Maria Satoko Kitahara, fiaccola che ha illuminato Ari-no-machi.

Quanta sofferenza doveva esserci, negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, tra la popolazione giapponese. «In cielo soffiava un vento cattivo» scrive Matsui Toru. «Lo stormo dei colombi del tempio a baracca della dea Kannon mormorava col cuore stretto dall’angoscia: “Com’è vicino l’inverno!”»

Il quartiere di Ari-no-machi a Tokyo, il “Villaggio delle formiche”, era abitato da mendicanti e da quanti avevano perso la casa nel corso del conflitto. Questa gente si procurava da vivere con i pochi spiccioli guadagnati con un mestiere che oggi è diventato molto diffuso: la raccolta differenziata dei rifiuti. E a Tokyo, letteralmente distrutta dalla guerra, di rifiuti e di rovine ce n’erano in abbondanza. Il luogo, scrive Matsui Toru nel libro “Maria del villaggio delle formiche”, «era quello chiamato “Giardino del fiume Sumida”, ma che, in realtà, non era altro che uno scarico per le macerie lasciate dalla guerra».

In quel “Villaggio delle formiche” e in quel gelido inverno giapponese così pieno d’angoscia «apparve, come una fiaccola di calore e di speranza Satoko Kitahara, o come poi vennero a chiamarla, Maria di Ari-no-machi» – sono parole del padre gesuita Giuseppe Pittau, che per lunghi anni ha soggiornato in Giappone. Ad accendere questa ardente “fiaccola” che è stata la giovane Satoko, furono due persone molto diverse tra loro. Una di queste fu proprio Matsui Toru, il quale aveva inizialmente guardato con molta diffidenza alla presenza dei cristiani in Giappone ma che poi chiederà il battesimo e diverrà il biografo di Maria Satoko Kitahara.

È grazie a lui che conosciamo la storia di questa dolce ragazza giapponese, una storia dalla quale fu tratto un film intitolato “Maria del villaggio delle formiche”, una pellicola ormai introvabile ma che ebbe all’epoca un discreto successo e che fu girata dal famoso regista Heinosuke Gosho, pioniere del cinema giapponese, premiato con il Golden Globe. Nella biografia dedicata a Satoko, Matsui Toru scrive: «Davanti al tempio alcuni grandi mutilati in abito bianco cantavano tristemente canti di guerra, accompagnandosi con la fisarmonica. Lì vicino un mendicante senza gambe se ne stava per terra, tutto piegato su un fianco. Sul muretto di pietra, presso la grande statua buddhista, alcuni senzatetto coperti di stracci, tremavano dal freddo. Ma la folla dei ricchi pellegrini che andavano e venivano, non li degnava di uno sguardo. […] Un vecchio, vestito di un abito religioso scuro, uscendo dalla folla, si avvicinò ai poveretti. Era un vecchio straniero dalla barba bianca e dal viso illuminato da un sorriso di fanciullo».

Questo vecchio straniero e il professor Matsui Toru furono le persone che cambiarono la vita di Maria Satoko Kitahara. Chi era quel vecchio dalla barba bianca che, mosso da compassione ed emergendo dalla folla indistinta, si avvicinò al gruppo di quei mendicanti che erano davanti al tempio buddista e che i “ricchi pellegrini” evitavano con sdegno?

Lo chiamavano padre Zeno; ma in realtà non era che un frate laico del convento dei Cavalieri di Maria fondato a Nagasaki dal suo compagno San Massimiliano Kolbe. Completamente analfabeta e dovendo andare in giro, per giunta, in un paese del quale non conosceva la lingua, a parte qualche semplice frase, padre Zeno non poteva fare molto di più di quello che faceva: distribuire immaginette della Madonna, chiedere preghiere per i poveri e regalare qualche sorriso. Fu così che un giorno si presentò a casa del professor Kitahara, un importante docente dell’università di Tokyo. Vi trovò sua figlia, che era appunto Satoko, la quale aveva da poco abbracciato la fede cristiana. Anche a lei consegnò la solita immaginetta e rivolse l’invito a pregare per i poveri.

