Charles Péguy. Regno del denaro e valore economico della felicità.

Quando il senatore Giulio Andreotti, alla Camera dei Deputati, presentava il volume dedicato a Charles Péguy e intitolato Ciò che conta è lo stupore, edito nel 2001 dalle Edizioni San Paolo, si era all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle.

Nell’incontro di presentazione, Andreotti affermava: «Io credo che meditare su Péguy sia utile. Da parte mia cito soltanto due punti che mi hanno particolarmente colpito. Mi ha colpito quando dice che il cristianesimo è la religione della salvezza eterna e però rileva che, a suo giudizio, nella società in cui lui viveva anche il cristianesimo “è impantanato in quel pantano, il pantano del malcostume economico, industriale; non se ne trarrà fuori senza una rivoluzione economica ed industriale… insomma non c’è luogo di perdizione fatto meglio, studiato meglio, meglio attrezzato, non c’è strumento di perdizione meglio costruito di una fabbrica moderna”».

Con questa sottile osservazione, il senatore Andreotti poneva evidentemente una terribile domanda: che senso ha affermare una “salvezza eterna” se poi, sul piano terreno, ci si lascia trascinare nel pantano di un’economia che non assicura agli uomini una vita dignitosa? A questa inquietante domanda ha cercato di dare una risposta Charles Peguy.

In quei giorni successivi all’attentato, si viveva con il presentimento – come si disse – che “nulla sarà più come prima”. Infatti, tante cose, da quel triste momento, cambiarono in maniera sconvolgente. Una di queste fu certamente il fatto che il mondo intero cadde nel “pantano” di un’economia ridotta a “luogo di perdizione”, di un’economia malata e che non garantisce più livelli accettabili di benessere. Quando si rimane impantanati è difficile venirne fuori. Nonostante ciò, può essere “utile” – come osservava Andreotti – capire. In particolare, può essere utile capire cosa cercasse Charles Péguy.

Péguy è conosciuto dal grande pubblico per la sua poesia, soprattutto per la notissima tetralogia dei Misteri: Il mistero della carità di Giovanna d’Arco, Il portico del mistero della seconda virtù, Il mistero dei santi innocenti, Il mistero della vocazione di Giovanna d’Arco. Il volume Ciò che conta è lo stupore è rivolto prevalentemente a quest’opera e, in sostanza, allo stupore di fronte alle tre virtù teologali: fede, speranza e carità. Ma delle tre virtù, dice Péguy, quella preferita da Dio è la seconda: la speranza. È nel Portico del mistero della seconda virtù che ritroviamo le ragioni di questa preferenza, in quei celebri versi dove il poeta fa dire a Dio: «Ma la speranza, dice Dio, la speranza, sì, che mi sorprende. / Me stesso. / Questo sì che è sorprendente. / Che questi poveri figli vedano come vanno le cose e credano che domani andrà meglio».

Nemmeno la carità Dio ama quanto la speranza, nonostante San Paolo raccomandi: «Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione». Perché, dice Péguy, «la carità cammina da sola» ed «è il primo movimento del cuore. E il primo movimento quello buono. La carità è una madre e una sorella. / Per non amare il proprio prossimo, bambina mia, bisognerebbe tapparsi gli occhi e le orecchie. / Dinanzi a tanto grido di miseria». La speranza è la virtù preferita da Dio perché è davvero difficile sperare. Per Péguy, «la speranza non va da sé. La speranza non va da sola. Per sperare, bambina mia, bisogna esser molto felici, bisogna aver ottenuto, ricevuto una grande grazia».

Se, dunque, a un certo punto si finisce “impantanati”, come è finito oggi il mondo intero, è perché è venuto meno questo “esser molto felici”, ciò che i Fioretti di San Francesco chiamano “la perfetta letizia”. Si finisce “impantanati” perché è venuta meno quella felicità che dispone gli uomini alla speranza: «Che questi poveri figli vedano come vanno le cose e credano che domani andrà meglio». Ma questa speranza “che domani andrà meglio” non è, evidentemente, appena uno slancio spirituale, ma la fiducia nella possibilità di godere dei beni materiali. Per il cattolico Peguy, non poteva restare inascoltato il grido del Padre Nostro: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano». Come ogni vero padre, anche Dio sa che gli spetta provvedere al pane quotidiano, sa che deve portare il pane a casa.

Mi sembra che Charles Péguy faccia risalire ogni valore economico all’elementare preoccupazione, condivisa perfino da Dio stesso, di portare il pane a casa. Il termine “economia” che oggi ha raggiunto un tale livello di astrazione che lo rende per certi aspetti incomprensibile, in realtà fa riferimento a questa banale attività quotidiana, legata all’amministrazione della casa. Sarebbero pertanto due gli aspetti, per un cristiano, da prendere in considerazione: la perfetta felicità e il benessere terreno. Due aspetti strettamente connessi e che devono avere una potenza tale da generare una reale “rivoluzione economica”.

