santa Sede, scriveva: «Parte del clero dei paesi vive dell’elemosina della messa che non sempre c’è». Uno di questi preti-mendicanti era certamente don Donato Gallucci, parroco a Miglionico.

C’è scritto nel Vangelo che «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo». Don Donato aveva forse questa gioia nel cuore quando pensò di rinunciare a tutto e andarsene in questo campo lontano. L’impatto con questa realtà fu comunque per lui tutt’altro che idillico.

L’inviato del settimanale Epoca, Giuseppe Grazzini, sull’edizione del 29 marzo 1964 del giornale riportava le sue parole: «Arrivai in un giorno di dicembre, nevicava, e sulle mura del castello volavano i falchi. Speravo di vedere almeno un manifesto di benvenuto: di solito nei paesi si innalzano persino degli archi di trionfo, quando arriva il nuovo parroco. Invece, niente. Arrivai in chiesa e tutto mi sembrò abbandonato, senza speranza. Allora ebbi paura, una smisurata paura. Per un attimo», confessò, «pensai di fuggire. Non c’era da illudersi di avere la vita facile, in un paese come Miglionico, un paese chiuso, impastato di miseria e di superstizione». Mentre continuava a pubblicare i suoi studi – in quegli anni collaborava con “La Scuola cattolica”, una delle più antiche riviste di teologia, edita dall’arcidiocesi di Milano – il parroco comprende la stringente necessità di farsi carico dell’emergenza educativa rappresentata da questa dimenticata comunità contadina.

A Miglionico, in quegli anni, pochi ragazzi potevano frequentare la scuola. Don Donato cercava questi ragazzi per insegnare loro a leggere e a scrivere. Acquistava libri e quaderni, provvedendo personalmente a quanto era necessario per farli studiare. Nel farsi carico delle spese per gli studi dei ragazzi, giunse al punto di privarsi di ogni cosa. Perché questa scelta così radicale? La risposta è da ricercare nella Sacra scrittura e precisamente nel libro dei Proverbi al quale Gallucci dedicò i suoi studi più importanti. «Acquista la sapienza» raccomanda il testo sacro, «a costo di tutto ciò che possiedi / acquista l’intelligenza». Era questo l’insegnamento del libro dei Proverbi che don Donato aveva voluto accogliere nella sua attività pastorale. Ma colpisce la sintonia anche con l’insegnamento di Heidegger che, nella Lettera sull’umanismo, raccomanda: «L’uomo è il pastore dell’Essere. In questo “meno” l’uomo non ci rimette nulla, anzi ci guadagna, in quanto perviene nella verità dell’Essere. Guadagna l’essenziale povertà del pastore, la cui dignità consiste nell’essere chiamato dallo stesso Essere a guardia della sua verità». Nella povertà, il pastore si priva di tutto ciò che possiede, ma ha accesso alla Verità.  L’essenziale povertà del pastore, di cui parla Heidegger, è ciò che il libro dei Proverbi chiama “la sapienza”, che è la soddisfazione della ragione.

Don Gallucci segue spesso i ragazzi fino al diploma. Nei giorni degli esami, li accompagna lui stesso a dorso di mulo fino a Matera, facendoli alloggiare a sue spese nella locanda. A chi gli chiedeva perché facesse tutto ciò, rispondeva semplicemente: «è un modo come un altro di servire il Signore». Tiene lezioni in canonica, a casa degli alunni, non raramente per strada. «Eppure» dissero, «con quell’incredibile prete abbiamo studiato tutti». Basta dare uno sguardo agli albi professionali degli avvocati, dei medici, degli ingegneri o scorgere gli elenchi dei magistrati, degli insegnanti; tanti professionisti, che altrimenti sarebbero diventati al massimo manovali – come ha osservato qualcuno – sono usciti dalla scuola di questo prete. Non era un compito facile. Perché l’opera educativa di don Donato andava a scontarsi con i pregiudizi dei genitori i quali, soprattutto, non gradivano affatto che i ragazzi fossero distolti dai lavori nei campi o che le ragazze uscissero di casa.

Don Donato però era un sacerdote che sapeva imporsi con la sua autorevolezza. Alla fine della guerra, durante la ritirata dei tedeschi, si verificarono frequenti episodi di ostilità nei confronti dell’esercito occupante. A Miglionico, in seguito alla resistenza opposta alle razzie dei soldati, un uomo era stato catturato per essere fucilato. Intervenne prontamente don Donato il quale affrontò i tedeschi, urlando nella loro lingua non si sa cosa e ottenendo la restituzione del prigioniero. Ma l’ignoranza spingeva frequentemente la popolazione a passare da un sentimento di benevolenza all’aperta contrarietà. Nel paese lucano si trova un prezioso polittico di Cima da Conegliano, le cui opere sono oggi esposte nei più importanti musei del mondo. È facile immaginare di quanta poca considerazione godesse, invece, tra la popolazione quest’opera d’arte. A Miglionico, in quell’epoca non si sapeva nemmeno cosa fossero l’arte e il turismo.