La vita nel “Villaggio delle formiche” era resa precaria non soltanto dallo stato di estrema indigenza nella quale versavano i suoi abitanti, ma anche dal rischio di perdere anche quel poco che si aveva. L’amministrazione comunale di Tokyo infatti aveva un piano, lodevole da un certo punto di vista, di risanamento dei quartieri degradati e di ricostruzione di una città che aveva subito, durante la guerra, pesantissimi bombardamenti. Ma questo significava, per quei senzatetto, il rischio di vedere distrutto anche quell’unico riparo che era la loro baracca. Cosa fare? Di fronte a domande come queste, non si avevano risposte o soluzioni se non il ricorrere a padre Zeno. Chi altri avrebbe potuto interessarsi di loro?

Di fronte all’ordine di sgombero che da un momento all’altro sarebbe arrivato dal comune di Tokyo, cosa avrebbero potuto fare al “Villaggio delle formiche”? Padre Zeno tirò fuori una delle sue idee: «Voi potete telefonare a un giornalista?» propose loro. «Voi direte: Zeno adesso è qui». Spiega Matsui: «A quell’epoca, la cosa che più si temeva, tra i cenciaioli, era un ordine di sfratto da parte del governo. Per riuscire ad evitarlo nulla era più desiderabile dell’appoggio della opinione pubblica». Per questo, richiamare l’attenzione dei giornalisti, poteva indurre il comune almeno a ritardare l’esecuzione del provvedimento. Ma rispetto all’idea, in po’ semplicistica, di Padre Zeno riguardo al tentativo di sollevare l’attenzione dell’opinione pubblica, da più parti venne fuori un certo scetticismo. Infatti, si disse,«la notizia che Padre Zeno è in mezzo ai poveri non è davvero una novità».

Comunque, uno dei presenti andò al telefono. Alzò la cornetta e cominciò a chiamare le redazioni giornalistiche: «Pronto? Pronto?… Sì, abbiamo deciso di costruire una chiesa proprio in mezzo al nostro villaggio… Padre Zeno venuto in mezzo al nostro villaggio… Padre Zeno venuto in mezzo a noi e udito questo, ha deciso di aiutarci e domanda anche il tuo aiuto… Sì, se vieni subito con un fotografo, io farò in modo che Padre Zeno non parta prima del vostro arrivo… Va bene. Ti aspetto».

La notizia della costruzione della chiesa era completamente falsa. Ma l’espediente funzionò e la cosa fu pubblicata sul giornale. Una copia finì nelle mani di Satoko Kitahara. È ancora Matsui che racconta: «Il titolo, a grandi caratteri, diceva: “La croce sul villaggio delle formiche. Una impresa di Padre Zeno”. Sotto, la fotografia del Padre che sorrideva in mezzo a un gruppo di ragazzi con questa didascalia: “Padre Zeno fa visita al villaggio delle formiche”. L’articolo raccontava come nel villaggio ove vivono radunati molti cenciaioli, nel rione Asakusa, presso il ponte Ghemon, per interessamento di un missionario cattolico, si parlasse di costruire una chiesa. Il villaggio era chiamato “villaggio delle formiche”. Il Padre si chiamava Zeno, ed era un religioso polacco, appartenente al convento dei “Cavalieri di Maria” a Nagasaki». Con il giornale tra le mani e guardando la fotografia del padre che sorrideva in mezzo al gruppo dei ragazzi del “Villaggio delle formiche”, Satoko fu spinta dal desiderio di conoscere meglio il frate che giorni prima le aveva fatto visita e di incontrarlo nuovamente.

Un giorno le sembrò che la sua attesa fosse stata premiata. «Era il tramonto di una giornata di dicembre» scrive Matsui Toru, «e la città era annebbiata da una pioggia finissima, ma Satoko era riuscita e scorgere un Padre vestito di nero che stava attraversando la strada. Camminava curvo, senza ombrello; aveva in testa il solito cappello a larghe tese e in mano la borsa piena come non mai».