L’ideale di Charles Péguy infiammò la gioventù europea del Novecento. Non soltanto cattolica; anzi, non tanto la gioventù cattolica, alla quale – lo dico con un pizzico di malizia – poteva bastare accontentarsi di una salvezza “soltanto” eterna. Antonio Gramsci, per esempio, ricordava: «Noi rileggiamo un libro che tanto amiamo, Notre Jeunesse di Carlo Péguy, e ci inebriamo di quel senso mistico religioso del socialismo che tutto lo pervade […]. Nella prosa di Péguy sentiamo espressi con empito sovrumano, con tremiti di commozione indicibili, molti di quei sentimenti che ci pervadono e che poco importa ci siano riconosciuti». I “tremiti di commozione indicibili”, cui fa riferimento Gramsci, erano quelli che suscitava l’ideale di una rivoluzione e il severo monito lanciato da Péguy riguardo a quel “malcostume economico” che mortifica l’uomo.

Un tempo non c’era spazio per questa mortificazione. Quando la società era realmente cristiana, osserva Péguy, sebbene si fosse veramente molto poveri, non si conosceva la miseria che c’è oggi. «Direi quasi che allora non si guadagnava praticamente nulla. Non si ha idea di quanto i salari fossero bassi. Nondimeno tutti mangiavano. Anche nelle case più umili c’era una sorta di agiatezza di cui si è perduto il ricordo. Conti, non se ne facevano. Perché c’era poco da contare. Ma i figli potevano essere allevati. E se ne tiravano su. Era sconosciuta questa odiosa forma di strangolamento che oggi ci torce ogni anno di più. Non si guadagnava; non si spendeva; e tutti vivevano. Era sconosciuta questa stretta economica di oggi».

Queste parole sono tratte da un volume poco noto di Péguy: L’Argent, il denaro. È un libro che descrive le mutate condizioni della vita dell’uomo moderno, particolarmente del lavoro umano. Condizioni mutate purtroppo drammaticamente e che hanno generato quel malcostume economico, quella mortificazione economica cui si accennava. Un tempo non era così. «Lo si creda o no» ricorda Péguy ne Il denaro, «noi siamo stati allevati nel seno di un popolo allegro. Un cantiere era allora un luogo della terra dove gli uomini erano felici. Oggi un cantiere è  un luogo della terra dove gli uomini recriminano, si odiano, si battono; si uccidono. Ai miei tempi tutti cantavano. […] Lo si creda o no, fa lo stesso, abbiamo conosciuto operai che avevano voglia di lavorare. Abbiamo conosciuto operai che, al risveglio, pensavano solo al lavoro. Si alzavano la mattina – e a quale ora – cantando all’idea di andare al lavoro».

Si era felici perché il lavoro era il lavoro. Mentre oggi è diventato qualcosa di diverso. Dice il poeta Péguy: «Nel lavoro stava la loro gioia, e la radice profonda del loro essere. E la ragione stessa della loro vita». Addirittura, dice anche che la fabbrica era come un oratorio parrocchiale e – questo lo ricordava Giulio Andreotti – non era questo inferno che oggi è diventato. Il datore di lavoro aveva rispetto per il lavoro degli operai perché il vero valore era il lavoro. Il datore di lavoro aveva questo rispetto per il lavoro e tutti rispettavano questo rispetto. Oggi questo rispetto è venuto meno. Perfino negli operai. «L’antica borghesia si è trasformata in una borghesia squallida, una borghesia del denaro. Quanto agli operai, hanno ormai un’idea soltanto: farsi borghesi. Ed è proprio ciò che accade, anche se magari dicono di diventare socialisti».

La società non è più cristiana. La società è diventata, tutta intera, borghese. Dove il lavoro non è più qualcosa che riguarda la vita. Tutto questo è stato sostituito dal denaro. Perfino negli operai. È comprensibile che tutto questo vada bene ai borghesi. Quello che è incomprensibile è che sta bene così anche agli operai; «operai imborghesiti» accusa Péguy, «(i peggiori tra gli operai), operai – per così dire – che si vestono a festa nel salotto buono della borghesia». Si sono anche loro sottomessi al culto del denaro. Dice il poeta: «Non lo ripeteremo mai abbastanza. Tutto il male è venuto dalla borghesia. Tutte le aberrazioni, tutti i delitti. È la borghesia che ha infettato il popolo. E lo ha infettato precisamente di spirito borghese e capitalistico».

Per la classe operaia, si è trattato di un suicidio. Questo è abbastanza chiaro. «Se la borghesia fosse invece rimasta non tanto quella che storicamente è stata quanto quella che, in linea di principio, doveva e poteva essere – vale a dire l’arbitro economico, la misura del valore che si vende – la classe operaia avrebbe richiesto soltanto di rimanere quella che è sempre stata: vale a dire la fonte economica del valore che si vende». Questa rinuncia è incomprensibile, è come rinunciare a essere i protagonisti della produzione, il soggetto dell’economia.

