Elogio del libro. Romano Guardini e questo oggetto misterioso.

«Avete mai pensato, amici miei, che meravigliosa opera della creatività umana è un libro?». In un discorso tenuto nel lontano 1948 all’università di Tubinga, Romano Guardini, uno dei massimi esponenti della teologia contemporanea, pronunciò un vero panegirico di questo oggetto materiale: il libro. Che un teologo del calibro di Guardini impieghi la sua vasta cultura teologica che dovrebbe essere impiegata per studiare la realtà metafisica e spirituale, che la impieghi invece per qualcosa di materiale può sorprendere il lettore.

Ma in fondo anche questo è coerente col pensiero di un teologo che è stato capace di recuperare l’unità radicale tra la realtà spirituale e quella materiale. Questa radicalità rischia di trasformare la reazione sorpresa del lettore fino al limite dello scandalo. «Voi amate il libro?» ci chiede Guardini. Come potremmo amare un libro che è qualcosa di materiale? Non ci hanno insegnato proprio i teologi e gli uomini di chiesa a disprezzare la materia per le cose dello spirito?

Ma questa è una contraddizione – se dobbiamo considerarla propriamente una contraddizione – che possiamo ritrovare anche in San Francesco di Assisi, l’uomo che viveva nell’assoluta povertà. Ci fa notare Romano Guardini che il Poverello, benché avesse proibito nella sua regola il possesso personale di libri, «sollevava tuttavia da terra, ovunque trovasse qualcosa di scritto, anche il più piccolo foglietto, e lo onorava». E si trattava di volgari bigliettini, non ancora del testo sacro davanti al quale egli mostrava una vera venerazione. Scrive, non senza una punta di umorismo, Guardini: «aveva anche lui l’abitudine di interrogare il Libro sacro, abitudine coltivata ancor oggi in qualche luogo. La Leggenda dei tre compagni racconta: “Dopo che essi ebbero pregato, il beato Francesco prese il libro chiuso (i Vangeli) e, inginocchiandosi davanti all’altare, lo aprì. Si imbatté subito in quel consiglio del Signore: ‘Se vuoi essere perfetto, va’ e vendi ogni cosa e dà ai poveri, e avrai un tesoro nel cielo’[…]. La parola della Scrittura era per lui parola immediatamente rivolta da Dio al suo servitore».

L’episodio ci mostra quanto sia grande il potere del libro, sia pure con un contenuto sacro, se ha determinato un cambiamento così grande nella vita del giovane Francesco. «Ma non è forse ancora una volta meraviglioso» osserva Guardini, «di che cosa sia capace il libro? Questa possibilità, sempre aperta, che la parola un tempo parlata torni nuovamente in vita?» Il libro diviene così, per questo teologo, un segno nella vita del cristiano che vive in costante attesa di una nuova vita, in attesa che la Parola ritorni a vivere. «Il libro pare essere addirittura un simbolo in assoluto della nostra esistenza, tanto ampia è la sua natura e al tempo stesso tanto complessa, tanto mutevole e d’altra parte tanto maneggevole nel senso proprio della parola».

Per questo al libro si deve rispetto. Non soltanto per il suo contenuto. Glielo si deve proprio come oggetto materiale. Se dunque amiamo veramente il libro, si domanda Guardini, come lo si deve trattare? «Anzitutto va tenuto pulito – un’esigenza in sé tanto ovvia e in realtà non sempre adempiuta. Che impressione deprimente fa un libro sporco! È come una persona trascurata e maltrattata da coloro che dovrebbero renderle onore. Il minimo segno di rispetto che si debba al libro è di avere le mani pulite, quando lo si apre, e di fare attenzione che sia pulito anche il luogo in cui lo si vuol porre. Chi prende in mano un libro e vede che si squinterna, e precisamente in quel punto di contatto tra due quinterni ove si sia rotto il dorso, magari in maniera tale che se ne sia lacerata la copertura – costui capisce subito: chi ha fatto questo, non ama il libro. Amerà magari il contenuto del libro, ma non quell’oggetto singolare, in cui materia e spirito si uniscono in maniera così meravigliosa».

«Inoltre» prosegue Guardini, «non bisogna spianare le pagine con l’unghia o col taglio della mano, altrimenti si formerebbe una piega. In questo modo si rovinerebbe immediatamente il margine. La pagina perderebbe poi la propria elasticità e la capacità di stendersi con eleganza. Le accadrebbe come alla sua sorella nel regno della natura, la foglia della pianta, quando viene piegata e in questo modo le si toglie la felice flessibilità che le è propria».

Ma è corretto, teologicamente, assegnare al libro questi attributi propri degli esseri viventi? Di questo Guardini sembra sorridere. Scrive, infatti, nella Premessa alla pubblicazione di questo Elogio del libro, un prezioso libretto edito da Morcelliana che non dovrebbe mancare in nessuna libreria: «Posso parlare così in quanto ogni panegirico si basa su una sorta di entusiasmo, al quale è concesso dire cose che altrimenti sembrerebbero esagerate». Il libro vive ed è «addirittura un simbolo della nostra esistenza», perché il libro riflette la natura umana. Per la sua ampiezza, la sua complessità, la mutevolezza e la concretezza.

