I polacchi che liberarono l’Italia. Tutti gli uomini liberi sono fratelli.

Ci sono libri che noi troviamo più o meno interessanti, ma ci sono libri che riescono a farci spalancare gli occhi. Tra questi ultimi io collocherei senza dubbio Gli eroi di Montecassino di Luciano Garibaldi, pubblicato nella BUR della casa editrice Rizzoli. Ci sono scritti che vogliono guidare il lettore nella ricerca della verità, ma ci sono scritti che sono una vibrazione della stessa verità. Il libro di Garibaldi narra le vicende militari del Secondo corpo d’armata polacca in Italia durante la Seconda guerra mondiale. Ma non si tratta, semplicemente, delle imprese di un esercito in guerra. Almeno, non di un esercito come lo immaginiamo solitamente o di mere imprese belliche.

Alla vigilia dello scoppio della Seconda guerra mondiale tutto sembrava opporre le maggiori potenze europee, salvo l’idea di cancellare la Polonia dalla carta geografica dell’Europa. Soltanto questo può spiegare l’enigmatico accordo sulla spartizione della Polonia, un trattato voluto da due acerrimi nemici come Hitler e Stalin. Ai quali era abbastanza chiaro che chiunque avesse prevalso nello scontro finalizzato a dominare il continente europeo, tutto questo rischiava di essere vanificato se non si fosse eliminata la coscienza critica dell’Europa, rappresentata principalmente da quel cuore cattolico che è la Polonia.

Fu Stalin a incaricarsi di tagliare la testa alla Polonia, decapitandola dei suoi uomini migliori, deportati in territorio sovietico e sommariamente giustiziati. I corpi delle vittime, uccise barbaramente una alla volta con un colpo di pistola alla nuca, furono gettati in fosse comuni e occultati. Le fosse di Katyn hanno nascosto per mezzo secolo, nella colpevole indifferenza anche dell’Occidente – perché l’Occidente sapeva – oltre ventimila cadaveri. In questa maniera, secondo Luciano Garibaldi, «la Polonia sarebbe stata privata della sua futura classe dirigente, in quanto il grosso degli ufficiali non era di carriera, ma di leva. Tra essi, quindi, vi erano uomini di cultura, laureati, avvocati, giornalisti, medici, insomma il fior fiore della giovane generazione».

Quello del massacro di Katyn fu l’episodio più noto, ma nemmeno lontanamente il più raccapricciante. Un’altra fossa comune di proporzioni ben maggiori e contenente i corpi di oltre duecentomila polacchi fu scoperta, sempre con mezzo secolo di ritardo, nei boschi che circondano Kiev. Anche in questo caso, ovviamente, erano stati massacrati per ordine di Stalin. E nemmeno questo è tutto. I polacchi furono deportati in massa. Nessuno sa quante furono le vittime, nessuno ne ha tenuto il conto. Fu comunque un olocausto. E chi scampò andò incontro a un destino non meno doloroso nei campi di concentramento. Tra questi, Wojciech Jaruzelski, futuro generale e Presidente della Polonia di cui tutti ricordano il volto coperto da un pesante paio di occhiali col quale ha cercato di mascherare le torture che in quella occasione subì, benché comunista, da parte dei “fratelli sovietici”. Ricordo il generale Jaruzelski perché il caso ha voluto che io cominciassi a scrivere queste note mentre veniva diffusa la notizia della sua morte.

Wladyslaw Anders, generale dell’esercito polacco, fu uno di questi malcapitati al quale toccò di finire nel famigerato carcere moscovita della Lubianka. Qui subì ogni genere di umiliazioni e di violenze, ma ciò che per lui rappresentò l’affronto peggiore fu quando i carcerieri gli strapparono una medaglia della Madonna di Czestochowa sputandoci sopra, calpestandola e pronunciando parole blasfeme all’indirizzo dell’amatissima Madre di Dio. «Da allora» disse, «sento la sua costante protezione su di me». Fu in questo inferno della Lubianka, durante i due anni in cui fu prigioniero, che il generale Anders pensò a un piano segreto per liberare il suo popolo. Era successo che nel corso di una perquisizione nella sua cella gli erano stati sequestrati dei disegni. Erano schizzi che riportavano le direttici di un attacco tedesco all’Unione Sovietica. Fu accusato di essere una spia, ma durante l’interrogatorio fu sempre più evidente che quei disegni erano il frutto, piuttosto, della personale competenza militare del generale polacco e della sua straordinaria capacità di prevedere le mosse del nemico. Gli fu chiesto di provvedere alla formazione di un nuovo esercito polacco e di collaborare a combattere contro la Germania nazista.

