Guareschi, il Cristo che parla e l’impopolare umorismo dei santi.

Si dice “scherza coi fanti ma lascia stare i santi”. Non mi piace mettere in discussione la saggezza popolare. Ma questo è un detto, bisogna riconoscerlo, che ha fatto non pochi danni. Innanzitutto quello, gravissimo, di mettere in opposizione la cultura cattolica e quella umoristica. Un umorista cattolico come Giovannino Guareschi, per esempio, fu mandato in prigione per effetto della sentenza di un tribunale, ma ancor prima perché un cattolico scrisse incautamente su un giornale cattolico: «Guareschi impersona il tipo di italiano da cancellare dalla nostra società. Un uomo che non merita rispetto alcuno». Addirittura!

E proprio il caso di Guareschi ci ricorda invece che i santi, oltre a essere molto pazienti, non disdegnano affatto l’umorismo. Un esempio è il Papa san Giovanni XXIII, canonizzato dalla Chiesa insieme a Giovanni Paolo II. Dicono che una volta, a Parigi, il generale De Gaulle aveva piantato una delle sue solite grane. Indispettito dal fatto che il ruolo di decano del corpo diplomatico spettasse al rappresentante sovietico – il più anziano di età – il generale, che in quegli anni era Presidente della Repubblica francese, non voleva accettare che, nel corso di una cerimonia ufficiale, dovesse essere un comunista a prendere la parola in sua presenza, a nome dei diplomatici accreditati nella capitale francese.

Questo caso si andò ad intrecciare ad altre delicatissime questioni che provocarono una vera paralisi nei rapporti diplomatici. Per farla breve: De Gaulle ottenne dal Vaticano la nomina di un nunzio apostolico più vecchio di quello sovietico. Ma il nuovo-vecchio nunzio, che era un grande burlone e poco incline ad assecondare i capricci di De Gaulle, si procurò il testo del diplomatico comunista e, inaspettatamente, lo lesse lui stesso. Lo stile di Peppone e don Camillo sembrava aver contagiato perfino i rapporti diplomatici tra gli Stati al massimo livello. La diplomazia si rimise così in moto.

Quel nunzio apostolico si chiamava Angelo Roncalli. Ancora per poco, perché muterà il suo nome appunto in quello di Papa Giovanni XXIII. Il quale, come si sarà capito, era anche un lettore di Guareschi. Tanto che in un’altra occasione, il capodanno del 1952, un altro Presidente della Repubblica francese, Vincent Auriol, si vedrà recapitare come regalo un libro, il Mondo Piccolo di Guareschi. Glielo mandava il nunzio apostolico Roncalli con la dedica: «Al signor Vincent Auriol, Presidente della Repubblica Francese, per la sua distrazione e il suo diletto spirituale».

Ma l’irrefrenabile Giovanni XXIII uno scherzetto lo fece allo stesso Guareschi, una volta. Don Giovanni Rossi, amico di vecchia data di questo Papa, approfittando dell’amicizia, lo andrà a trovare in Vaticano. Riferirà in proposito: «Giorni fa sono stato in Vaticano, dal Papa. Abbiamo parlato a lungo di tante cose e il Santo Padre ha avuto un’idea: il catechismo come è scritto oggi non è più attuale. Perché non farlo scrivere da Guareschi, con accanto il sostegno di un teologo o di un sacerdote amico di Guareschi?»

Guareschi non accettò. Al giornalista Giorgio Pillon, che era stato incaricato di stabilire un contatto con lui, rispose: «Dite che sono due matti, Papa Roncalli e don Giovanni Rossi». Non si sa bene perché non volesse accettare. Si dice che in casa egli accennò alla cosa. In un primo momento pareva contrario; mostrò maggiore disponibilità quando il suo contributo sembrava dovesse essere limitato a illustrare, con un racconto, gli articoli della dottrina cattolica. Comunque, non se ne fece nulla, forse perché lo scrittore era troppo legato al testo del vecchio catechismo che da bambino aveva imparato a memoria e non vedeva di buon occhio che Guareschi ci mettesse le mani sopra. Quando don Giovanni Rossi lo fece cercare, si rese irreperibile. Guareschi non si incontrò mai con lui né con Giovanni XXIII.

