Don Camillo e il suo “branco”. Guareschi, scrittore per giovani.

Chi non conosce don Camillo, il popolare personaggio creato da Giovannino Guareschi? I film che sono stati tratti dai racconti dello scrittore emiliano sono ormai un classico della programmazione televisiva italiana e forse non soltanto italiana. Ma chi era don Camillo? Molte ipotesi sono state fatto al riguardo e tutte pienamente legittime, trattandosi di racconti frutto della fantasia di uno scrittore – e che fantasia aveva Guareschi! – che possono avere, pertanto, riferimenti diversi alla realtà. Anch’io ho una mia teoria riguardo a questo personaggio, per quanto possano essere valide le teorie nel campo dei personaggi letterari. Chi conosce il mio libro Il destino di Giovannino Guareschi sa che io sostengo l’idea che don Camillo possa essere stato un sacerdote, un monaco esistito realmente: padre Paolino Beltrame Quattrocchi.

Come spesso capita quando scrivo qualcosa, pochi mi prendono sul serio. È colpa mia, ovviamente; colpa del tono scanzonato dei miei scritti. Mi ha fatto piacere, perciò, leggere quello che scrive Giuliano Guareschi, figlio non riconosciuto dello scrittore, nel suo bellissimo libro Una vita per mio padre Giovannino Guareschi. Quello che scrive Giuliano ha per me un particolare valore, non soltanto perché rappresenta l’autorevole testimonianza di un figlio, ma anche perché è la parola di un uomo che considero, per quella che è l’idea che mi sono fatto di lui, uno dei grandi del giornalismo italiano. Sebbene questo non sia comunemente riconosciuto dal mondo culturale italiano – come si vede, il mancato riconoscimento non può essere limitato alla sua paternità.

Scrive Giuliano Guareschi dopo un incontro “clandestino” tra la moglie Giancarla e suo padre: «A Giancarla racconta di un vecchio sacerdote che entrambi avevano conosciuto, don Paolino Beltrame Quattrocchi. Il pastore a cui era ispirata la figura di Don Camillo. “Quando ero in prigione a Parma, Don Paolino veniva spesso a trovarmi. Durante una di queste visite mi regalò questo libro su san Paolo Apostolo. Purtroppo non ve lo posso regalare, perché c’è una sua dedica. Dice che mi avrebbe aiutato ad affrontare le prove più difficili, senza tradire la mia anima. Parla del duplice arresto a cui fu sottoposto l’apostolo e delle pene che fu costretto ad affrontare”».

Con questo posso togliermi qualche sassolino dalla scarpa, perché quello che riporta Giuliano corrisponde – pari pari – quello che avevo sostenuto io nel mio libro riguardo a padre Paolino. Ripeto: ciò non toglie che lo scrittore nei suoi racconti abbia potuto ispirarsi alla figura di altri sacerdoti, come per esempio, a padre Lino Maupas, anche lui come padre Paolino cappellano del carcere di Parma, che è ricordato come un santo, amico dei poveri e dei diseredati. Comunque, a proposito di Beltrame Quattrocchi, continua Guareschi: «io lo conobbi nel settembre del 1945 a Pescantina perché egli era là, con la Pontificia Opera d’Assistenza, ad accogliere noi reduci dai Lager. Ha celebrato lui la Messa, questa mattina perché il Cappellano era malato, e, quando io riudii la sua voce, sussultai perché era la voce del mio don Camillo».

Della ragione che aveva portato Giovannino Guareschi in carcere mi sono occupato anche in un altro post. Aggiungo soltanto qualche particolare. La “colpa” di Guareschi sarebbe stata quella di aver pubblicato dei documenti, che riteneva attribuibili a De Gasperi, con i quali durante la seconda guerra mondiale si sollecitava l’aviazione militare degli Alleati a bombardare Roma al fine di piegare il morale della popolazione, spingendola a voltare le spalle al regime nazifascista. Si è detto che Guareschi sarebbe stato condannato per aver pubblicato documenti falsi ma questa non è una ricostruzione precisa. Tra l’altro, Guareschi non fu condannato sulla base di quei documenti che, veri o falsi che fossero, non furono nemmeno esaminati dal tribunale.

