Attenti, pericolo cinese! Guareschi e l’assalto finale del comunismo.

«Io vorrei, insomma, raccontare ciò che avverrà in Italia quando gli albanesi invaderanno la Puglia». Giovannino Guareschi desiderava raccontare questa invasione perché – disse – non voleva assistere da spettatore alle elezioni dell’anno successivo. Scriveva questo a Mario Tedeschi, direttore del settimanale Il Borghese, facendo riferimento alle elezioni del 1968.

Non so cosa rispose il direttore del Borghese né potrei dire se Guareschi abbia effettivamente assistito “da spettatore” al rinnovo del Parlamento italiano. Lo “spettacolo” comunque non sarebbe durato a lungo perché purtroppo, poche settimane dopo la consultazione elettorale, egli improvvisamente morì. Di conseguenza, non ebbe modo di “raccontare ciò che avverrà”. Perché – e questo è il bello – egli era un giornalista capace di raccontare pure ciò che non era ancora successo.

Si può dire che Giovannino Guareschi era una specie di profeta. Non proprio un profeta sacro, come quelli di cui si parla nella Bibbia. Ma uno di quelli che, anche senza ispirazione divina, ci azzeccano lo stesso. E questo, parlando con il dovuto rispetto, potrebbe significare anche una bravura maggiore. A me, infatti, quegli invasori venuti dall’Albania è capitato di vederli veramente. Perché io ero a Bari in quei giorni dell’agosto 1991 quando ventimila albanesi, stipati come sardine – anche molto peggio – a bordo della motonave Vlora, si riversarono sulla banchina del porto, tra lo sgomento generale degli indigeni.

Non si può descrivere a parole un evento del genere e forse soltanto le immagini di questo video potrebbero aiutare a comprendere cosa successe realmente e cosa realmente voleva dire Guareschi con la sua “profezia”. Facendo bene attenzione all’audio, nel video si sentono in sottofondo alcune voci di uomini che non credevano ai loro occhi. «Cose mai viste» dice uno, sbigottito. «Cosa succederà?» domanda, sconvolto, un altro; gli risponde l’amico, con quella tipica inflessione barese: «il casino succederà». È interessante notare che quel signore che si trovava sul molo del porto di Bari al momento dell’imprevista invasione albanese usa lo stesso termine – “casino” – che userà Guareschi in una situazione simile.

L’Albania era davvero un casino grosso. Perché era un paese totalmente chiuso in se stesso. E quando qualcuno si chiude in se stesso, è normale che chi gli sta vicino si preoccupa un po’ perché inevitabilmente vengono brutti pensieri e si comincia a temere che tutta questa chiusura dipenda dal fatto che si vogliono nascondere propositi malvagi. Era di questo – stringi stringi – che si aveva paura quando in quegli anni si guardava all’Albania. Si capiva poi anche che cosa si nascondesse concretamente in questo paese poco distante dalle coste pugliesi e dove nessuno straniero poteva mettere piede. Si nascondeva una pericolosa alleanza con il comunismo cinese di Mao Zedong. Di un comunismo che era – adesso lo possiamo dire liberamente – il peggior comunismo che potesse esistere e i comunisti maoisti erano i più vigliacchi di tutti i comunisti del mondo. E non non si può dire nemmeno che fossero quattro gatti.

Insomma, per i pugliesi soprattutto, quello dell’Albania era veramente un grosso bubbone. E purtroppo i bubboni – si sa – più si tengono costretti e più c’è il rischio che possano scoppiare, diffondendo di conseguenza l’infezione. È questo, appunto, che prevedeva e che preoccupava Giovannino Guareschi.

Non è del tutto vero, però, che Guareschi avesse tutta questa preoccupazione. Cioè che attraverso il canale d’Otranto potesse affluire sulle nostre coste l’infetta barbarie del maoismo. Perché sì, da un lato era preoccupato, ma da un altro lato non lo era. Scriveva infatti nel 1966 “alla compagna Marcellina” che di fronte all’arrivo dei cinesi «come anticomunista “viscerale” dovrei esserne soddisfatto, ma come imbrattacarte non posso esserlo».

Perché, da un lato, era soddisfatto? Perché questi benedetti comunisti cinesi – i casi della vita – erano visti come il fumo negli occhi dai comunisti italiani. Per i quali, il comunismo era una cosa seria e i cinesi dei gran scostumati che con il loro comunismo senza ritegno finivano per rompere questo bel giocattolo che era appunto la rivoluzione proletaria. E – bisogna riconoscerlo – i comunisti italiani avevano le loro buone ragioni. Ma siccome, come sappiamo, Guareschi guardava compiaciuto a tutto ciò che metteva scorno ai compagni del Pci, a un anticomunista come lui che i cinesi alzassero la voce ci poteva stare anche bene.

