Matera, la città del pane, sarà capitale europea della cultura.

Foto di @Sergio Laterza. Particolare

La città di Matera, dove vivo, sarà Capitale europea della cultura per il 2019. La designazione ha posto, già durante il lungo percorso di candidatura, la questione delle reali opportunità che tale riconoscimento potrebbe offrire. Se cioè la cultura può concretamente rilanciare l’economia. Dal momento che – inutile nasconderlo – è il destino dell’economia che interessa veramente più che il futuro della cultura. L’interrogativo è vecchio quanto il mondo e già nell’antichità si osservava che “carmina non dant panem”. È un interrogativo che – passi la battuta – a Matera, città del pane, avrebbe un certo rilievo. La cultura, diremmo oggi, non fa reddito. È antichissimo il dilemma che vede contrapposti l’otium e il negotium, il lavoro intellettuale e la cura degli affari. Il riconoscimento di un ruolo culturale attribuito a una città non rischia, pertanto, di essere ininfluente?

Bisogna osservare nello stesso tempo però che sin dall’antichità si era perfettamente consapevoli che una società senza poeti, senza artisti, sarebbe una società spaventosamente povera. Si era consapevoli cioè che la creatività, in qualche maniera, arricchisce i popoli. E non soltanto spiritualmente se è vero che lo stesso potere politico che, ovviamente, è mosso prevalentemente da interessi materiali non raramente si preoccupa di proteggere la cultura. L’esempio più noto è quello di Mecenate che sostenne, nei loro “ozi”, due tra i più grandi poeti della storia della letteratura, come Orazio e Virgilio. Il primo dei quali proveniva dalla stessa terra lucana che oggi con Matera riconquista una centralità culturale europea, sia pur nel ristretto arco temporale di un solo anno.

Perché Mecenate proteggeva Virgilio? Perché sapeva bene che la prima risorsa di una società è il suo nome. Virgilio compose l’Eneide per dare un’identità forte a Roma. E il suo poema ebbe questa forza. Di ciò – mutatis mutandis – è consapevole anche ogni operatore economico dei tempi nostri, il quale sa che l’obiettivo di un’azienda è certamente quello di produrre. Ma che ancora più importante della produzione è il brand aziendale. Perché ha imparato che in realtà il consumatore non andrà, per fare un esempio, a comprare una qualsiasi crema gianduia a base di cacao e nocciole; il consumatore andrà a comprare la Nutella e la preferirà ad altri anonimi vasetti di crema gianduia. Se confrontiamo il fatturato della Nutella con quello di altri produttori di crema gianduia, possiamo renderci conto dell’effetto moltiplicatore che può avere un nome.

Chi fa cultura, crea identità. A Matera almeno è stato fatto questo. Dimostrando anche in questo caso che ciò è vincente. È inutile dire che in Europa ci sono altre belle cittadine come Matera e anche molto più belle. Che ce ne sono di altrettanto vivaci culturalmente e, con ogni probabilità, molto più vivaci. Ma Matera ha imposto sul mercato culturale il suo marchio ed è per questo che oggi, oggettivamente, è più attraente di altre. Forse, favorita soltanto dalla fortuna. Ma – come si dice? – “fortuna velut luna”. La fortuna ha un aspetto cangiante come quello della luna. Insomma, questa volta la ruota della fortuna ha rivolto i suoi favori verso il sud. E Matera ha saputo approfittarne.

Mi piace ricordare, a questo proposito, Manzoni il quale era perfettamente consapevole del valore materiale dell’identità e della ricchezza che ne può derivare. Nell’Adelchi, Manzoni infatti afferma con forza che la causa principale della rovina di una società è la perdita dell’identità. È la rovina «d’un volgo disperso che nome non ha». È quello che è stato Matera per secoli, per millenni. Ma oggi è successo un fatto che ha cambiato qualcosa. Guardando la folla di piazza San Giovanni accogliere festosa la proclamazione di capitale della cultura, io non ho potuto non pensare alle parole del coro dell’Adelchi manzoniano. Perché si vedeva proprio questo. Si vedeva che «Un volgo disperso repente si desta; / Intende l’orecchio, solleva la testa / Percosso da novo crescente romor».