«Un tempo gli operai non erano servi» osserva Péguy. «Lavoravano. Coltivavano un onore, assoluto, come si addice a un onore. La gamba di una sedia doveva essere ben fatta. Era naturale, era inteso. Era un primato. Non occorreva che fosse ben fatta per il salario, o in modo proporzionale al salario. Non doveva essere ben fatta per il padrone, né per gli intenditori, né per i clienti del padrone. Doveva essere ben fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura».

Nel lavoro non si ricerca più la felicità, ma soltanto il denaro. Questa depressione dello spirito lavoratore, anche per effetto di fatti storici sinistri che possono eventualmente accelerarlo – è il caso appunto dell’11 settembre – avvia un processo di degenerazione con effetti sconvolgenti. Su questo, Charles Péguy ci metteva in guardia ben prima del 2001: «Bisogna soltanto sapere che stiamo vivendo – mettiamo pure che abbiamo appena vissuto – la peggiore crisi attraverso cui questo popolo sia mai dovuto passare. Una crisi, aggiungo, del tutto inedita, che non poteva nemmeno essere immaginata».

Ma, sorprendentemente, ne Il denaro, Péguy conclude con un nuovo atto di speranza per l’umanità. «Essa la spunterà ugualmente. Nonostante tutto. Andando oltre». Perché c’è nello scorrere della vita qualcosa di misterioso – o Qualcuno, il Mistero – che sempre riesce ad andare oltre il limite, oltre la corruzione, oltre il “malcostume economico”. Riesce a ricreare nell’umanità «soprattutto il buon umore, generale, costante, quel clima di buon umore. E quella felicità, quel clima di felicità».

Bisogna tendere alla felicità. Questa tensione è l’unico investimento produttivo in un sistema economico. La speranza della felicità è l’unica cosa che può tirare fuori gli uomini dal pantano del malcostume, della corruzione. Il “lavoro felice” è l’unica cosa che possa creare un sistema economico più giusto, quella rivoluzione economica che piaceva tanto a Gramsci, ma che Gramsci non riuscì a realizzare. Come non approderà a niente questa ossessione moderna della rivendicazione dei diritti. Per esempio, ricorda Péguy, un tempo «non ci si pensava neppure, all’uguaglianza, intendo dire all’uguaglianza sociale. Una ineguaglianza comune, comunemente accettata, un’ineguaglianza generale, un ordine, una gerarchia che pareva naturale, non facevano che sovrapporre i differenti livelli di una felicità comune. Oggi si parla soltanto di uguaglianza. E viviamo nella più mostruosa ineguaglianza economica che mai si sia vista nella storia del mondo. Vivevano allora. Mettevano al mondo i bambini».

«I nostri maestri non prevedevano – e come avrebbero potuto immaginarlo – questo purgatorio, per non dire questo inferno che è il mondo moderno […] questo meccanismo, questo automatismo economico del mondo moderno nel quale anno dopo anno ci sentiamo strangolati sempre più da un collare di ferro che già ci stringe forte forte alla gola».

Di questo “malcostume economico”, così spietato, che Péguy aveva previsto cento anni fa ma che noi stiamo vivendo oggi in tutta la sua crudezza, la causa è in fondo molto semplice: non si ricerca più la felicità, ma soltanto il denaro. Questo spaventa da un lato, ma conforta dall’altro; perché basta in fondo poco, basta in fondo un atto di umiltà o di “povertà”, per usare una parola cara al poeta, e l’umanità «la spunterà ugualmente. Nonostante tutto. Andando oltre».

Ma non si tratta di una povertà come rifiuto della ricchezza, al contrario: è ricerca di un vero benessere, è cercare di non essere schiavi nemmeno del denaro. «Il denaro è altamente rispettabile» dice Péguy, «non lo si dirà mai abbastanza, quando è il prezzo del pane quotidiano. Il denaro è più rispettabile dell’esercizio di un potere, poiché non si può vivere senza denaro, e si può ben vivere invece anche senza esercitare un potere. Il denaro non è affatto disonorante quando è il salario, la retribuzione, la paga, quando in sostanza è il trattamento economico. Quando è poveramente guadagnato».

In poche parole: se è vero che il denaro può soddisfare i nostri bisogni, non è del danaro che noi abbiamo bisogno. Come era nel tempo in cui, come ricordava Giulio Andreotti, il cristianesimo non era ancora finito «impantanato in quel pantano, il pantano del malcostume economico». Perché quello era il tempo in cui, come dice Péguy, «tutto quel vecchio mondo era essenzialmente il mondo in cui ci si guadagnava la vita. Per parlare più precisamente essi credevano che l’uomo che si limita alla povertà e che possiede, anche discretamente, le virtù della povertà, trovasse in essa una sicurezza piccola ma totale. O per parlare più profondamente essi credevano che il pane quotidiano fosse assicurato da mezzi semplicemente temporali, dal gioco stesso dell’equilibrio economico, a ogni uomo che avesse le virtù della povertà e che quindi fosse contento (come del resto si deve), dei limiti della povertà. (Ciò che per loro d’altra parte costituiva nello stesso tempo non solo la felicità più grande, ma persino la sola felicità immaginabile). (Era più che sufficiente l’alloggio in una casa piccola e modesta)».

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