Nello stesso tempo però Guareschi, “come imbrattacarte”, era molto preoccupato. Perché con l’avvento dei cinesi si sentiva mancare il terreno sotto i piedi. E lo scrive abbastanza chiaramente alla “compagna Marcellina”: «Io vivo col mio mestiere di scribacchino, non col mio anticomunismo. Da vent’anni esatti rimastico – per l’Italia e per l’Estero – una mia storia basata sul contrasto d’un parroco e d’un sindaco comunista. Una storia che può funzionare solo in un ambiente in cui i comunisti siano un “blocco granitico”, e il loro motto sia quello da me lanciato nel 1946: “Compagni, cervelli all’ammasso!”».

Di fronte a questa situazione, come abbiamo visto, Guareschi non aveva la minima intenzione di assistere da spettatore. Voleva fare qualcosa. Ma cosa? Scrive sconsolato: «Il vecchio don Camillo e il vecchio Peppone si muovono nel nuovo casino suscitato in campo cattolico dal Concilio e, in campo politico, dai comunisti “cinesi”». Nessuno dei due, cioè, ha l’energia necessaria per far fronte al “casino”. E il rischio di starsene ad assistere da spettatori è reale.

Mentre però Guareschi se ne sta, tutto preoccupato, a osservare la situazione, nota qualcosa di strano. Nota cioè che quando sul più bello si prepara l’assalto finale del comunismo nella guerra al mondo capitalista accade un fatto imprevisto. Cioè che gli stessi comunisti sono rimasti contagiati da un virus terribile: il virus del capitalismo borghese, proprio quel virus che essi dicono di voler debellare.

Il virus malefico ha infestato perfino la casa di Peppone. Roba da far rizzare i capelli! Nel racconto San Michele aveva quattro ali Guareschi descrive la sconsolante realtà: «La moglie di Peppone s’era fissata: voleva la pelliccia. Non una pelliccia da diva, si capisce, ma una cosetta da non più di un milione. Però Peppone era ben deciso a non mollare. “Figurati! Già mi accusano d’imborghesimento e io ti compro la pelliccia!”. “Qui non siamo in Cina e non ci sono le guardie rosse” replicò la donna».

C’è da dire però che quelli di Peppone sono scrupoli eccessivi perché coloro che lo accusavano “d’imborghesimento” erano quei filocinesi della sezione autonoma della Rocca i quali – bisogna saperlo – erano capitanati dal dott. Borgnoni e dalla sua compagna, la “compagna Marcellina”; e questi coniugi Borgnoni altro non sono che dei borghesi di origine controllata, i perfidi farmacisti della zona. Quando si dice “da che pulpito viene la predica”! Insomma, la “profezia” di Guareschi consiste in questo: che alla fine della fiera il comunismo andrà a nozze con quel capitalismo che a parole – già, a parole! – diceva di voler combattere.

Comunque sia, i cinesi riescono a mettere piede nel Mondo Piccolo di don Camillo e Peppone, scompaginando a tal punto il tradizionale quadro politico da far saltare addirittura l’amministrazione comunale. Spetterà a don Camillo far spostare un voto, quello del socialista Belicchi, dal blocco dei clerico-socialisti, sostenuto da lui stesso, a quello comunista da lui tanto vituperato, in modo da salvare la giunta comunale del nemico Peppone. Infatti, secondo la filosofia di don Camillo, «in uno sporco e pidocchiosissimo mondo in cui non è possibile avere un vero amico è una gran consolazione poter trovare almeno un vero nemico». Anche se non bisogna nascondere che in questo caso almeno a farlo agire in questo modo è qualche rimorso di coscienza, essendo stato proprio lui a scagliare il compagno maoista Bognoni contro il togliattiano Peppone; insomma il suo era probabilmente soltanto un atto riparatore per un “casino” che in realtà aveva creato lui stesso, come si scopre nel racconto L’acqua del Po non si addice a Mao. Proprio così, l’agente segreto di Cristo don Camillo, si divertiva a fare qualche volta il doppio gioco.

Ma in fondo, come ogni buon agente segreto, lo faceva perché si preoccupava della salvezza nazionale. E come al solito se ne preoccupava anche quando non ce n’era la necessità. Un po’ perché abbiamo visto che i comunisti, al di là delle belle parole, nel momento in cui si arriva all’assalto finale, si scopre che si sono talmente imborghesiti da non fare più paura a nessuno. Non bisogna preoccuparsene troppo nemmeno perché c’è qualcuno che si preoccupa, anche più efficacemente, sia della “salvezza nazionale” sia di quella personale di ciascuno di noi.

Neanche nell’estremo pericolo ha senso preoccuparsi troppo. Perché come dice “l’agente segreto di Cristo”, cioè di Guareschi, anche allora «Dio aveva stabilito di salvarmi a ogni costo».

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