Perché conviene scrivere “qual è”. Evviva l’Accademia della Crusca.

Il santo fratello scrive:

Non avendo io titoli di sorta da far valere, una volta sono stato presentato pubblicamente come uno scrittore. Non so cosa abbia creato un equivoco del genere, a parte la cura del blog che pubblico su una nota piattaforma. Non mi illudo di essere uno scrittore anche perché – voglio confessarlo – la sintassi non è il mio forte. E mi capita di avere non poche incertezze perfino con l’ortografia. Non vi dico quante volte devo consultare il vocabolario prima di mettere per iscritto qualcosa. A questo proposito, rivolgo umilmente una preghiera ai signori giornalisti: nell’eventualità dovessero andare a ricostruire le tappe della mia vita, in caso di un mio improvviso successo, lasciate perdere le mie pagelle scolastiche e il mio profitto in Lingua e letteratura italiana.

Cerco, forse invano, di scrivere bene – è vero – ma sapete perché? Ve lo racconto. Tanti anni fa, mi ritrovai tra le mani una rivista che aveva sulla copertina un titolo dove c’era scritto “Qual è” senza apostrofo. Da buon italiano dissi spavaldamente: «Ma come? Qui si scrive “Qual è” senza l’apostrofo?» Il caso volle che io fossi in compagnia di una maestra che insegnava alle scuole elementari. Per dirla tutta, il caso c’entra poco, perché c’era del tenero con questa maestrina. Ovviamente, la maestrina mi fulminò col suo sguardo severo; con la sua voce graffiante poi non mancò di sottolineare che il titolo di quella rivista era scritto in maniera assolutamente corretta. Dal tono della sua voce, compresi tutto il suo disprezzo per questo genere di ignoranza. Compresi anche, dolorosamente, quanto quel tenero che c’era in me fosse mal riposto.

Siccome io sono un uomo scaltro pensai di orientare i miei interessi verso la fotografia. Perché, come si sa, chi scatta delle fotografie non corre il rischio di scrivere “qual è” in modo sbagliato. Nella fotografia non ci sono apostrofi, accenti, congiuntivi e altre diavolerie che deve rispettare chi vuole comporre un testo scritto. Devo dire che è stata una buona idea perché le mie fotografie erano generalmente apprezzate. È una cosa che ha funzionato abbastanza bene, però, fino all’avvento dell’era digitale. Da quando cioè – potere della tecnologia! – il “verbo” riesce a raggiungerti dappertutto, perfino negli angoli più remoti dove puoi aver pensato di andare a rannicchiarti. Sto pensando, l’avrete capito già, al telefono cellulare.

Una volta giunse sul mio telefonino il messaggio di una donna: «Che ne dite di vederci da me questa sera? Potremmo prendere un tè insieme. Ho proprio voglia di incontrarvi!» Difficilmente cedo alle lusinghe femminili e non saprei dire con certezza cosa, in quella occasione, mi abbia spinto a lasciarmi andare. Dopo quello che era capitato con la maestrina delle elementari ero infatti piuttosto cauto con le donne. Probabilmente quello che mi avrà fatto mettere da parte la mia pur granitica prudenza era il fatto di essere rimasto colpito dal tono dell’invito ricevuto. Era la prima volta che una donna si rivolgeva a me dandomi del “voi” che, almeno dalle mie parti, è vista come espressione di cortesia. Quella frase “Che ne dite di vederci?” mi stregò.

Non c’è bisogno che ve lo dica: agli uomini fa molto piacere sapere di godere di una certa considerazione, soprattutto da parte delle donne. Provai anch’io in quella occasione l’ebrezza di andare incontro a una donna e lo sconcertante presentimento di essere atteso. Come se la vita non mi avesse insegnato nulla.

Raggiunta la dimora della donna, si affacciò all’uscio una coppia che aveva quell’espressione cortese di essere disposta all’accoglienza. Dopo i soliti convenevoli, dovetti seguire i padroni di casa all’interno della loro abitazione, sebbene nel mio intimo desiderassi già scappare via. Mentre procedevo, la coppia mi seguiva a poca distanza. Lei commentava: «È un mio vecchio amico, forse non te l’ho mai presentato». Mi fu tutto chiaro: la donna era venuta ad aprirmi insieme all’uomo con cui era felicemente sposata ed ora si accingeva a presentarmi alla numerosissima compagnia che aveva preso posto in terrazza. Era un’atmosfera molto romantica, con quelle lampade che si accendono sulle terrazze delle famiglie borghesi nelle ricorrenti occasioni dei festeggiamenti. C’era un buffet molto raffinato. C’erano addobbi floreali e una dolce musica di violini. Ma, come avrete immaginato, era ben altro che io mi aspettavo quella sera da quella donna che mi aveva scritto di avere “proprio voglia” di incontrarmi.

Avrei dovuto sapere che i telefonini hanno anche la funzione che consente di trasmettere messaggi a interi gruppi di destinatari, non esclusivamente a soggetti singoli e che non sempre questi messaggi hanno significati univoci. Ma avrei dovuto sapere, soprattutto, che il pronome “voi” oltre ad essere adottato in formule di cortesia, può più semplicemente essere il pronome di seconda persona plurale.

Quanti inconvenienti possono generare le incertezze grammaticali! Il rischio di fare brutte figure è altissimo. Non è un caso che quando si vuol mettere alla berlina qualcuno si vanno a cercare le sgrammaticature in cui egli è incappato. È un particolare che tante volte non si considera.

Sono rimasto sbigottito quando ho saputo delle minacce che sono state indirizzate all’Accademia della Crusca per il fatto di ostinarsi a difendere la purezza della lingua italiana e a bandire l’uso di “qual’è” con l’apostrofo. Si tratta di incoscienti, di gente che non immagina nemmeno a quali rischi si espone un popolo che non sa tutelare la struttura della propria lingua. Lo so, è bello non avere regole. Ma, come giustamente osserva Chesterton, sono proprio le strutture che ci proteggono. Se è bello, nel muro della nostra stanza, avere delle finestre, non bisogna cedere alla tentazione di aprire una finestra più grande del muro; la conseguenza è evidente: tutta la casa crollerebbe.

Ne “La superstizione del divorzio”, GK Chesterton scrive: «Vorrei fare un paragone scaturito dal mio gusto e dalla mia immaginazione: non c’è niente che io consideri più bello e meraviglioso di una finestra. Tutti i davanzali sono davanzali magici, non importa che si affaccino sulla nebbia o su un giardino; essi confinano con il misterioso e definitivo paradosso di limite e libertà. Ma se con la mia immaginazione seguissi il mio primo istinto verso un numero infinito di finestre, si finirebbe con il non avere più nessun muro. E tra parentesi potrei aggiungere che si finirebbe con il non avere più nessuna finestra; perché una finestra crea un’immagine per la sua capacità di offrirci una cornice».

Holy Brother

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