«È Padre Zeno!» esclamò Satoko, affrettandosi a raggiungerlo in strada. Ma, prosegue Matsui, «Per quanto Satoko scrutasse tutto attorno, nessuna ombra che rassomigliasse a Padre Zeno si presentò ai suoi occhi. Senza accorgersene, attraversò il sottopassaggio di una linea ferroviaria e percorse due o trecento metri di strada. Invano».

Satoko pensò allora di spingersi fino al “Villaggio delle formiche”. Padre Zeno infatti era lì e, sebbene fosse in procinto di partire, trovò del tempo da dedicare alla ragazza, riaccompagnandola a casa. Qui tirò fuori dalla sua voluminosa borsa un’infinità di ritagli di giornale e di fotografie. «Guardi questo» disse il padre rivolto a Satoko. «I vagabondi di Sannomiya sono i più miserabili. Nelle notti più fredde scavano buche e vi accendono il fuoco, per non morire di freddo. Ma quando piove non lo possono fare e allora, in mancanza di meglio, scavano dei cunicoli lungo gli argini dei fiumi e vi si ficcano a dormire. Giacigli inimmaginabili: sembrano tane di pesci». Maria Satoko Kitahara si rese conto di quanto tutta quella miseria contrastasse con l’agiatezza della casa nella quale viveva. «Che povera giovane sono stata!» pensò. «Non ho mai conosciuto veramente che cosa sia la vita!»

Il Natale era alle porte e Satoko si domandò come avrebbero trascorso questa festa i bambini poveri del “Villaggio delle formiche”. Un giorno quindi si presentò al villaggio e chiese di fare qualcosa per preparare i bambini all’evento del Natale. E riteneva che quella sarebbe stata anche l’occasione per comunicare la sua fede cristiana, ricevuta col battesimo appena un anno prima. Con l’aiuto della sorella, preparò con tanto entusiasmo una festa nel corso della quale sarebbe stata messa in scena una rappresentazione su Gesù. Ma, arrivato il giorno della festa, quando fu il momento di dare inizio alla rappresentazione, andò via la luce. In quelle condizioni, per intrattenere i bambini non c’era altro da fare che raccontare delle storie. «Cosa volete che vi racconti?» domandò Satoko. In Giappone sono molto popolari i racconti sugli spiriti e per quei bambini fu una cosa naturale chiedere di raccontare una di queste storie. E così, in quella serata natalizia, invece di parlare di Gesù, Satoko si ritrovò a raccontare una storia completamente diversa che parlava di uno spirito con un occhio solo e di un bonzo gigante. L’idea di comunicare qualcosa della propria fede cristiana, dunque, naufragò. In compenso, da quel giorno la vita di Satoko si legò indissolubilmente a quella dei bambini del “Villaggio delle formiche”.

Ma c’era qualcuno al quale non piaceva che al villaggio ci fosse una presenza cristiana e quando una volta Satoko si presentò con una sua amica suora, le fu detto che i cristiani lì non erano graditi. Ad addolorare Satoko fu soprattutto il fatto che chi manifestava più apertamente questa ostilità era Matsui Toru, proprio lui che aveva chiamato i giornalisti per dire che al “Villaggio delle formiche” avrebbero voluto costruire una chiesa. Ma, come si è detto, questo era evidentemente soltanto un espediente per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica. Ad ogni modo, Satoko accettò la provocazione di Matsui il quale, in sostanza, contestava ai cristiani una certa ipocrisia. Che senso avrebbero le manifestazioni di bontà, il fatto di aiutare i poveri, la stessa carità cristiana, se una volta terminata l’opera buona ognuno fa ritorno nella propria casa dove lo aspettano tutte le comodità? Che senso avrebbe la carità, senza la condivisione del bisogno?