In realtà, la ragione di tutto ciò mi sembra molto semplice e molto coerente con l’impegno giornalistico del Candido, il settimanale che Guareschi dirigeva. In sostanza, questi documenti non sbucarono fuori all’improvviso ma dopo che per mesi, forse per anni, circolavano da una redazione giornalistica all’altra e vi era anche chi si era inserito in questi passaggi con l’intento di mettere in atto venali speculazioni. Uno dei due documenti preoccupava particolarmente il cattolico Guareschi perché era stato scritto nientemeno che sulla carta intestata della Segreteria di Stato vaticano, la segreteria del Papa. Secondo lo scrittore, lo scopo di questa operazione sarebbe stato montare uno scandalo ai danni della Chiesa. Insinuare il sospetto che dal Vaticano potesse essere partita una richiesta di bombardare Roma avrebbe avuto un effetto dirompente per la credibilità della Chiesa. Scrisse Guareschi: «È un foglio di carta da lettera sottratto sì, ma in mano ai nemici della Chiesa avrebbe potuto diventare potentissima arma di denigrazione».

Da ciò la decisione di rendere di dominio pubblico questa storia poco chiara. Riguardo al contenuto, tutto lascerebbe pensare che si trattasse realmente di falsi, ritenendosi impossibile che un uomo come De Gasperi potesse scrivere lettere del genere. Ma purtroppo l’andamento del processo che seguì alla denuncia contro Guareschi fu tanto discutibile che i sospetti sull’autenticità degli autografi finirono per farsi abbastanza consistenti. Nonostante ciò, Giovannino Guareschi fu condannato a una pena esemplare; nessun giornalista ha subito una reclusione così pesante.

Mentre si trovava in carcere, dunque, avvenne l’incontro con padre Paolino. È questi che racconta: «Ottenni facilmente dal cappellano del carcere di poterlo sostituire per la Messa di Natale, e preparai con cura il “sermone”, cercando di introdurvi uno dei più tipici momenti natalizi di don Camillo e Peppone, ma velandolo in modo che solo lui potesse cogliere l’allusione senza creare imbarazzo nei confronti degli altri detenuti. La scelta cadde sull’episodio con cui Guareschi chiude l’ultimo capitolo del Don Camillo… Non posso ricordare tutto, ma a un certo momento so d’aver detto press’a poco così: “Gesù nasce per portare nel mondo l’amore. In mezzo al buio della notte Egli fa splendere per tutti una luce di speranza e d’amore alla quale nessuno può sottrarsi. Anche il più arrabbiato miscredente non può fare a meno, fosse solo per un istante, di lasciarsi avvolgere dal fascino di quel Bambino. E se per caso fa tanto di prendere in mano anche solo una statuetta di gesso del più povero tra i Presepi, e magari gli viene in mente di ritoccarne le tinte sbiadite, anche nella notte più cupa continuerà a sentire ancora nel cavo della mano il tepore del Bambinello rosa”. La citazione era inequivocabile. L’allusione in codice all’ultimo capitolo del Don Camillo aveva colpito nel segno. Solo lui aveva potuto afferrare il messaggio, senza che la curiosità indiscreta di chiunque altro potesse turbare la segreta emozione… Terminata la Messa, mentre in sacrestia deponevo le vesti sacre e mi accingevo a chiedere al capo-guardia che mi facesse venire il detenuto Guareschi Giovanni, lui si precipitò dentro, mi buttò le braccia al collo e per un lungo momento abbandonò il capo sulla mia spalla, lasciandovi la traccia di due lacrimoni. Lacrime preziose di pace e di gioia e di libertà, in “un fondo di dolce sofferenza”. Non ci dicemmo una parola. Solo un “grazie”, con voce velata, un’occhiata che sprizzava tenerezza, e poi… via come una saetta».

