Qualcosa di ancora più bello. Clive S. Lewis, una gioia ostinata.

«Perché mai la creatura dovrebbe essere felice?» Questo interrogativo, posto nella XV delle Lettere di Berlicche spiegherebbe le ragioni della radicale inimicizia del diavolo nei confronti dell’uomo. L’autore di questo fortunato libro è Clive Staples Lewis, di cui oggi si celebrano i cinquant’anni dalla morte.

In fondo, è per una ragione molto semplice che Berlicche – il diavolo di Lewis – odierebbe l’uomo: per la sua ostinazione a ricercare la felicità. Non sarebbe preferibile che la creatura prescindesse dalla felicità? Questa è la più potente delle tentazioni che le forze del male cercherebbero di insinuare nella vita degli uomini.

Certo, per quanto desiderabile, la felicità non rappresenta una necessità imprescindibile. Si può vivere anche senza essere felici. E la prova è proprio nel fatto che tanti uomini vivono così. Per giunta, questa loro non-felicità non sembra compromettere sensibilmente la loro vita. Anzi, a qualcuno potrebbe apparire addirittura invidiabile una vita che non si ponga affatto lo scomodo interrogativo intorno alla felicità.

Berlicche odia gli uomini per quella diversità, per la consapevolezza del diverso destino che è stato assegnato loro. Berlicche sa che, al contrario dell’uomo, egli non è destinato alla felicità; pertanto, vorrebbe assimilare anche l’uomo a questa sua aspirazione alla non-felicità. Il “lavoro” sarebbe facile se l’uomo fosse come lui. Invece, c’è qualcosa che rende tutto più complicato: la diversa natura dell’uomo.

Diversamente dai diavoli, che sono puro spirito, l’uomo – ahimè – è composto di spirito e di corpo. Berlicche questo non può sopportarlo e addirittura afferma: «Gli esseri umani sono anfibi – mezzo spirito e mezzo animale. (La risoluzione del Nemico di produrre un ibrido talmente ributtante fu una delle cose che decisero Nostro Padre a ritirargli il suo appoggio).» (Lettera VIII). Per Satana, dunque, la materialità della vita umana è motivo di scandalo ed è a ciò che fa risalire il motivo della propria disobbedienza a Dio, suo Nemico.

Questa idea di Lewis è indubbiamente paradossale. Solitamente, infatti, si pensa il contrario: sarebbe la natura mortale la causa della corruzione umana. Ma Lewis sembra voler condividere la stessa idea che ha animato un altro grande pensatore inglese cui egli deve molto: G.K. Chesterton. Secondo questo autore, il demonio non avrebbe potere se non su ciò che è spirituale. Sarebbe dunque lo spiritualismo l’ideologia più insidiosa. La prova evidente di ciò è il fatto, per Chesterton, che ogni eresia è spiritualista.

E infatti “spiritualiste” sono tutte le tentazioni cui ricorre Berlicche per sottomettere l’uomo. L’intero potere di Berlicche consiste nel rimuovere nell’uomo il nesso naturale con la realtà, nell’escluderlo dalla possibilità di affacciarsi alla realtà attraverso le “cinque finestre” dei sensi. Da parte dell’uomo, questo sarebbe il più irrimediabile cedimento, il compromesso più grave. Chesterton ammonisce: «Dio ha creato l’uomo in modo che possa entrare in contatto con la realtà; e quello che Dio ha unito, nessun uomo separi».

Berlicche potrà, dunque, cantare vittoria quando il tradimento della realtà sarà consumato: «Ti accorgerai che noi li abbiamo completamente annebbiati sul significato della parola “realtà”.» (Lettera XXX). Era proprio questo l’obiettivo finale. Non a caso Lewis colloca questo brano al termine dell’opera, nella penultima delle lettere.

Quanto siano poco “materialiste” le tentazioni diaboliche lo vediamo, inoltre, passandole in rapida successione. C’è la tentazione del moralismo: «Quando avessero intenzione di chiedere a Lui la carità, fa’ in modo, invece, che comincino a tentare di fabbricarsi da sé sentimenti caritatevoli senza avere coscienza di ciò che stanno facendo. Quando avessero l’intenzione di pregare per ottenere il coraggio, fa’ in modo che di fatto si sforzino di sentirsi coraggiosi. Quando dicono che stanno pregando per ottenere il perdono, fa’ in modo che si sforzino di sentirsi perdonati» (Lettera IV).