Come sappiamo, alla riformulazione del Catechismo della Chiesa cattolica si dedicherà qualche decennio più tardi il cardinale Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede che divenne poi Papa Benedetto XVI. Al quale, però, non dispiaceva il “catechismo” di Guareschi, come racconta lui stesso nell’intervista concessa nel 2010 a Peter Seewald, pubblicata nel volume Luce del mondo, dove racconta di qualche serata di spensieratezza trascorsa insieme alla famiglia pontificia a guardare i film di don Camillo e Peppone. Ma, a questo proposito, Alberto e Carlotta Guareschi, figli dello scrittore, nel 2008 mi hanno onorato di una loro precisa testimonianza, dove ricordano: «Nel 1990 don Luigi Guglielmoni, sacerdote di Fidenza, portò in visita alla mostra permanente su nostro padre a Roncole Verdi di Parma il cardinale Joseph Ratzinger. Era con Lui il Suo segretario. Il cardinale seguì con attenzione tutto il percorso della mostra leggendo i testi inseriti nei pannelli e, nel corso del breve scambio di parole, ci disse di conoscere bene Guareschi, il “Candido” e di apprezzare la sua opera. Sono passati da allora diciotto anni ma il ricordo di quella visita ci è rimasto vivissimo nel cuore tanto che il 10 dicembre scorso, in occasione della nostra partecipazione all’udienza generale del 10 dicembre, durante la cerimonia del baciamano don Alessandro Pronzato ci ha presentati a Lui, e noi Gli abbiamo ricordato quella Sua lontana graditissima visita del 1990. E anche Lui, con nostro grande piacere, se ne è ricordato. Poi ha avuto parole di apprezzamento per l’opera di nostro padre».

Leggano questa testimonianza coloro che ancora ritengono – credo purtroppo non siano pochi – che la dottrina cattolica sia così rigorosa da non lasciare spazio a una visione umoristica della vita. All’apprezzamento del Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, bisogna aggiungere quello di un altro esponente vaticano, il Presidente del Pontificio consiglio della giustizia e della pace, il Servo di Dio cardinale François-Xavier Nguyên Van Thuán. Come anche troviamo apprezzamenti nei confronti di Giovannino Guareschi negli scritti di un altro Servo di Dio: don Luigi Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione. Ma per tornare a chi è già salito agli onori degli altari, non si può dimenticare Papa Giovanni Paolo II. Nel suo caso, come è avvenuto anche per il cardinale Van Thuán, le storie di don Camillo e Peppone gli hanno tenuto compagnia nel momento particolarmente doloroso dell’attentato. Il 25 agosto 1995 Bruno Bartoloni, sulla prima pagina del Corriere della Sera, riferendo della morte di suor Ausilia Cortinovis, rivelava: «Tutte le consorelle trovano assolutamente coerente con il suo carattere e con la sua missione la “scoperta” che per far sorridere Papa Wojtyla, costretto sul suo letto d’ospedale “troppo piccolo e troppo stretto”, come s’era lamentato un giorno, suor Ausilia si fosse procurata un videoregistratore e gli abbia fatto vedere i film di Don Camillo e Peppone. Giovanni Paolo II non li conosceva, anche perché ai suoi tempi le storie di Guareschi non avevano accesso in Polonia. “Si divertì molto. Quei film gli davano serenità”».