Padre Beltrame Quattrocchi scappò via “come una saetta”, ma lasciò a Guareschi un libro: San Paolo Apostolo di Giuseppe Ricciotti, con questa dedica: «Al caro Giovannino Guareschi, perché nella adamantina figura e nella incandescente parola di Paolo di Tarso, trovi luce e forza nelle più aspre prove e nelle più dure ascese dell’anima». Guareschi aveva incontrato padre Paolino già una volta mentre, finita la guerra, con lo zaino in spalla faceva il suo ritorno dal campo di internamento dove era stato rinchiuso dai tedeschi. Lo aveva incontrato sulla via del ritorno dal lager nazista, in un centro di raccolta per i reduci allestito dalla Pontificia Opera d’Assistenza. In L’Avventuriero di Dio, edito nel 2010 dalle edizioni Pro Sanctitate, l’autrice Rosangela Rastelli Zavattaro riferisce che per padre Paolino Beltrame Quattrocchi «il primo problema urgente era quello dei reduci, di chi tornava dai campi di concentramento o dal fronte. Diede perciò subito (1945) vita ad un centro di raccolta, “la Casa del Reduce” per i rimpatriati dalla Germania, sotto l’egida della Pontificia Commissione di Assistenza. Venne istituito anche un “Campo Parma” a Pescantina di Verona, costruito da quattordici tendoni e da una Cappella in una tenda al centro dove il padre fece posizionare una statua della Madonna di Fontanellato, la Madonna dei parmigiani, e dove le volontarie cucinavano anche i famosi tortelli d’erbetta e la torta fritta, in modo che i reduci stremati, stressati, scossi, espropriati della loro stessa esistenza e dignità, sentissero subito l’odore di casa e della loro Parma. Fra questi reduci, un giorno, arrivò anche il padre di Don Camillo, lo scrittore Giovannino Guareschi, reduce dal lager polacco di Czestochowa. “Sono stati momenti incredibili – ricordava Don Paolino – dormivo per terra quando potevo. Si assisteva a scene inenarrabili. I reduci venivano da noi, ma non volevano fermarsi, la fretta di tornare a casa era irrefrenabile. Ed allora, anche in piena notte, li caricavo a bordo della mia vecchia Balilla e li portavo a destinazione”».