Un popolo si ridesta quando torna a sperare, quando intravede nuove prospettive sul proprio cammino, quando si apre al futuro. È stato osservato, però, che questa riscoperta dell’identità potrebbe recare un vantaggio soltanto limitato. Il nome di Matera, cioè, potrebbe rappresentare al massimo un elemento di attrazione del movimento turistico. Coi rischi che questo comporta; particolarmente quello di alterare la realtà del territorio, alimentando quel fenomeno di disneyzzazione nel quale sono rimaste prigioniere tante località turistiche e dove sulla realtà prevale la sua rappresentazione. Come appunto a Disneyland.

A questo proposito bisogna dire che, ovviamente, un’identità non produce ricchezza alla stessa maniera di un brand aziendale. Dove un marchio come la Nutella funziona perché permette di intercettare le esigenze dei consumatori. Un popolo che riscopre la propria identità, che è capace di creare un brand nel quale la comunità si riconosce, potrebbe davvero rimettere in moto l’economia. Un’identità, infatti, ha quella forza che è capace di creare unità. Si riflette troppo poco sulla propria identità e sul valore dell’unità. E parlo anche di valore economico. Perché un imprenditore – per fare un esempio – dovrebbe assumere un giovane nella sua azienda se non riconosce qualcosa che lo lega al destino di quel giovane? Se non riconosce un’unità? In una società senza legami forti non vi sono interessi. E in una società senza interessi la prima cosa che va in crisi è l’economia, che negli interessi materiali trova il suo fondamento. Se un uomo dispone di un capitale perché dovrebbe esporlo al rischio di un investimento quando potrebbe avere una rendita certa? Non ci sarebbe ragione. A meno che quell’uomo non abbia un figlio. Non sentisse fortemente il legame che lo lega a lui. E che lo spinge a interrogarsi sul futuro di suo figlio fino al punto da impegnare i suoi soldi, fino ad affrontare questo rischio.

Se la cultura è capace di creare identità e unità si può affeermare con certezza che rappresenta un fattore di crescita. Matera ha saputo esprimere un po’ di questa creatività. Ma – come si vede c’è sempre un “ma” – c’è anche qui qualcuno che osserva: prima della cultura ci si deve occupare di altro. Insomma, la solita storia che “ci vuole ben altro”. E cosa sarebbe questo benedetto “altro”? La risposta è sempre la stessa: le infrastrutture. Per far decollare un’economia sono necessarie le infrastrutture. Altro che la cultura! Non posso certo negare l’importanza delle infrastruttura e i benefici che recano al tessuto economico. Ma il caso di Matera può insegnarci qualcosa anche a questo proposito.

Può insegnarci che invece la cultura è un fattore primario di crescita. Senza una solida visione culturale, infatti, è impossibile un lavoro di pianificazione smart – come si dice oggi – è impossibile concepire infrastrutture appropriate alle reali esigenze della comunità e alle potenzialità che si dovrebbe riuscire a esprimere. Come purtroppo è accaduto in passato a Matera – bisogna dire anche gli errori che in questa città sono stati commessi – dove nell’immaginare una realtà infrastrutturale si è perso il riferimento concreto alla vita della comunità, scivolando talvolta nel grottesco. A Matera, per fare l’esempio più clamoroso, tutto il fermento progettuale è scaduto in un’ancestrale “invocazione ferroviaria”, buona forse nell’Inghilterra vittoriana: Matera è l’unico capoluogo di provincia dove non arriva il treno. Anche se in realtà un trenino c’è e – diciamola tutta – sono stati buttati via anche un sacco di soldi per realizzare un’assurda metropolitana interrata. Comunque, io non penso che il giorno in cui finalmente arriveranno a Matera, se ci arriveranno, le carrozze di Trenitalia le nuove generazioni manifesteranno la stessa meraviglia di mia nonna la prima volta che vide il treno a vapore. Almeno non come nell’ipotesi dovesse atterrare Ryanair.

Tante cose oggi sono cambiate e per questo dicevo che serve una visione culturale sufficientemente solida. Perché bisogna sapersi adeguare alla portata di questi cambiamenti. E se la cultura può servire a far capire almeno questo, sarà già qualcosa. Ci potrà essere qualche vecchio samurai che continuerà a dire che “ci vuole ben altro” – tipo la ferrovia a Matera o una metropolitana per una città che ha poche decine di migliaia di abitanti o un collegamento veloce alla Grotta dei pipistrelli – e che si dovrebbe, quindi, pretendere di più. Certamente, si potrebbe fare di più. Ma se si abbandoneranno le chimere del passato e ci si aprirà fiduciosi al futuro, si imparerà anche coniugare i verbi al futuro. E a non dire “si poteva fare di più” ma “si potrà fare di più”.

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