Bisogna riconoscere che, benché inanimato, il libro ci parla. E non ci parla semplicemente. Il libro con noi dialoga. Riflettendo bene, ognuno di noi sceglie un certo libro nel quale spera di trovare delle risposte alle domande che egli si pone. Se dunque questa speranza è ben riposta, vedremo anche che il libro ci risponde. Il libro può essere accostato alla vita umana. Romano Guardini ripropone addirittura un accostamento alla vita divina che possiamo leggere nella Divina commedia. Dio stesso è paragonabile a un libro, secondo Dante Alighieri, perché Dio come un libro tiene insieme tutte le cose: Nel suo profondo vidi che s’interna / legato con amore in un volume, / ciò che per l’universo di squaderna; / sustanze e accidenti e lor costume, / quasi conflati insieme, per tal modo / che ciò ch’io dico è un semplice lume (Paradiso 33, 85-90).

La preoccupazione per la “salute” dei libri, che vediamo rispecchiata nelle parole di Romano Guardini, non deve sembrarci eccessiva.  A questo proposito, bisogna ricordare quanta cura è stata riservata loro nella storia. Sono stati anche oggetto di pietà, come ci viene testimoniato dalla realtà dalle genizah, veri cimiteri per testi sacri presenti tra le comunità ebraiche. Nei pressi delle sinagoghe o nei cimiteri ebraici viene riservato un posto per la sepoltura dei libri resi inutilizzabili dall’uso ma che non sembra opportuno destinare al macero. Originariamente, si trattava di testi sacri propriamente detti, poi si passò a deporre anche soltanto gli scritti nei quali compariva il nome di Dio. Durante le persecuzioni cui vennero sottoposti gli ebrei nel corso della storia, la sepoltura dei libri venne estesa anche a ogni libro che meritasse di essere sottratto alle perquisizioni. Si sono creati così dei depositi con un valore archeologico particolarmente importante reso tale anche dal fatto stesso che i libri, una volta riesumati, tornano a parlarci.

«L’amore per il libro» insiste Guardini, «è proprio di colui che se ne sta seduto alla sera nella sua stanza, mentre intorno è silenzio – presupposto, ovviamente, che intorno a lui, al fortunato, sia veramente silenzio – ed ecco che, improvvisamente, i libri presenti nella stanza diventano per lui come esseri viventi. Singolarmente viventi. Oggetti piccoli, eppure pieni di mondo». Lasciamo parlare, dunque, questo teologo innamorato dei libri: «Nei libri ben composti, come è bello il frontespizio! In opere antiche, diciamo del sedicesimo o del diciassettesimo secolo, si trovano frontespizi, che ricordano la facciata di una casa costruita con nobile eleganza: chiari, sereni, conchiusi, e al tempo stesso così promettenti riguardo a ciò che, dietro a tale parete, si rivelerà all’interno del libro. Non vanno dimenticate quelle forme che contraddistinguono l’inizio del capitolo. La prima parola viene per esempio composta in caratteri grandi, oppure viene composta in questo modo tutta la prima riga, e così al lettore viene fatto presente che egli deve per così dire ricominciare un’altra volta, facendo in questo modo uno sforzo di attenzione e di collaborazione. Oppure la prima lettera cresce in grandezza, talora anche in ricchezza di forma, rispetto alle altre, e si ha così l’iniziale. Nelle stampe antiche, e ancor più nei loro precursori, i manoscritti, essa costituisce un’immagine assai artistica, che talora si sviluppa su tutta la pagina e a sua volta provoca forme di transizione rispetto al corpo del testo».

«Non è meraviglioso tutto ciò?» conclude Romano Guardini. Come dargli torto? Soprattutto se poi riflettiamo sul fatto che il libro potrebbe essere considerato tra le cose «che hanno permesso all’umanità di dominare il caos […]. Tali sono, per esempio, gli strumenti elementari, il martello e la ruota; oppure la strada e il ponte; il tetto e la porta. Una di queste forme fondamentali è anche il libro».

È naturale che in un amante dei libri, a un certo punto, scatti la gelosia. Anche in uno studioso  come Guardini, alieno dalle passioni: «Che cosa potrebbe essere più ovvio del fatto che colui che possiede un libro lo presti a qualcun altro che vorrebbe leggerlo? Poiché quest’ultimo ne ha bisogno, ma non ne può disporre; poiché quella lettura gli farebbe bene; poiché è bello creare un contatto umano nella forma di conoscenza o nella gioia che scaturisce dalla lettura di un medesimo libro. Ma in questo modo quali esperienze non si fanno! Quanto tempo passa, prima che il libro dato in prestito torni al suo proprietario, e in che stato esso ritorna, se spesso lo si vorrebbe addirittura gettare via?»

Non prestate, dunque, i vostri libri. Non lasciatevi commuovere da chi, astutamente, cerca di ottenerlo da voi in prestito. Il libro ha bisogno di quelle attenzioni che potrebbero essergli riservate soltanto dal legittimo proprietario. «Bisogna tenere i libri al riparo dal sole, affinché il dorso non sbiadisca… spolverarli ogni tanto, affinché la polvere non penetri nel taglio… rivoltare di tanto in tanto i volumi pesanti, affinché il peso delle pagine non tiri unilateralmente verso il basso la rilegatura, e simili».

Ogni tanto capita che qualche amico sottoponga alla mia attenzione un testo che intende pubblicare, per assecondare quella comprensibile aspirazione a diventare uno scrittore di successo. E mi chiede di leggere attentamente le pagine che ha scritto per valutare la legittimità della sua aspirazione. In questa occasione, io cerco pazientemente di spiegare all’aspirante che un vero scrittore non si giudica innanzitutto da quello che scrive, ma da quello che legge, dai libri che ama. Se veramente li ama. Perché la scrittura, nella sua misteriosa natura, non è altro che un atto di amore. Nessuno può amare se non è già stato amato. Nessuno può scrivere libri se non ha amato dei libri.

Non è meraviglioso tutto ciò?

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