Qualcuno ha cura degli uomini. Isaac Bashevis Singer, l’ebreo.

«Come se mi avesse letto nel pensiero, sentii Joshua che chiedeva: “Perché Dio faceva tanti miracoli nei tempi antichi, e non ne fa invece ai tempi nostri?” Mio padre si afferrò la barba rossa. Dai suoi occhi si poteva capire che era indignato. “Che cosa dici, figlio mio? Dio compie miracoli per ogni generazione, anche se non sempre ce ne accorgiamo” […] “Gli stavi di nuovo facendo la predica, eh?” disse mia madre in tono di rimprovero. “Non stavo predicando, gli ho solo raccontato una storia” disse mio padre. “Volevo sapessero che quel che Dio poteva fare duemila anni fa, può farlo anche oggi”.»

Questo è un brano di Una sera di Hanukkah a casa dei miei genitori, un racconto di Isaac Bashevis Singer, scrittore ebreo di lingua yiddish, premio Nobel per la letteratura nel 1978. Il Dio di Singer, Dio di Abramo, non rimane impassibile davanti allo scorrere della storia, sebbene gli uomini spesso sperimentino l’angoscia del Suo silenzio. Ma, come disse lo scrittore in occasione del conferimento del Nobel, è «un Dio che parla con atti, non con parole, e il Cui vocabolario è il cosmo».

Si dirà che Dio non esiste o che, se esiste, sarebbe indifferente al destino dell’umanità. E chi dice questo potrà trovare conferma a questa tesi proprio nella storia del popolo ebraico e nelle vicende subite nel corso del Novecento, nelle vicende che hanno sconvolto in particolare la stessa terra dalla quale provenivano Singer e la sua famiglia. Chi dice questo avrebbe tutte le ragioni per concludere che l’uomo non ha ragioni sufficienti per sperare e che non vi è felicità per lui, né pace. Ma la missione del popolo ebraico, la sua elezione, con tutta la millenaria storia, sta proprio in questo: «trovare la felicità laddove altri vedono soltanto sventura e umiliazione» – cito ancora il discorso del Nobel.

È per questo che uno scrittore ebreo come Isaac Bashevis Singer può affermare con certezza che “Dio compie miracoli per ogni generazione” e che “quel che Dio poteva fare duemila anni fa, può farlo anche oggi”. È per la storia del popolo ebraico che Singer può affermare ciò, soltanto per questo. Non perché i miracoli siano un’evidenza della storia, le cui circostanze invece ci spingerebbero a concludere esattamente il contrario. Un particolare, quest’ultimo, non soltanto sottostimato, ma addirittura enfatizzato negli scritti del premio Nobel, dove si rappresenta distintamente un mondo sul quale incombe sempre, minaccioso, l’apocalittico epilogo.

A questo proposito, tra le tante pagine di questo scrittore, si potrebbe leggere un meraviglioso racconto per bambini, intitolato Una vigilia di Hanukkah a Varsavia. Dove Singer ricorda di quando era bambino e di quando un giorno, disubbidendo ai genitori, aveva provato ad avventurarsi da solo nelle strade di Varsavia. Improvvisamente, si ritrovò nel pieno di una tempesta di neve: «I miei occhi si incrostarono. I lampioni a gas furono coperti dalla neve e la loro luce divenne arancione, blu, verde, violetta. La neve era mista a grandine. Pezzi di ghiaccio cadevano dal cielo e cominciò a spirare un vento fortissimo. Forse stava per venire la fine del mondo? Mi sembrava di sentire anche tuoni e fulmini.

«Cominciai a correre, ma caddi varie volte. Mi rialzai e con paura mi accorsi che avevo svoltato in un’altra strada. Qui i lampioni non erano a gas, ma elettrici. Vidi un tram che non era tirato da cavalli. L’asta che andava dal suo tetto ai fili di ferro che le stavano sopra sprizzava scintille bluastre. Fui colto dal panico – mi ero perso! Fermai alcuni passanti per chiedere informazioni, ma mi ignorarono. Solo uno mi rispose, ma in polacco, una lingua che non avevo mai imparato. Riuscivo a malapena a trattenermi dal piangere, cercavo di tornare da dove ero venuto, ma sembrava che mi allontanassi sempre più. Passai davanti a negozi vivacemente illuminati e un palazzo pieno di balconi, con colonne come quelle dei palazzi reali. Dai piani superiori veniva la musica e in strada ambulanti stavano mettendo via le loro merci. Il vento faceva volare fazzoletti, foulard, magliette e camicette, che turbinavano nell’aria come folletti. A quanto pareva era accaduto quel che più temevo – gli spiriti maligni stavano riversando la loro collera su di me».