È a questo punto che la lettura del libro di Luciano Garibaldi si fa, come dicevo prima, vibrante. Almeno per chi, come me, ha trovato illuminanti le pagine de Gli eroi di Montecassino. Alcuni di quei soldati che avrebbero dovuto affrontare l’esercito tedesco, infatti, vennero ad accamparsi nella mia città, Matera. Chi li ha incontrati al loro passaggio, ricordava che in questi uomini c’era qualcosa di diverso. Non sembravano propriamente un esercito. Innanzitutto perché non si trattava soltanto di uomini in armi. C’erano anche molte donne – ovviamente, dalle mie parti, questo dava nell’occhio all’epoca – e anche per il fatto che avevano rapporti molto cordiali con la popolazione.

Cosa significa tutto questo? Il racconto di Garibaldi ci rivela che nel momento della formazione del suo esercito, che sarà il Secondo corpo d’armata polacco, il generale Anders si era ritrovato di fronte a Stalin, fermo nella decisione di costituire un’armata di non più di 30.000 uomini. Anders chiese di avere un numero di soldati molto maggiore e che potessero seguirlo non soltanto gli uomini. Aveva capito che ciò poteva diventare l’occasione per far uscire dall’Unione Sovietica i deportati dalla Polonia, trattenuti nei gulag; non dovevano essere in quel momento meno di un milione e mezzo. «Alla fine» scrive Garibaldi, «partirono dal porto di Krasnovodsk, sul Mar Caspio, con destinazione il porto di Pahlevi, in Persia, 130.000 ex prigionieri». Tra questi, vi erano anche anziani, donne, bambini. Successivamente, furono spostati in Egitto e, di qui, imbarcati alla volta dei porti italiani di Brindisi, Taranto e Napoli. Il quartier generale del Secondo corpo d’armata ebbe sede a Mottola, in provincia di Taranto.

Per tornare alla mia città, qualcuno di questi soldati si stabilì qui. Come successe anche in altre città incontrate lungo la strada. A Matera, tra i militari, c’era stato per un certo periodo uno scrittore polacco poi divenuto famoso, Gustaw Herling-Grudziński, che andrà a vivere a Napoli e sposerà Lidia, una delle figlie di Benedetto Croce. C’era stato anche l’accademico Wojciech Narebski, al quale Luciano Garibaldi rivolge un ringraziamento particolare nel suo libro, e che sarà docente dell’Università Jagellonica di Cracovia dove, prima della repressione nazista, studiava Karol Wojtyla che sarà il primo papa polacco della storia. Narebski frequentò nella mia città la scuola militare. Francesco Ambrico, curatore di una mostra sul Secondo corpo d’armata polacco, riporta la sua testimonianza: «Sono rimasto a Matera per circa un anno, prima come allievo della scuola di Rifornimento e Trasporto e poi come istruttore della stessa scuola. Per esperienza personale, posso affermare che le nostre relazioni con i “materani” furono veramente molto buone. Lo scambio culturale che si manifestava attraverso la realizzazione di spettacoli organizzati da ambedue le parti, la comune partecipazione alle feste religiose e nazionali, l’aiuto alla popolazione, molto provata dalla difficile situazione economica del momento, contribuirono a creare un ambiente di reciproco avvicinamento, di simpatia e di fiducia».