Ci sono poi la tentazione della menzogna e quella della distrazione. «Quanto sarebbe molto meglio per noi se tutti gli esseri morissero in case di salute costose, in mezzo a dottori che mentiscono, infermieri che mentiscono, amici che mentiscono, come io li ho educati a fare, promettendo la vita ai morenti, incoraggiando la convinzione che la malattia scusa ogni indulgenza» (Lettera V). «Alcune settimane fa dovevi tentarlo all’irrealtà e alla disattenzione nelle preghiere; ma ora lo troverai che ti apre le braccia e quasi ti prega di distrarlo dal suo proposito e di ottundergli il cuore. Desidererà che le sue preghiere siano irreali, poiché di nulla avrà tanto spavento quanto del contatto reale con il Nemico» (Lettera XII).

Quello di Berlicche è un continuo tentativo di rendere astratta la realtà. Come è nel caso dell’amore, dove suggerisce la sostituzione dell’interesse concreto per l’altro con l’ipocrisia del disinteresse per sé: «Il problema più grave è quello del “disinteresse”. Nota, ancora una volta, il mirabile lavoro della nostra branca filologica nel sostituire il negativo disinteresse alla positiva “Carità” del Nemico. Grazie a ciò si può insegnare all’uomo, fin da principio, a distribuire i suoi benefici non perché gli altri si sentano felici nel riceverli, ma affinché egli stesso si senta disinteressato nel privarsene» (Lettera XXVI).

Quella del diavolo è una strategia che sembra infallibile e che mette alle strette l’uomo, fino a “ottundergli il cuore” con l’angusta idea moralistica «di tutte quelle specie di cose che egli può fare e non fare, entro la cornice del dovere, e che sembrano dargli un po’ più di sicurezza» (Lettera XXIX).

«Perché mai la creatura dovrebbe essere felice?» si chiede Berlicche. Ecco dunque le sue proposte, per vivere comunque con «un po’ più di sicurezza» e senza esporsi alle tempestose esigenze del cuore. Tutto il libro delle Lettere di Berlicche è quindi un minuzioso manuale per mettere in campo ognuna delle precauzioni che sarebbe necessario prendere per barcamenarsi in un’esistenza che non scuota il torpore dell’anima, per non indurre l’uomo a scoprire la propria povertà di mendicante della felicità.

Le Lettere di Berlicche sono una corrispondenza immaginaria tra uno scaltro diavolaccio – Berlicche appunto – e il suo inesperto nipote apprendista-diavolo. Al centro delle loro attenzioni, c’è la vita di un giovane “paziente” con l’intento di farne un bel boccone. Per quella che è la descrizione che ne fa C.S. Lewis, bisogna dire che questo povero “paziente”, forse per giovanile incoscienza, poco si cura dell’infernale macchinazione. Il giovane vive indisturbato la sua ordinaria esistenza, senza fare nulla di clamoroso per parare i colpi che l’apprendista Malacoda mette a segno dietro l’autorevole suggerimento del diabolico zio Berlicche. Sembrerebbe cioè che per il “paziente” la cosa non riguardi lui in prima persona, ma qualcun altro.

E infatti è così. È sempre questo “Altro” che interviene per rimettere in gioco l’anonimo giovane. Lo fa attraverso dei fatti imprevisti che mandano puntualmente all’aria i formidabili piani dei perfidi Berlicche e soci, proprio nel momento in cui intonavano il loro canto di vittoria. È l’imprevisto che si rivela “la sola speranza”.

Ma quali sono questi imprevisti? Secondo Lewis, c’è innanzitutto quello della ragione. Berlicche si accorge che l’inetto paziente, in realtà, può fare ricorso alla risorsa della ragione. E questo non gli sta bene: «Il fatto stesso di discutere sveglia la ragione del tuo paziente, e una volta che egli sia sveglio, chi può prevedere i risultati che potrebbero seguire?» (Lettera I). Quello della ragione è per il diavolo uno spiacevole imprevisto. Ma come se non bastasse, Berlicche deve fare i conti anche con un altro pericoloso fattore: il cuore umano. Perché, imprevedibilmente, il giovane cede ai richiami del cuore, si innamora di una ragazzina e «ora che è innamorato, gli è sorta nella mente una nuova idea di felicità terrena» (Lettera XXVII).

