La ragionevole nostalgia del bene. “Io, Liam” di Antonella Albano.

Come tanti buoni romanzi, “Io, Liam” di Antonella Albano si presta a più di una interpretazione. Ed è difficile, pertanto, ridurre lo spessore di questo racconto a una soltanto delle sue dimensioni. La chiave di lettura che potrei io utilizzare, di conseguenza, sarebbe inevitabilmente parziale. Ma ciò, in fondo, non è che un vantaggio per il lettore al quale rimarrebbe, intatto, tutto il piacere di scoprire altri e forse più profondi significati. In questo romanzo si è proiettati sulla scena di un mondo fuori dell’ordinario e che per certi versi è oltre la portata della nostra immaginazione, ma nella quale si muove la protagonista, una ragazza assolutamente normale.

“Io, Liam” è una storia di vampiri e dell’audace tentativo di Elisa, la protagonista appunto, di inserirsi nello sconvolgente mondo dei vampiri. Siamo dunque nel genere del romanzo fantasy, un genere letterario che qualcuno potrebbe ritenere marginale e non interessante. Può mai essere interessante, si potrebbe osservare, ciò che non è reale? L’osservazione è giusta, ma non considera quanto grande sia il potere esercitato sulla vita da parte di tutto ciò che è oggettivamente irreale, inconsistente e quanto sia poca la disponibilità degli uomini a dare spazio alla realtà nella sua pienezza. Questo perché gli uomini percepiscono la realtà come qualcosa di ostile alla vita e l’idea di rifugiarsi nel sogno viene vista come una possibilità di liberazione. Ma se fosse vero il contrario? Questa è, appunto, la provocazione di Antonella Albano. Se invece il bene scaturisse proprio dalla realtà?

Il tentativo di Elisa di penetrare il mondo irreale dei vampiri crea sorprendentemente questo effetto: la nostalgia della realtà, una nostalgia tanto potente che nemmeno un vampiro come Liam riesce a sottrarsene. Il vampiro è effettivamente espressione di una potenza malefica ma a differenza dei demoni in senso proprio, che sono puro spirito, il vampiro è stato un tempo uomo in carne ed ossa. Elisa, nella sua semplicità, coglie genialmente questo aspetto, coglie il potere di questo irresistibile richiamo della realtà.

Liam, che tutti conoscono col nome di Dunn, nella vita reale è uno stimato docente universitario giunto in una città dove troverà la traccia di un antico legame con la sua esperienza terrena, terminata ormai molti secoli prima, di un legame con una realtà umana, di una esperienza di bontà e di bellezza, che nonostante il tempo trascorso non ha potuto dimenticare. Ma la realtà, con la sua verità, può essere un bene? Nell’esperienza del vampiro è proprio questo il punto: Liam, per esempio, ha trovato l’immortalità al di fuori della vita reale. Di fronte a questa possibilità, dunque, quale valore avrebbe ancora la realtà? Se le cose stanno così, non conterebbe più la realtà in sé, ma il fatto che si possa vivere e morire salvaguardando il proprio benessere. Sì – questa è infatti la pretesa della cultura contemporanea – ultimamente, si potrebbe abbracciare dolcemente anche la morte, senza che questa faccia veramente male. Il vampiro rappresenta proprio questo: la possibilità di trovare la propria soddisfazione anche nel mondo irreale della morte. Ed è una cosa che per Liam funziona abbastanza bene, fino però all’arrivo di Elisa. Di fronte alla quale riaffiora prepotente la nostalgia della vita reale. Di ciò che chiamiamo Verità. È in questa Verità di cui la realtà è fatta che consiste il nostro bene. «Siamo reali» ricorda il romanzo, «e il Bene è reale».

Ma vale di più l’amore per una ragazza o le proprie sicurezze, la propria immortalità? Liam scoprirà con Elisa che rispetto all’immortalità la vita è altro. La vita è piuttosto un cuore ardente. Magari fragile, estremamente e mortalmente fragile, ma ardente. Non è ancora la soddisfazione che ci assicura il benessere ciò che potrebbe essere una vita vera, la vita vera è invece la possibilità di amare, di avere qualcuno al quale potersi continuamente donare, per il quale consumarsi. È questo un discorso duro, come è duro posare lo sguardo sulla scena così come ce la descrive la nostra Antonella, con quel continuo scorrere del sangue. Ma, in fondo, al di fuori da ogni finzione borghese, cosa è veramente l’amore se non questo? Amare non significa aver trovato l’anima gemella ma accettare di lasciarsi ferire dalla realtà del tu che invade, fino allo sconvolgimento, il nostro cuore indifeso. Elisa ha accettato di lasciarsi segnare da questa mortale ferita, fino al rischio estremo di perdersi, per seguire il desiderio del suo cuore. Qualcuno potrà trovare troppo forte questa metafora del sangue, ma chi ama così, chi ama perdutamente sa che non c’è amore che non lasci ferite, che non faccia sanguinare il cuore.

Ne vale la pena? Sì, vale la pena dare la propria vita in cambio di un amore, per quanto piccolo e insignificante possa apparire. Non si avrà la vita per sempre; nonostante ciò, l’amore potrà essere “per sempre”. L’amore dura più della vita stessa e la sua reale presenza si impone oltre la morte. È un mistero ma l’ipotesi del vampiro ci aiuta anche in questo, ci aiuta a capire che la realtà è misteriosa. Questo amore presente, Liam lo vedrà coi suoi occhi, quando potrà finalmente incontrare Cathal, l’amico della sua infanzia il quale aveva abbandonato tutto per seguire questa ipotesi misteriosa. Proprio nella città dove Liam, il professor Dunn, era andato a vivere, a Cathal era capitato di andare a riposare nel sonno della morte, tanti secoli prima. E dove egli, però, è ancora presente in maniera viva. Liam non può negarlo perché nell’incontro con Cathal ha visto riaccendersi la fiamma nel suo cuore. Ne è certo, perché in questo incontro ha visto rifiorire, ha visto riprendere vigore il suo gelido cuore di vampiro, un cuore cui è stata restituita la possibilità, tutta umana, di amare.

Il romanzo di Antonella Albano non è una storia di sentimenti, ma l’affermazione di un’insopprimibile speranza, di una rassicurante certezza, di una sconfinata dolcezza. Nonostante l’uomo, come il vampiro, non abbia il potere di generare il bene, la realtà si impone ugualmente su ogni limite umano, come bene assoluto. È la realtà stessa a incaricarsi di sconfiggere il nostro inevitabile male di uomini. Essere buoni o cattivi, dunque, non consiste tanto nella personale onestà, ma nella decisione di aprirsi con un trepidante abbraccio verso questa realtà amorosa. Anche dall’uomo peggiore, come potrebbe essere un vampiro assetato di sangue, possiamo ragionevolmente attenderci il bene.

“Io, Liam”, romanzo di Antonella Albano, è pubblicato dalle Edizioni Il Ciliegio di Como.

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