Un giorno Satoko Kitahara se ne stava davanti all’uscio di casa; a un certo punto, vide passare un ragazzo del villaggio. Questi spingeva il suo pesante carretto per la raccolta degli stracci, ma aveva un’espressione diversa dal solito, sembrava contento. Come mai quel piccolo senzatetto era così felice? «Il babbo è riuscito a sistemare tasse e debiti» spiegò, «e noi ritorniamo nella nostra vecchia casa». Satoko entrò allora in casa per cercare qualcosa da lasciare per ricordo a quel ragazzo che andava via dal villaggio; aprì a caso il Vangelo per cercare una frase da riportare nella dedica e vi trovò quel brano della lettera a Corinzi dove c’è scritto che Gesù «da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà».

Allora Satoko tornò dal ragazzino e gli disse: «Vorrei la tua cassetta per raccogliere i rifiuti. Da oggi in poi tu non la userai più non è vero?». Da quel momento, continuò a dedicarsi ai bambini del “Villaggio delle formiche”, ma condividendo anche la loro stessa vita, alternando l’attività educativa alla raccolta degli stracci. Il rapporto con questi bambini divenne sempre più familiare, finché un giorno di agosto, propose ai suoi piccoli amici di andare in vacanza insieme in uno di quei posti incantevoli che si trovano in Giappone, ai piedi del monte Fuji. Ma come potevano quei bambini così poveri veder realizzato ciò che ai loro occhi non poteva sembrare che un sogno? Una sera, mentre Satoko era angustiata al pensiero di quanto fosse difficile trovare i soldi necessari per portare i bambini in vacanza, arrivò l’imprevista opportunità di guadagnare qualcosa raccogliendo dei contenitori usati di cui doveva disfarsi un commerciante. Ne venne fuori una tale quantità di contenitori che le operazioni di trasporto, con tre carretti al lavoro contemporaneamente, si protrassero fino all’alba del giorno successivo. Miracolosamente, il danaro necessario per portare in vacanza l’intero gruppo era venuto fuori dalla vendita di quel materiale usato.

Ma la cosa più sorprendente successe al ritorno, quando i ragazzi esposero pubblicamente i loro elaborati sull’esperienza vissuta insieme in vacanza, con i disegni del lago Ashi, con i racconti della scalata del monte Kintoki e della spiaggia di Odawara. Perché tra quella gente nessuno aveva visto mai né il mare, né le montagne. Nessuno era mai stato in vacanza, né sarebbe riuscito nemmeno a immaginare cose così belle.

Nel libro “Maria del villaggio delle formiche”, Matsui Toru riferisce le impressioni di uno degli adulti: «Ripensando a questo viaggio dei nostri ragazzi, mi pare che noi adulti dobbiamo correggere il nostro modo di pensare e di fare. Perché non siamo ricchi, noi lavoriamo da mattina a sera senza tregua e senza riposo, ma mi pare che non sia sufficiente fare solo questo. Una decina di ragazzi, in una decina di giorni, hanno fatto il piano della gita e sono riusciti ad attuarla e noi, adulti, che siamo più di un centinaio, se fossimo tutti contenti e lavorassimo con altrettanto fervore, non potremmo trasformare, in dieci anni, questo villaggio delle formiche in un piccolo Paradiso?»

Nella desolante realtà di quel villaggio di baraccati, nel cuore dei quali non poteva esservi che tristezza e angoscia, Maria Satoko Kitahara con la sua luminosa presenza aveva suscitato una speranza. Come ha detto padre Pittau, era stata davvero “una fiaccola di calore e di speranza”. Il “Villaggio delle formiche”, attraverso questa giovane donna, aveva imparato a scorgere nella realtà una bellezza prima sconosciuta.

Un prigioniero giapponese, detenuto nelle Filippine e condannato a morte, scrivendo di Satoko in una lettera, osservava che quasi tutte le pagine dei giornali che arrivavano dal Giappone, parlavano di furti, di omicidi, di corruzione, di scandali, di giochi d’azzardo. Ma, concludeva il prigioniero, «al pensiero che in Giappone c’è anche una sola giovane come questa, io ho ritrovato la forza di affrontare la morte».

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...