Questa ragazzina, questa mocciosa che “puzza ancora di scuola”, si rivelerà per il diavolo un duro scoglio. Però, come nel caso del fidanzato, a fargli paura non è precisamente questa “carognetta” stupida e insignificante, non è questa “signorina-topo”. Chi l’avrebbe detto? Berlicche, più che l’insulsa ragazzina in sé, teme la sua insulsaggine; perché questa è tanto sciocca da mettersi a ridere di lui come un’oca giuliva. In realtà, il potere che il diavolo ha gli deriva dalla rispettosa serietà con cui lo riveriscono gli uomini.

Ma quale tensione morale questa esile gioventù potrà mai opporre alla marcia trionfale del demonio? Certo, essi avrebbero un alleato temibile in quello che per Berlicche è il nemico con la maiuscola. Ma, oltre all’imprevisto di questo “aiutino”, gli uomini hanno una risorsa morale propria? A prima vista, questi uomini “senza qualità” non sembrano avere grandi capacità. Ma non è esattamente così.

In cosa consisterebbe, dunque, questa moralità? C’è da dire che C.S. Lewis dà prontamente una prima risposta alla domanda; una risposta che è messa quasi a premessa di tutto il libro. Nella prima pagina delle Lettere di Berlicche, l’autore inserisce come esergo due citazioni: una di Lutero e l’altra di Tommaso Moro. Lutero dice: «Il modo migliore per scacciare il Diavolo, se non vuol cedere ai testi della Scrittura, è di deriderlo e insultarlo, poiché egli non può sopportare la beffa». Tommaso Moro, invece, osserva: «Il Diavolo… quello spirito orgoglioso… non può tollerare di venir canzonato».

Deridere il diavolo è il modo migliore per scacciarlo. Può sembrare bizzarra questa idea dell’umorismo come qualcosa che ci salva dal male, come se questo possa avere una rilevanza morale. Ma, a pensarci bene, non potrebbe essere diversamente. La parola umorismo ha come radice il vocabolo latino humus, la stessa radice della parola umiltà. Sappiamo quanto sia orgoglioso, invece, il diavolo.

Scrive Lewis: «Vi sono due errori, uguali e opposti, nei quali la nostra razza può cadere nei riguardi dei Diavoli. Uno è di non credere alla loro esistenza. L’altro, di credervi, e di sentire per essi un interesse eccessivo e non sano. I diavoli sono contenti d’ambedue gli errori».

I diavoli delle Lettere di Berlicche vogliono essere guardati con un “interesse eccessivo”, con una straordinaria serietà. E questa non è cosa che possa venire da giovani sprovveduti come sono i personaggi presentati da Lewis. C’è bisogno di uomini con navigata esperienza, capaci di trattenere il riso e di rispettare i protocolli imposti dalle convenzioni.

Inizialmente, Lewis suggerisce questa strategia dell’umorismo; ma poi passa a illustrare le caratteristiche di una seconda arma contro la quale il diavolo sarebbe del tutto impotente. E questo impensierisce non poco Berlicche: «Avrai notato che i giovani generalmente sono più disposti a morire dei vecchi e degli uomini di mezza età».

Quest’arma, così temibile per l’agguerrito esercito dei diavoli, sarebbe proprio la giovinezza. Contro i giovani, il diavolo può ben poco. È cosciente che è una lotta impari e la sua astuzia gli suggerisce di pazientare, di mettersi ad aspettare che il tempo passi e che, con il tempo, passi anche la giovinezza. Dice Berlicche: «Gli anni lunghi, noiosi, monotoni della prosperità o dell’avversità dell’età matura offrono un’atmosfera eccellente per una campagna. Vedi, è tanto difficile per queste creature perseverare. Il ricorrere delle avversità, lo sfiorire graduale degli amori giovanili e delle giovanili speranze, la quieta disperazione (appena sentita come dolore) di mai poter superare quelle tentazioni croniche con le quali li abbiamo molto spesso sconfitti, il grigiore che riusciamo a creare nella loro vita e l’inespresso risentimento con il quale insegnano loro a rispondervi – tutto ciò offre occasioni mirabili di spossare e di logorare un’anima fino alla sconfitta» (Lettera XXVIII).

Non a torto, quella giocata sul tempo è una battaglia che Berlicche ritiene vinta in partenza. La vittoria sembra scontata; il tempo, infatti, scorre inesorabile. Ma, proprio dentro lo scorrere del tempo, è successo qualcosa di inatteso. Pertanto, oltre agli imprevisti della ragione e del cuore, Berlicche deve fare i conti anche con un altro inconveniente. Egli nota che è successo qualcosa che ha compromesso l’inattaccabile supremazia del tempo e che gli uomini, sottomessi alle leggi del tempo, si comportano invece come fossero destinati a qualcosa che va oltre il tempo e che è capace di far vivere il presente come se questo contenesse in sé tutto il tempo.