Era preda delle forze della natura e così terrorizzato da non riuscire nemmeno a rivolgere una preghiera, una richiesta d’aiuto o una invocazione a Dio. Ma, «d’improvviso sentii un rumore metallico e un grido. Spuntò fuori qualcuno che mi afferrò da dietro e, trascinandomi, mi portò via. Che fosse un demone o un fantasma? Un uomo dal lungo cappotto e dalla barba nera, divenuta ormai bianca per via della neve e della brina, mi urlò con rabbia: “Dove corri? Dove vuoi andarti a cacciare? C’è mancato poco che il tram non ti investisse!” Volevo ringraziarlo, ma non riuscivo a pronunciare neanche una parola».

Grazie a quell’incontro, il piccolo Isaac in un paio di minuti fu nuovamente sulla strada di casa. Un uomo, che tra l’altro aveva scambiato per un fantasma o un demone, si era preso cura di lui. Quando Isaac Bashevis Singer parla di miracoli, si riferisce sempre a questo: qualcuno si prende cura degli uomini e li sottrae a un’inevitabile rovina. È un miracolo che si ripete continuamente nell’esistenza tanto da entrare a far parte della quotidianità. Nel fortunato volume Alla corte di mio padre, Singer ha inserito un racconto intitolato La lavandaia, dove racconta della presenza nella sua casa di famiglia ebrea di una vecchia lavandaia cattolica. Era una donna piccola, vecchia e rugosa che passava regolarmente da casa a ritirare la biancheria da lavare. «La lavandaia sollevava il pesante pacco» scrive Singer, «lo caricava sulle spalle strette e lo portava nella lunga strada verso casa. Abitava anche lei in via Krochmalna, ma dalla parte opposta, vicino a Wola. Doveva essere una passeggiata di un’ora e mezza».

Dove trovasse l’anziana donna l’energia per uno sforzo immane come quello era un mistero. Tra l’altro, «fare il bucato non era facile a quei tempi. La vecchia non aveva rubinetto in casa e doveva andare a prender l’acqua da una pompa. Per ottenere una biancheria così pulita, doveva fregarla completamente, risciacquarla con soda da bucato, inzupparla, farla bollire in un enorme pentolone, inamidarla e stirarla. Ogni pezzo veniva maneggiato dieci volte o più. E l’asciugatura! Non poteva essere fatta all’aperto, poiché i ladri avrebbero rubato la biancheria. I panni ritorti dovevano essere portati su nel solaio e appesi a corde per la biancheria. D’inverno, diventavano fragili come ghiaccio e quasi si rompevano a toccarli. Poi c’era sempre da discutere con le altre donne di casa e lavandaie, che volevano il solaio per loro uso personale. Dio soltanto sapeva quel che doveva sopportare, ogni volta che faceva un bucato!»

Il tempo passava e la vecchia lavandaia diventava sempre più vecchia. «In una di quelle giornate la lavandaia, che aveva ormai quasi ottant’anni, venne a casa nostra. Un bel mucchio di biancheria si era accumulato durante le settimane precedenti. La mamma le offrì una tazza di tè per riscaldarla e anche un po’ di pane. La vecchia si sedette su una sedia della cucina, tremando e rabbrividendo, e si scaldò le mani intorno alla teiera. Le sue dita erano deformate dal lavoro e forse anche dall’artrite. Aveva le unghie stranamente bianche. […] Era spaventoso vedere la vecchia che usciva barcollando sotto l’enorme pacco, fuori nel gelo, dove la neve era secca come sale e l’aria era piena di bianchi fiocchi turbinosi: sembravano folletti danzanti nel freddo. La vecchia avrebbe mai raggiunto Wola? Scomparve, e la mamma sospirò e pregò per lei».

Sembrava che la lavandaia cattolica si caricasse sulle sue spalle strette non soltanto la biancheria da lavare ma il peso della vita intera di quella famiglia di cui si prendeva amorevolmente cura; come Cristo, si caricava della croce e percorreva via Krochmalna, dirigendosi attraverso questa via crucis verso il suo Calvario dove la vita sarebbe stata rigenerata. Fino all’ultima volta quando, consegnato il bucato, aveva promesso come al solito di tornare. E non tornò mai più. «Il bucato che ci aveva restituito fu il suo ultimo sforzo sulla terra» conclude Singer.

«L’anima passò nelle sfere dove tutte le anime sante si incontrano, indipendentemente dalle parti recitate su questa terra, in qualsiasi lingua, di qualsiasi credo. Non posso immaginare il paradiso senza questa lavandaia. Non posso nemmeno concepire un mondo dove non esista una ricompensa per un simile sforzo».

Segui l’intervista di Enzo Biagi. Video.

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