La stessa cosa, come si è detto, si potrebbe dire a proposito del cardinale-martire François-Xavier Nguyên Van Thuán, una storia che poi diventerà emblematica anche dei difficili rapporti tra la cultura cattolica e Guareschi, attriti che – lo abbiamo visto – hanno avuto in passato un ruolo non secondario nel condannare al carcere il povero scrittore. Thuán era molto legato a Giovannino Guareschi e nella biografia scritta da André NguyenVan Chau c’è un passaggio in cui si sottolinea l’importanza che ha avuto uno dei libri del Mondo Piccolo negli anni delle persecuzioni che Thuán ha dovuto subire. Secondo Van Chau, il futuro cardinale «sosteneva che quel libro aveva avuto un’influenza straordinaria su di lui e sulla sua spiritualità e ne teneva sempre una copia a portata di mano. Nel personaggio di don Camillo, che era un parroco di campagna Thuán trovava un modello di semplicità, candore, rettitudine, fanciullesca fiducia in Dio e coraggio. Thuán ammirava specialmente il talento dell’autore nell’usare brevi dialoghi tra Cristo e don Camillo. La contesa di arguzia e ideologia tra don Camillo e il suo avversario marxista Peppone era più o meno non violenta. Entrambi rispettavano almeno alcune regole comuni di correttezza e Thuán lamentava il fatto che ciò non accadesse spesso nella lotta fra comunisti e capitalisti nel mondo reale».

Già, il “mondo reale”. Perché per Giovannino Guareschi non c’è un confine netto tra questo mondo che chiamiamo “reale” e “l’altro mondo”, il mondo della comunione dei santi che per lo scrittore è reale quanto il primo. Questo “altro mondo” dove il nostro don Camillo può rivolgersi “faccia a faccia” a Cristo, al “suo” Cristo, sicché il lettore non sa bene dove si trovi, se in Paradiso o sulla Terra.

Scrive Guareschi nelle pagine introduttive al Mondo Piccolo Don Camillo: «Uno adesso dice: fratello, perché mi racconti queste storie? Perché sì, rispondo io, perché bisogna rendersi conto che, in quella fettaccia di terra fra il fiume e il monte, possono succedere cose che da altre parli non succedono. Cose che non stonano mai col paesaggio. E là tira un’aria speciale che va bene per i vivi e per i morti, e là hanno un’anima anche i cani. Allora si capisce meglio don Camillo, Peppone e tutta l’altra mercanzia. E non ci si stupisce che il Cristo parli e che uno possa spaccare la zucca a un altro, ma onestamente, però: cioè senz’odio. E che due nemici si trovino, alla fine, d’accordo nelle cose essenziali. […] Adesso c’è il fatto che in queste storie parla spesso il Cristo Crocifisso. Perché i personaggi principali sono tre: il prete don Camillo, il comunista Peppone e il Cristo Crocifisso. Ebbene, qui occorre spiegarsi: se i preti si sentono offesi per via di don Camillo, padronissimi di rompermi un candelotto in testa; se i comunisti si sentono offesi per via di Peppone, padronissimi di rompermi una stanga sulla schiena. Ma se qualcun altro si sente offeso per via dei discorsi del Cristo, niente da fare: perché chi parla nelle mie storie, non è il Cristo, ma il mio Cristo, cioè la voce della mia coscienza. Roba mia personale, affari interni miei. Quindi: ognuno per sé e Dio per tutti».

E pazienza se tutto ciò non piace ai preti e pazienza se per i cattolici, come fu scritto, «Guareschi impersona il tipo di italiano da cancellare dalla nostra società. Un uomo che non merita rispetto alcuno». Ma in fondo, questi cattolici che sono allergici al buon umore, cosa possono fare? L’unica cosa che potrebbero fare è ciò che hanno fatto gli editori di Famiglia Cristiana: quando hanno pubblicato la biografia del cardinale François-Xavier Nguyên Van Thuán, hanno censurato quei passaggi dove si faceva cenno all’influenza straordinaria che aveva avuto “su di lui e sulla sua spiritualità” Giovannino Guareschi. Diamine! Se a un poveraccio che ha passato buona parte della sua vita in prigione come è successo a questo cardinale ogni tanto piaceva pensare alle storie di don Camillo, perché lo vogliamo censurare? Se ai comunisti che lo torturavano voleva guardare come Guareschi, con un po’ di buon umore, “cioè senz’odio”, perché pensare che tutto ciò non c’entra niente col fatto di essere cristiani?

Ma nemmeno questo, in fondo, è un problema: se alcuni cristiani hanno bisogno di queste censure per andare avanti, sono affari loro.

[Adattamento di alcuni brani del mio libro Il destino di Giovannino Guareschi, Matera 2003]

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