«Tu non sai niente, ma qui c’è stata una rivolta due anni fa. E io mi ci sono trovato in mezzo, le ho prese da tutte le parti» raccontò don Donato Gallucci quella volta che Grazzini andò a intervistarlo per Epoca. Spiega il giornalista: «Due anni fa, a Treviso, fu allestita una mostra di Cima da Conegliano, ed era naturale che gli organizzatori chiedessero in prestito a Miglionico quel prezioso polittico, una delle opere più rappresentative del pittore. La Sovrintendenza di Bari, come accade in queste occasioni, trasmise la richiesta: don Donato, arciprete di Miglionico, rispose di sì. Era naturale, per lui. Ma per gli altri no. Arrivò un gruppo di contadini, minacciosi, chissà come avevano saputo che l’arciprete aveva detto di sì: lo accusavano di tradimento. Allora il vecchio prete disse che erano degli ignoranti e che lo lasciassero stare, sapeva lui quello che si doveva fare, era o non era il professore? No, non era più il professore, era uno che stava per rubare una ricchezza del paese, perché‚ il polittico non sarebbe tornato mai più, loro lo sapevano, lo avrebbe preso il governo e ogni governo è ladro, dal primo giorno del mondo. Lui aveva detto di sì, si era lasciato corrompere, ma loro dicevano di no, e si sarebbe visto, come andava a finire. Intanto quelli della Sovrintendenza, senza nemmeno poter immaginare che cosa li stava aspettando, mandavano un camioncino e alcuni specializzati per ritirare l’opera d’arte. Davanti alla chiesa c’era un muro di gente, c’erano delle facce che non promettevano niente di buono: e i funzionari delle Sovrintendenze dipendono dal Ministero dell’Istruzione, non da quello della Difesa, non sono pagati per combattere. Così se ne andarono via, per domandare rinforzi. Tornarono una seconda volta, con due agenti di polizia decisi a far rispettare la legge: fu peggio della prima, a momenti ci scappava il morto. Allora tornarono la terza volta, e il popolo li aspettava fin dal mattino, compatto, coi comunisti che davano del venduto al prete, perché‚ permetteva che si portasse via un capolavoro della fede e dell’arte. Successero cose da pazzi, quel giorno, a Miglionico: ma un capitano dei Carabinieri, con sei camionette di soldati in assetto di guerra, non torna indietro a mani vuote. E fu così che il polittico prese la via di Treviso, e don Donato conobbe, fino in fondo, l’odio della sua gente».

Mentre queste cose accadevano, don Donato ritornava con la mente alla Friburgo che aveva conosciuto nei suoi anni giovanili. Mentre i carabinieri “in assetto di guerra” portavano via il polittico del Cima dalla chiesa di quei contadini incolti, avrà pensato all’ambiente accademico che aveva lasciato in Germania e dove invece si preparava il futuro della cultura europea. Ne era valsa la pena? Stando alle parole di Heidegger, che dovevano essere espressione proprio di quella cultura, valeva la pena accettare di essere “meno” se in questo modo si può fare esperienza della “verità dell’Essere”. È proprio questa Verità il tesoro nascosto nel campo di cui parla il Vangelo. È questa la “remunerazione” di cui parla il libro dei Proverbi, la ricompensa per cui è ragionevole privarsi di tutto.

Non era questo, per don Gallucci, un modo di dire. E già le richiamate parole del Vescovo Motolese sono molto eloquenti a questo proposito. Per lui, era questo «un modo come un altro di servire il Signore». Perché è scritto: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo». A ogni uomo capita di doversi privare di qualcosa. Ma don Donato, nel privarsi di tutto, lo fece con gioia. «Sorride, aggiustandosi il mantello nero da contadino, rammendato da tutte le parti» ricorda Orazio Carratelli nell’articolo del Secolo d’Italia, «Forse un giorno, si leverà anche questo mantello per darlo a qualcuno che ne ha bisogno: se ce l’ha ancora addosso è perché anche l’ultimo povero di Miglionico sta molto meglio di lui, eppure nessuno è più felice di lui, questa è la sua meravigliosa ricchezza: potrebbe insegnare da alte cattedre, lo chiamerebbe professore tutta l’Italia e l’Europa, e lui è invece contento di stare qui a Miglionico con la sua prodigiosa cultura e il suo mantello a pezzi. Si ferma accanto a un candeliere, raccoglie la cera di una candela che sta per finire. “Devo fare economie”, dice “ho già tanti debiti. Ma oggi è una bella giornata, è sempre una bella giornata fino a quando conservi la speranza”. Si stringe nel mantello, che è grande e solenne come quello di un antico re, e questa chiesa è una reggia, anche se l’unico suddito è un bambino che è entrato adesso col cane, porta un fascio di rape e, ci guarda, anche il cane ci guarda mentre piove dal tetto su questo povero altar maggiore».

Don Donato Gallucci, arciprete di Miglionico in provincia di Matera dal 1932 al 1965, è nato a Pietragalla in provincia di Potenza il 5 dicembre 1887 ed è morto a Matera l’11 ottobre 1965. È vissuto nella povertà più radicale. Negli ultimi anni della sua vita, trovò rifugio in un serbatoio dell’acquedotto.

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Le notizie relative a don Donato Gallucci sono purtroppo scarsissime. Personalmente, oltre che della rassegna stampa inserita nel sito internet www.miglionicoweb.it, mi sono avvalso della testimonianza di un confratello di don Gallucci, mons. Antonio Tortorelli.

Interessante si è rivelata l’intervista a don Heinrich Heidegger, pubblicata dall’editrice Morcelliana, ai fini di ricostruire l’ambiente culturale della Friburgo dell’inizio del Novecento, dove don Gallucci si è formato. Ho fatto riferimento alla relazione tenuta a Matera il 20 novembre 2014 da Francesco Sportelli, docente dell’Università della Basilicata, in occasione del convegno diocesano Mater Matera, per la descrizione delle condizioni del clero materano.

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