Non è appena una luna di miele. La rivoluzione dell’unico amore.

Confesso di non aver letto il libro di Costanza Miriano “Sposati e sii sottomessa”, un testo che ha sollevato tante proteste, soprattutto in Spagna. Perché non aspetto di leggerlo prima di parlarne, dunque? Perché – rispondo – da un po’ di tempo sono occupato in altre impegnative letture, ma soprattutto perché non vedo per quale motivo io non potrei parlarne senza averlo letto se non lo hanno letto nemmeno quelli che lo criticano così pesantemente.

In questo caso almeno, dovrebbe essere rispettata la democratica regola secondo la quale la mia ignoranza di cattolico vale esattamente quanto l’ignoranza di tutti gli altri. Chi critica il libro della Miriano lo critica essenzialmente per il titolo che c’è sulla copertina. E questa è la conferma che il libro non lo hanno nemmeno aperto. Le critiche, pertanto, non scaturiscono dalla lettura del testo quanto per la provocazione rappresentata dall’espressione che proviene da un’altra espressione attribuita a San Paolo e che è rivolta direttamente alle donne: “siate sottomesse”.

Detta così, senza un preciso contesto, la frase risulta offensiva per le donne – sta tutta qui l’astuzia dei non-lettori della Miriano. Ma come possiamo attribuire questa intenzione a Paolo di Tarso, proprio a lui che per primo nella storia dell’umanità ha affermato la totale parità tra l’uomo e la donna, come anche tra il padrone e lo schiavo o tra gli appartenenti a razze e religioni diverse? Scrivendo ai Galati (3,28), Paolo affermava infatti: «Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù». Idee, queste, inconcepibili all’epoca.

È vero, San Paolo è colui che ricordava alla donna come fosse stata creata da una costola dell’uomo, ma è nello stesso tempo colui che, nella prima lettera ai Corinzi, invitava l’uomo a considerare il fatto che a sua volta egli riceve la vita dalla donna. Si tratta di parità; o meglio, per attenersi maggiormente al pensiero paolino, di reciprocità: «sottomettetevi gli uni agli altri» (Lettera agli Efesini, 5,21). È proprio dal versetto successivo a questo che Costanza Miriano ha attinto il titolo del suo libro. Ma anche in questo caso l’espressione va inserita necessariamente nel suo contesto. La frase intera della lettera di San Paolo recita infatti: «Mogli, siate sottomesse ai vostri mariti come al Signore». Paolo dunque raccomanda alle donne sposate di essere sottomesse al proprio marito come sarebbero sottomesse a Cristo. Cioè, non come ci si sottomette a un uomo, ma come ci si sottomette al rapporto liberante di Cristo.

La donna non può trovare la propria libertà personale in un solitario processo di emancipazione. E questo è abbastanza ovvio, non essendo la solitudine una condizione che possa, in alcun modo, favorire la libertà. Per una donna, si tratta invece di fare esperienza di un rapporto nel quale venga riconosciuta pienamente la propria dignità. Ma in cosa consiste, per una donna, questa dignità? Soltanto Cristo ha dato una risposta credibile a ciò. La donna scopre la propria dignità quando incontra qualcuno che riconosce in lei una donna unica.

La donna, quindi, non si sottometterebbe al potere dell’uomo ma al riconoscimento che l’uomo ha della natura esclusiva del rapporto con la donna. “Come al Signore” avverte, non a caso, San Paolo. Come nelle Tavole della Legge si afferma: “Non avrai altro Dio all’infuori di me”, così il Signore “pretende” che l’uomo faccia nei confronti della donna: non può esserci un’altra donna. È questa Legge che esige quella “sottomissione” alla quale la Miriano rimanda. Si tratta, a pensarci bene, di elevare la dignità di una donna a quella suprema della dignità divina. Non è poco, perché si tratta di una sottomissione-elevazione. Qualcosa che va ben oltre l’emancipazione o la definizione di effimeri rapporti giuridici i quali, inevitabilmente, rifletteranno la precarietà dei rapporti umani.

«L’idea corrente» spiegava Jean Guitton, «è che il pieno, il perfetto amore non dura più di una lunazione». Da ciò, l’espressione “luna di miele”. È un’espressione che contiene tutto lo scetticismo riguardo all’amore umano, destinato tristemente a spegnersi al termine del suo breve ciclo vitale – un mese appena. Ed è a questo proposito che si inserisce l’insegnamento di San Paolo. In una lunga intervista concessa a Jean Jacques Antier e pubblicata da Piemme nel volume “Il libro della saggezza e delle virtù ritrovate”, Jean Guitton osserva: «Cristo ha fondato l’amore dell’uomo per una sola donna. Era rivoluzionario. L’amore coniugale diventava un legame profondo, tenero e durevole di uno solo per una sola. In questo modo ha preso la sua dimensione spirituale». Perché era rivoluzionario? Perché, continua Guitton, «presso gli antichi greci c’erano due tipi di donne: una matrona madre dei guerrieri e una donna agli incroci per appagare il sesso. Rispettata, la donna al focolare non era l’amante e ci volevano le due donne per soddisfare l’uomo dell’antichità. L’atto sacro della procreazione e il piacere, l’appagamento del desiderio, erano separati».

Separati rimanevano anche l’uomo e la donna che non condividevano realmente la vita, ma soltanto alcuni momenti dell’esistenza nei quali la donna si sottometteva al dominante ruolo maschile. È di fronte a ciò che insorge San Paolo. Perché, come spiega Guitton, «Cristo ha rivendicato l’uguaglianza dell’uomo e della donna in nome della loro creazione originale: sono figli di Dio. In questo modo la donna non è più solo la madre di bambini ma diventa sposa. La fedeltà reciproca degli sposi diventa legge morale, nell’uguaglianza».

Soltanto per questo e non per altro varrebbe la pena sposarsi. E quindi Costanza Miriano ha ragione da vendere quando si rivolge alla donna e le dice: sposati e sii sottomessa. Non al potere maschile, ma a quella legge divina che impone di guardare alla donna come a Dio stesso.

Prima di parlare, dunque, bisogna leggere. Lo dico anche a me stesso.

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