Don Paolino era un sacerdote, poi entrato in monastero, noto anche perché insieme al fratello anche lui sacerdote, il “don Tar”, è stato una delle figure più significative dello scoutismo italiano. Si potrebbe dire, in un certo senso, che il don Camillo di Giovannino Guareschi – il “mio don Camillo” – era uno scout. O, almeno, posso dirlo io perché ho abituato i lettori di questo blog alle mie ricostruzioni un po’ fantasiose. Comunque sia, come abbiamo visto, il 26 maggio 1954 Guareschi faceva il suo ingresso nel carcere San Francesco di Parma. Portava sulle spalle lo stesso zaino di quando era stato nel lager. Aveva “un gatto vivo nello stomaco ed un magone grosso così”, ma disse: «Per rimanere liberi bisogna, a un bel momento, prendere senza esitare la via della prigione». Guareschi non era uno scout, sebbene ogni tanto gli capitasse di mettere sullo spalle uno zaino. Nonostante ciò, un po’ perché aveva incontrato don Paolino, un po’ per altro, le circostanze lo portavano talvolta a contatto col mondo scout. Come, per esempio, nella tragica circostanza dell’alluvione del Polesine del ’51, quando Guareschi scrisse alcune tra le pagine più commuoventi del suo Mondo Piccolo. A questo proposito, nel libro L’Avventuriero di Dio, leggiamo: «giovani, Scouts uomini, donne, ragazze (Scolte), bambini, uniti sotto l’ala della PCA e del monaco rosso si trovarono vicini, a trasportare sacchi per arginare l’irruenza del vecchio Po». Tra i protagonisti delle operazioni di soccorso ci fu il parroco di Mazzano Inferiore, don Giovanni Bernini, anche lui indicato da molti come uno dei probabili sacerdoti ai quali si sarebbe ispirato Guareschi per il personaggio di don Camillo. E sicuramente lo scrittore si riferisce a lui quando racconta della gara di solidarietà verso gli alluvionati del Polesine. Lo scrive l’autrice del libro Rosangela Rastelli Zavattaro, ma l’idea è condivisa anche da altri, tra i quali Roberto Beretta del quotidiano Avvenire e soprattutto Giovanni Lugaresi, un profondo conoscitore del nostro scrittore e per tanti anni presidente del Club dei Ventitré, l’associazione che riunisce i lettori di Guareschi, al quale si deve anche la ricostruzione dell’incontro tra padre Paolino e lo scrittore emiliano nel carcere di Parma, ricostruzione che ho riportato sia in questo testo, sia nel libro Il destino di Giovannino Guareschi. Nel suo libro Le lampade e la luce, pubblicato da Rizzoli nel 1996, Lugaresi scrive: «Nella tristemente famosa alluvione del 1951, il parroco di Mezzano Inferiore (Parma) don Giovanni Bernini, attaccatissimo alla sua gente, dopo avere aiutato gli altri a porsi in salvo e dopo avere messo al sicuro il Santissimo Sacramento, si ritirò in cima alla torre campanaria, provvisto di coperte, acqua, breviario, libri e con la compagnia di un cane randagio. Suonava le campane regolarmente al mattino, a mezzogiorno e la sera. Don Bernini è morto nel 1972 e oggi, per lui, si è aperto il processo di beatificazione – non “provocato” , ovviamente, da quel fatto del 1951, anche se quel tipo di comportamento dà l’idea della bontà e del disinteresse di un uomo di Dio che visse sempre tutto per gli altri…»

Sarà proprio padre Paolino Beltrame Quattrocchi il postulatore della causa di beatificazione di Giovanni Bernini. Bisogna dire, incidentalmente, che nella Chiesa padre Paolino è stato uno dei più attivi promotori di processi canonici per il riconoscimento della santità di numerosi uomini di Dio: suor Maria Gabriella Sagheddu, il cardinale Giuseppe Dusmet, don Carlo Gnocchi, il cardinale Ildefonso Schuster e, appunto, don Bernini. E bisogna aggiungere – altro inciso – che la santità era di casa nella famiglia di padre Paolino. Entrambi i genitori, Luigi Beltrame Quattrocchi e Maria Corsini, sono stati proclamati beati nel 2001.

«Era una famiglia normale, tranquilla, unita; ma, soprattutto, fondata sulla fede». Così padre Paolino ricordava la sua famiglia in un’intervista molto bella registrata prima della morte per un evento della diocesi di Siracusa e dove, tra l’altro, emerge il grande carisma di questo religioso. «Effettivamente» continuava, «c’è stata una comunione di spirito tra i genitori, meravigliosa ma senza nulla di straordinario». Credo che padre Paolino volesse trasmettere ai ragazzi dei campi scout un po’ di questa meravigliosa comunione e, come faceva don Camillo, spingere il suo “gregge” o, meglio, il suo “branco” verso il campo, «nelle più dure ascese dell’anima» – per riprendere un’espressione usata con Guareschi. Scrive Rastelli Zavattaro: «Lo Scoutismo per Padre Paolino fu un’altra importante chiamata della sua vita alla pari del sacerdozio. Un’altra vocazione in contemporanea o meglio una vocazione nella vocazione, come una seconda pelle. Scoutismo e sacerdozio coesistevano insieme in lui, senza contraddirsi anzi potenziandosi vicendevolmente e l’una era di sostegno all’altra quasi un trampolino per Routes più alte».