Il generale Anders, infatti, non impediva ai suoi soldati di legarsi alla popolazione incontrata lungo la marcia o addirittura di abbandonare l’esercito per stabilirsi da qualche parte. Per esempio, di passaggio dalla Palestina, 3.000 soldati di religione ebraica disertarono per arruolarsi in una formazione clandestina che si batteva contro l’occupazione inglese. Tra i disertori, vi fu anche Menachem Begin, futuro primo ministro israeliano. Ricorda Luciano Garibaldi ne Gli eroi di Montecassino: «Invano gli alti comandi inglesi intimarono ad Anders di dare la caccia, catturare e punire esemplarmente i disertori ebrei. Il comandante del 2° corpo d’armata non diede seguito alle esortazioni: sapeva bene che cosa avevano dovuto soffrire gli ebrei nella sua patria e pregava riuscissero a realizzare il loro sogno, fondare lo Stato di Israele». Sarà un sogno che si realizzerà in coincidenza con uno dei momenti più bui della storia del popolo ebraico, quelli della rivolta del ghetto di Varsavia, quando i nazisti diedero la caccia agli ebrei che lì erano rimasti intrappolati. È sempre Luciano Garibaldi che scrive: «Saranno sterminati fino all’ultimo uomo, in un inferno di fuoco, braccati con i lanciafiamme nei sotterranei che avevano scavato sovente con le mani. A metà luglio tutto era finito. Il generale Stroop, abbattuto con la dinamite l’ultimo edificio del ghetto, poté telegrafare al Führer: “L’ordine regna a Varsavia”. Ma in quelle settimane, tra la primavera e l’estate 1943, era risorto Israele». Era risorto grazie a quegli ebrei polacchi che avevano disertato, di passaggio dalla Palestina, e che il generale Anders si era rifiutato di braccare e punire come insistentemente chiedevano gli inglesi.

Gli eroi di Montecassino di Luciano Garibaldi è però illuminante soprattutto per ciò che attiene più propriamente alla critica storica. Lo studioso, o anche il semplice lettore di libri sulla Campagna d’Italia durante la Seconda guerra mondiale, rimane subito colpito da alcuni fatti. Nel gennaio del 1944 gli Alleati sbarcavano ad Anzio, oltre lo sbarramento della Linea Gustav, per conquistare Roma. Ma la conquista di Roma non ci fu. Negli stessi giorni gli Alleati attaccavano Montecassino per forzare la resistenza tedesca sulla Linea Gustav. Ma nemmeno questa operazione riuscì. Per battere la resistenza tedesca fu necessario attendere, quando purtroppo l’abbazia di Montecassino era ormai ridotta a un cumulo di rovine, l’arrivo del Secondo corpo d’armata polacco del generale Anders. Era inoltre necessaria la conquista di un altro porto dell’Italia centrale, vista l’infruttuosa operazione di Anzio, attraverso il quale far affluire i rifornimenti per le truppe. Anche in questo caso bisognerà attendere l’arrivo di Anders ad Ancona, nel giugno del ’44.

Per battere i tedeschi bisognava anche prendere il controllo di Bologna, il più importante nodo delle comunicazioni nella Penisola. «Il 16 aprile [1945]» scrive Garibaldi, «Anders aveva incontrato, a Firenze, il generale Clark al quale aveva riferito l’eroico comportamento delle due divisioni ai suoi ordini, concludendo con una richiesta: “Possiamo essere noi polacchi a prendere Bologna?”. La risposta non si era fatta attendere. “Ne sarò felicissimo”». All’alba di cinque giorni dopo, la bandiera polacca sventolava sulla Torre degli Asinelli.

A ciò bisogna aggiungere che erano polacchi anche coloro che erano riusciti a decodificare il linguaggio cifrato Enigma usato dai tedeschi, consentendo agli Alleati di avere accesso alle informazioni nemiche. Questa scoperta fu definita «il teorema che ha vinto la Seconda guerra mondiale». Polacchi erano, inoltre, gli specialisti che avevano messo a punto l’innovativo sistema inglese di difesa radar che respinse i bombardieri tedeschi nella Battaglia d’Inghilterra, rovesciando così le sorti della guerra. Nell’aviazione della RAF vi erano polacchi tra i più eroici piloti. È per loro che Winston Churchill, con una frase destinata a rimanere nella storia, disse: «Mai nel campo dei conflitti umani, così tanti dovettero così tanto a così pochi». A questo punto, opportunamente, Garibaldi si pone una domanda eloquente: «Chi sconfisse la Germania?»

Dovrebbe essere chiaro, a questo punto, chi liberò l’Italia dai tedeschi. Nella Campagna d’Italia fu evidente che non era sufficiente il dispiegamento di mezzi da parte degli Alleati per ottenere la vittoria. Fu necessario il coraggio polacco. Fu necessario quell’eroismo che soltanto i polacchi potevano mettere in campo per quei sentimenti di fraternità che legavano da secoli la Polonia e l’Italia. Una fraternità cui si fa riferimento anche nell’Inno di Mameli dove per ridestare l’unità nazionale si fa appello al “sangue d’Italia” e al “sangue Polacco” per quel comune destino che faceva dire a Goffredo Mameli: «Noi siamo da secoli / Calpesti, derisi, / Perché non siam popolo, / Perché siam divisi».