Berlicche osserva: «Gli esseri umani vivono nel tempo, ma il nostro Nemico li destina all’eternità. Perciò, credo, Egli desidera che essi si occupino principalmente di due cose: dell’eternità stessa, e di quel punto del tempo che essi chiamano il presente. Il presente è infatti il punto nel quale il tempo tocca l’eternità. Del momento presente, e soltanto di esso, gli esseri umani hanno un’esperienza analoga all’esperienza che il nostro Nemico ha della realtà intera, soltanto in esso viene loro offerta la libertà e la realtà. Egli vorrebbe perciò che essi fossero continuamente occupati o con l’eternità (il che vuol dire essere occupati di Lui) o con il presente – o che meditino sulla loro eterna unione con Lui, o sulla separazione da Lui, oppure che obbediscano alla voce presente della coscienza, portando la croce presente, ricevendo la grazia presente, offrendo azioni di grazie per il piacere presente. Il nostro lavoro è di allontanarli sia dall’eterno sia dal presente» (Lettera XV).

È proprio l’irrompere dell’eterno nella vita dell’uomo a mettere definitivamente fuori gioco Berlicche. Perché se può essere afferrato dall’eterno il momento presente che il giovane “paziente” e tutti i giovani come lui vivono, nella giovinezza deve essere possibile «per queste creature perseverare». È nella possibilità data all’uomo di fare esperienza dell’eterno che è possibile una moralità. Se all’uomo non fosse data la possibilità di perseverare nella giovinezza, di nessun atto morale egli sarebbe capace. «Questa è la ragione per la quale dobbiamo spesso desiderare che i nostri pazienti vivano a lungo; settant’anni non sono troppo per il difficile compito di districare le loro anime dal cielo e di stabilire un tenace attaccamento alla terra. Durante la giovinezza ci accorgiamo che sfuggono sempre a una tangente» (Lettera XXVIII).

Il “paziente” affidato alle cure del nipotino Malacoda non vivrà a lungo. Rimarrà vittima di uno dei bombardamenti che colpiranno la sua città nel corso della Seconda guerra mondiale. I progetti del demonio finiranno così, miseramente. Il giovane “paziente” sfugge pertanto al diabolico intrigo e Berlicche potrà soltanto assistere da spettatore all’incontro del giovane con le creature celesti: «Ma al primo vederli conobbe che li aveva sempre conosciuti e comprese la parte che ciascuno di loro aveva avuto per molte ore nella sua vita, mentre egli si era creduto solo, tanto che ora poteva rivolgersi a loro, a ciascuno di loro, e chiedere non: “Chi sei tu?”, ma: “Eri tu, dunque, per tutto il tempo?” Tutto ciò che essi erano e ciò che dicevano in questo incontro risvegliava delle memorie. […] E vide non soltanto loro; vide anche Lui. Questo animale, questa cosa generata in un letto, poté posare lo sguardo su di Lui» (Lettera XXXI).

Ma, per Berlicche, non è la perdita di potere su quest’anima che brucia di più. Il male di cui Berlicche è capace non è mai fatto scaturire da Lewis dalla brama di potere. Egli si sente ferito piuttosto nell’orgoglio. Gli brucia soprattutto lo smacco di dover vedere che al diavolo è precluso ciò che all’uomo è invece concesso: la conoscenza dell’Essere. Berlicche scrive a Malacoda, lamentando desolato «che questa cosa qui, di terra e di fango, potesse levarsi ritto in piedi e conversare con gli spiriti al cospetto dei quali tu, spirito, non potevi che accasciarti pauroso» (Lettera XXXI).

L’uomo finisce così al cospetto dell’Essere. Ma mentre incontra l’Essere nell’eternità, l’uomo comprende di averlo già conosciuto nel tempo: «Eri tu, dunque, per tutto il tempo?» Si accorge che questo “Tu” non era distante dal tempo e che non era distante da sé.

Tutta la moralità attiene alla capacità dell’uomo di avere uno sguardo fisso sull’Essere, è la tensione a una Bellezza assoluta, a una Bellezza sempre più vera. Come diceva Lewis: «Proprio perché tutto era così bello nasceva dentro di me un desiderio, sempre lo stesso: da qualche parte doveva esserci qualcosa di ancora più bello».

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Revisione del testo della conferenza tenuta presso l’Istituto Petruccelli della Gattina di Moliterno (Pz) nel marzo del 2011

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