Quanto Giovannino Guareschi si sia ispirato al mondo di padre Paolino Beltrame Quattrocchi è difficile stabilirlo. Il metodo di lavoro dello scrittore emiliano era quello di attingere alla realtà, come spiega lui stesso: «Io da giovane facevo il cronista in un giornale e andavo in giro tutto il giorno in bicicletta per trovare dei fatti da raccontare». Ma gli capitava poi di scrivere altro, «inventando fatti di cronaca, e questi fatti piacevano parecchio alla gente perché erano molto più verosimili di quelli veri». Insomma, è difficile capire se le cose che scriveva le attingesse dalla realtà o dalla sua fantasia, ma ciò in fondo per uno scrittore conta poco se i suoi racconti sono «molto più verosimili di quelli veri». E in un’intervista apparsa su Annabella nell’ottobre del 1960, Guareschi questo lo dice abbastanza chiaramente proprio a proposito di don Camillo: «non è un personaggio creato dalla fantasia o trovato già bell’e fatto, nella vita reale. È l’una e l’altra cosa: inventato e vero (“Bisogna inventare il vero” diceva Giuseppe Verdi), ed è qualcosa d’altro ancora». Fa sorridere a questo proposito pensare a un’altra coincidenza che dimostra quanto sia vero ciò. Quando i racconti di Guareschi furono portati sul grande schermo fu scelta come location – credo casualmente – proprio una parrocchia da dove realmente, anni prima, erano passati don Paolino e suo fratello, il “don Tar”. Nel libro che raccoglie la corrispondenza della famiglia Beltrame Quattrocchi, Lettere d’amore, vol.II, edito da Città Nuova, si legge infatti che «1948. L’anno delle famose elezioni politiche ha impegnato moltissimo i due fratelli che, tra l’altro, hanno predicato insieme una “missione” in una parrocchia sulle rive del Po, nella Chiesa che nei film di Guareschi appariva come quella di don Camillo!»

Io ritengo, comunque – e con questo concludo le mie inconcludenti osservazioni – che il mondo di Giovannino Guareschi sia pieno zeppo del mondo scout di padre Paolino, vero o verosimile che sia. Un po’ per queste divertenti coincidenze, ma anche per una cosa che per Guareschi era molto seria. Questo scrittore, come don Paolino, nella sua vita ha voluto rivolgersi essenzialmente ai giovani, a quei giovani che sono alla ricerca di qualcosa, come possono sembrare appunto gli scout. Voleva rivolgersi al “postero mio diletto”, come sanno i lettori di Guareschi. E un esempio è la favola de La Calda estate del Pestifero, l’ultimo libro pubblicato dallo scrittore, dove leggiamo la storia di una “ghenga” che somiglia un po’ a una pattuglia di scout alla ricerca di «un posto adatto per impiantare un campeggio». Troverà questo posto in una “terra di nessuno” dove poter fare esperienza di un rapporto più vero con la natura; «Le meraviglie del Creato» scrive Guareschi, «dovrebbero dimostrare – intendo dire – la grandezza del Creatore». Perché, prosegue, «il cemento, l’asfalto, il fumo delle fabbriche, il frastuono, i gas mefitici delle automobili, l’elettricità, la invisibile rete di radiazioni magnetiche eccetera hanno staccato l’uomo dalla natura, costringendolo a vivere una vita innaturale». Scrive ancora Guareschi: «Volevo proprio raccontarvi questa storia perché il mondo, così come è stato ridotto, mi pare troppo povero. Trovo, insomma, che il progresso – basato sull’elettricità, sulla chimica, sulla matematica eccetera – ha popolato la terra e il cielo di strabilianti macchine le quali, se hanno arricchito la vita materiale degli uomini, hanno impoverito, fino a distruggerla, la loro vita spirituale».

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