Scrive Garibaldi ne Gli eroi di Montecassino: «Quando poi, alla fine del Settecento, la Polonia fu spartita per la prima volta tra Russia, Prussia e Austria, migliaia di patrioti polacchi accorsero in Italia per appoggiare Napoleone, contando su di lui per la liberazione della loro patria. Li comandava il generale Jan Henryk Dabrowski, che organizzò le legioni polacche, forti di 8000 uomini pronti alla morte per liberare la loro patria, all’insegna del motto: “Tutti gli uomini liberi sono fratelli”. A Reggio Emilia, in quel periodo, e precisamente il 7 gennaio 1797, si era tenuto il Consiglio della Repubblica Cispadana che aveva adottato, come vessillo, il tricolore verde, bianco e rosso, destinato a diventare la futura bandiera nazionale italiana. Pochi mesi dopo, sempre nella città emiliana, il poeta e volontario polacco Jozef Wybicki aveva scritto il Canto delle legioni polacche in Italia, che diverrà, nel 1927, l’inno nazionale della Polonia». È un inno che canta: «dall’Italia andremo verso la Polonia».

Purtroppo, mentre i polacchi liberavano l’Italia, la Polonia finiva sotto il giogo del comunismo sovietico, tradita da quell’Occidente per il quale, negli anni della guerra, i polacchi avevano tanto generosamente battersi. Da ciò, scrive Garibaldi, «non ci fu combattente polacco che non si fosse sentito offeso». Forse le truppe del generale Anders, dopo aver risposto eroicamente all’appello di Mameli al “sangue Polacco”, si aspettavano che noi italiani fossimo altrettanto “pronti alla morte” per salvare la Polonia libera, nonostante il solenne giuramento del nostro Inno nazionale: «Giuriamo far libero / Il suolo natìo: / Uniti per Dio».

Ciò non accadde. Anzi, non soltanto noi italiani non tenemmo fede al giuramento, non soltanto abbandonammo la Polonia al suo destino, ma riservammo loro il trattamento peggiore che si potesse immaginare. Luciano Garibaldi ricorda: «Il settimanale “Bandiera rossa” dell’8 settembre 1945 uscì con un titolo a tutta pagina: Polacchi fascisti fuori dall’Italia! Il popolo è stanco di sopportarvi. Nell’articolo, i soldati polacchi che erano venuti a morire per liberare l’Italia, venivano definiti “briganti mercenari” e accusati di avere compiuto “assassini premeditati a scopo di rapina”.  Seguiva un’aperta sfida al governo: i polacchi siano immediatamente cacciati dall’Italia perché “il popolo è stanco” ed è pronto a “stroncare qualsiasi tentativo di sopraffazione polacco-fascista”. Il giornale era stato appena distribuito nelle edicole, quando, a Cusercoli di Forlì, un camion polacco cadde in un’imboscata comunista, un soldato ucciso a raffiche di mitra e due rimasero gravemente feriti».

Ovviamente, dietro queste vergognose richieste vi era l’intenzione del Partito comunista italiano di riconsegnare questi poveri soldati polacchi al loro carnefice Josif Stalin. La reazione dei reduci polacchi fu dura e ci furono altri morti e feriti, in scontri che si trascinarono a lungo dopo la fine della guerra. E fu necessario l’intervento del generale Anders per rappacificare gli animi: «Voglio richiamare la vostra attenzione sulla possibilità di provocazione da parte di elementi ostili, in particolare comunisti. Resistete a questo genere di provocazioni, evitate reazioni individuali che possano essere dettate dal vostro temperamento».

In occasione dei quarant’anni della battaglia di Montecassino, il papa polacco Giovanni Paolo II, pronunciò queste commosse parole: «La battaglia di Montecassino fu una lotta per i più alti e sommi valori che bisognava salvare per tutta la famiglia umana. Non dimentichiamo che quella fu la strada per Roma, per la città eterna, per la capitale della cultura cristiana. Una strada che doveva essere riscattata, pagandola con il sangue, onde conservarla per i tempi a venire e i secoli futuri».

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